Impatto positivo sul Pil pari al +5,7% e riduzione del debito pubblico

Giovani e donne, dalla Cgil un Piano per creare 1,6 milioni di posti di lavoro (verdi)

Investimenti pubblici da 30,5 miliardi di euro in 3 anni. Il governo Renzi ne ha già impegnati 34 fra decontribuzione, riduzione dell’Irap e cancellazione della Tasi

[13 settembre 2016]

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Giovani e donne sono le categorie che più in assoluto hanno patito – e stanno ancora patendo – gli effetti di una “crisi” che ormai sembra essere tutto fuorché passeggera. Dal 2008 al 2015 sono andati persi 1,6 milioni di posti di lavoro, e più in generale sono 9,3 milioni gli italiani (+3,7 milioni rispetto al 2007) che rientrano nella più vasta area di “sofferenza e disagio” del lavoro: oltre ai disoccupati gli scoraggiati ma disponibili a lavorare, i cassaintegrati, i precari e troppi altri ancora.

A contrasto con quelli propagandati dall’esecutivo Renzi (da inizio governo +585mila posti di lavoro, una performance peggiore di quella Ue fatta per lo più di mancati pensionamenti e precarietà, il tutto dietro input e sussidi statali), sono questi i numeri da cui prende le mosse il nuovo Piano del lavoro presentato oggi a Roma dalla Cgil. Si tratta di una riedizione di quello elaborato già nel 2013 e declinato stavolta con particolare attenzione sulle emergenze dell’occupazione giovanile e femminile. In sintesi, il Piano del lavoro «propone la creazione di 600.000 posti tra assunzioni pubbliche e di mercato – dichiara il segretario confederale Cgil Danilo Barbi – Questi stimoli possono creare altri 760.000 posti nel giro di due anni, per un totale di 1,6 milioni». Ovvero gli stessi posti di lavoro persi da inizio crisi.

Quanti e quali le risorse finanziarie per tale impresa? Nel 2013 il Piano Cgil prevedeva risorse pari a 50-60 miliardi di euro in tre anni per realizzarsi, risorse che in questa nuova versione vengono abbondantemente riviste al ribasso: la spesa necessaria è pari a circa 10 miliardi e 149 milioni di euro l’anno (ovvero, circa 30 miliardi e 448 milioni in un triennio). Dunque, circa 30,5 miliardi di euro in 3 anni in cambio di 1,6 milioni di posti di lavoro e un riassetto dell’economia italiana.

Dove trovarli? «Noi pensiamo a una maggiore intensità nel recupero alla lotta all’evasione o alla stessa idea di patrimoniale sulle grandissime ricchezze, che nel nostro Paese più che altrove sono concentrate nelle mani di poche persone. Ma la verità – precisa Riccardo Sanna, coordinatore area politiche di sviluppo Cgil nazionale – è che anche solo utilizzando meglio le risorse a disposizione i conti tornerebbero a posto e la crescita sarebbe più del doppio di quella attuale». Fra decontribuzione, riduzione dell’Irap e cancellazione della Tasi per le case di grande valore il governo ha speso – si legge infatti nel Piano Cgil – circa 34 miliardi nel triennio 2015-2017. Risorse che secondo il sindacato potrebbero avrebbero potuto essere impiegate in modo assai più produttivo.

Il Piano prevede infatti la creazione di 520.000 nuovi posti di lavoro pubblici (tra cui 20mila ricercatori) e 80.000 privati, un’opera che a sua volta può generare 1 milione 368 mila occupati complessivi aggiuntivi, tra pubblico e privato, ovvero tra creati direttamente e indirettamente; il tutto condito da un +5,7% del Pil nel triennio, ovvero 186,7 miliardi di euro in più. Com’è possibile?

Anziché a detassare le imprese, non è una novità scoprire che la spesa pubblica può essere impiegata anche per creare direttamente nuovi lavori pubblici – come ha ben dettagliato operativamente anche il compianto Luciano Gallino – che a loro volta creano fiducia e nuova massa salariale, e dunque consumi, nuove imprese e relativi investimenti, punti di Pil. Alla fine dei conti, sottolinea la Cgil, il Piano straordinario aumenta la sostenibilità dei conti pubblici e, in particolare, del debito pubblico, che nella media del triennio si ridurrebbe anche più dell’obiettivo previsto dal governo per effetto della nuova crescita nominale del Pil e delle nuove entrate tributarie da nuova occupazione e aumento dei salari. «Aumentare l’occupazione – ha concluso il segretario generale della Cgil Susanna Camusso – farà crescere il Paese, questo è il punto del Piano straordinario per il lavoro». Non il contrario. «Presenteremo il nostro Piano straordinario per l’occupazione al governo e al dibattito pubblico, è urgente».

Non si tratta del Bengodi, ma di una concreta politica economica e industriale diversa da quelle fallimentari finora sperimentate, che meriterebbe quantomeno di essere approfondita in sede istituzionale. Una proposta che, al di là dei numeri, ha il grande merito di tracciare una linea per lo sviluppo non solo in quantità ma anche in qualità: come ha già spiegato su queste pagine la responsabile Ambiente della Cgil nazionale, Simona Fabiani, “verde è il futuro del lavoro”. Tutti i lavori pubblici che il Piano della Cgil si propone di sostenere sono volti all’innovazione e alla green economy: tra i settori coinvolti e citati esplicitamente spiccano energie rinnovabili, economia circolare, nuovi materiali, integrazione digitale della pubblica amministrazione, prevenzione antisismica, manutenzione del territorio e bonifiche, cura delle coste e delle spiagge, agricoltura biologica, tutela del territorio e della forestazione. L’Italia non ha bisogno soltanto di tornare a crescere, ma anche di decidere quale Paese diventare da grande.