Giovani, diplomati e laureati: dalla Caritas il ritratto della nuova povertà in Toscana

I “nuovi poveri” sono più giovani della media, e si tratta sempre più spesso di persone che hanno terminato scuola e università

[23 dicembre 2016]

La Regione ha presentato a Firenze i risultati del nuovo rapporto Caritas dal titolo “In bilico: Povertà, periferie e comunità che resistono in Toscana“, dal quale emerge come sul nostro territorio (dati 2015) la soglia di povertà relativa si fermi al 5%, meno della metà rispetto a quella media nazionale che è del 10,4%. Un dato coerente con la tenuta economica e sociale della Toscana in questi duri anni di crisi, migliore rispetto a quella italiana nel suo complesso, ma all’interno della quale si stanno aperto ferite profonde.

Secondo l’Istat i residenti in Toscana a fine 2015 sono 3.744.398 (395.573 gli immigrati residenti, il 10% circa del totale); una popolazione anziana, con due over65 per ogni giovane tra 0 e 14 anni e 6 persone fuori dal mercato del lavoro per ogni 10 occupati.

Anche per molti di quanti lavorano l’occupazione non rappresenta più uno scudo sufficiente a evitare situazioni d’indigenza. Il 75,1% di chi ha chiesto aiuto alle Caritas è senza occupazione, ma è altrettanto vero che quasi un quinto di essi (18,1%) ha un reddito, da lavoro o pensione, senza che questo basti per arrivare con tranquillità a fine mese. Ecco dunque che aumentano le situazioni di “povertà cronica”, ovvero quelle di persone seguite dalla Caritas da almeno sei anni – un tempo considerato «assolutamente ragionevole» per avviare e portare positivamente a conclusione percorsi di autonomia e di liberazione dalla “trappola della povertà”. Le situazioni di povertà cronica incontrate dalle Caritas diocesane nel 2015 sono state 5.151, il 23,4% del totale, quando appena dodici mesi prima si fermavano al 18,4%.

«Povertà croniche che causano un vero e proprio ‘effetto intrappolamento’: mi ha colpito – è il commento dell’assessore al Sociale Stefania Saccardi – questa definizione, centrale nel dossier sulle povertà in Toscana, che elabora i dati raccolti dai 213 centri di ascolto della Caritas in Toscana nel corso del 2015, e racconta la crescita di queste povertà cronicizzate, che i centri d’ascolto delle Caritas della Toscana seguono da almeno sei anni, tante persone, più di 5.000, che non riescono a ripartire e a riprogettare la loro vita anche in presenza (a volte) di un reddito che, tuttavia, non è sufficiente a rispondere a tutti i bisogni della famiglia»

Al contrario, i casi di nuova povertà diminuiscono, ma aumenta la preoccupazione per l’identikit delle persone coinvolte. Mentre a livello nazionale sia la Caritas sia l’Istat sottolineano come “ancora oggi l’elemento che sembra più degli altri tutelare, anche in termini preventivi, da possibili percorsi d’impoverimento, è l’istruzione”, in Toscana i dati raccolti in merito sono più ambigui: tra le persone che si sono rivolte alla Caritas per la prima volta nel 2015 – documenta il rapporto – sono percentualmente più numerosi rispetto alla media i laureati sia italiani che stranieri e, solo con riferimento agli italiani, anche chi ha conseguito la licenza media superiore e chi è in possesso di un diploma professionale.

Quasi come ad evidenziare – sottolinea la Caritas – che anche un livello d’istruzione medio-alto non è sempre in grado di allontanare dallo spettro della povertà e del disagio, e probabilmente un po’ meno rispetto a quanto potesse accadere nel recente passato. I “nuovi poveri” sono più giovani della media:  le fasce d’età che realizzano l’incidenza percentuale più elevata sono quelle che vanno dai 25 ai 44 anni (46,7%).

Oggi essere giovani e avere in tasca un diploma o anche una laurea, in Toscana almeno, non solo non promette uno stile di vita benestante, ma difende anche assai meno dalla povertà. In un contesto dove i giovani sono una risorsa sempre più scarsa, questo fenomeno provoca effetti esponenzialmente dannosi per tutta la società oltre a ridurre qualsiasi prospettiva di sviluppo sostenibile: invertire la rotta tramite più robuste politiche attive per il lavoro e – ove non fosse sufficiente – anche investimenti diretti da parte della mano pubblica, non può che essere considerato un intervento prioritario.