Il documento è aperto alla consultazione pubblica

Il governo lancia la propria strategia «verso un modello di economia circolare per l’Italia»

Molte le idee in campo, dagli strumenti regolatori alle leve fiscali, ma ancora nessun impegno concreto

[14 luglio 2017]

Come un fulmine a ciel sereno, il ministero dell’Ambiente e quello dello Sviluppo economico hanno appena avviato la consultazione pubblica sul documentoVerso un modello di economia circolare per l’Italia”, attiva fino al 18 settembre 2017 all’indirizzo http://consultazione-economiacircolare.minambiente.it /.

Si tratta di una relazione snella – forse anche troppo, paragonando le sue 54 pagine con le 231 dedicate alla Strategia energetica nazionale (Sen), anch’essa in consultazione pubblica –, prodotta con l’obiettivo di «fornire un inquadramento generale dell’economia circolare nonché di definire il posizionamento strategico del nostro paese sul tema, in continuità con gli impegni adottati nell’ambito dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, in sede G7 e nell’Unione Europea», come spiegano i ministri Galletti e Calenda presentando il documento.

Queste pagine hanno il merito di mettere in fila molti dati essenziali per la competitività economica e la tutela ambientale del Paese, spesso e ingiustificatamente snobbati. «Con una popolazione mondiale di più di 9 miliardi di persone prevista per il 2050 e la rapida crescita economica dei paesi in via di sviluppo – si legge – la domanda di risorse naturali, in particolare di materie prime, si prevede continuerà a crescere in maniera esponenziale nei prossimi decenni». Per questo l’Italia, paese «povero di materie prime ma tecnologicamente avanzato per la salvaguardia delle risorse naturali e da sempre abituato a competere grazie ad innovazione e sostenibilità, deve necessariamente muoversi in una visione europea di transizione verso un’economia circolare, sfruttare le opportunità e farsi promotrice di iniziative concrete».

I risultati fino ad oggi conseguiti pongono l’Italia in una posizione di vantaggio rispetto ai propri principali competitor: come ricorda il documento governativo, i flussi di materia che alimentano l’economia nazionale (misurati in Dmc, ovvero Consumo materiale domestico) sono oggi tra i più bassi tra i Paesi Ue e G7, pari «a circa 10 tonnellate pro capite», ovvero meno di Cina e Brasile e vicino ai livelli rilevati dall’Onu in Asia-Pacifico, America Latina, Caraibi, e Asia occidentale, ma pur sempre oltre il triplo delle 3 tonnellate/anno procapite dell’Africa. Un «importante risultato» dovuto però, oltre alla crescita nella produttività delle risorse documentata da Eurostat, anche «alla congiuntura economica negativa internazionale». In altre parole l’industria italiana con la crisi ha perso il 17% del valore aggiunto e 660mila occupati, e naturalmente al contempo ha consumato minori materie prime.

Ciò non toglie i traguardi tagliati e le grandi potenzialità intrinseche al Paese. Il paradosso è che si tratta di risultati conseguiti dalle aziende nazionali senza una chiara politica industriale alle spalle, e anzi all’interno di un quadro normativo che sovente complica le cose alle aziende dell’economia circolare.

Il documento “Verso un modello di economia circolare per l’Italia”, sul quale adesso gli stakeholders sono chiamati dal governo ad esprimersi, riuscirà a colmare quest’enorme lacuna? Purtroppo no, almeno al momento. Nel testo si mettono in fila molti degli elementi necessari per sprigionare le potenzialità dell’economia circolare in Italia: dall’ecodesign, con la volontà di «produrre solo quello che si può “ricircolare”», a una sfilza di strumenti regolatori (quali restrizioni o divieti di estrazione e di consumo, standard per materiali riciclati, etc.) e strumenti economici (tasse su materiali vergini o prodotti o attività di smaltimento e incenerimento dei rifiuti, tasse differenziate sulla base del contenuto di prodotto riciclato, sostegno pubblico alla creazione di processi di simbiosi industriale, etc.).

Neanche uno di tali obiettivi viene però declinato concretamente, individuando (o immaginando) la temporalità con la quale dovrà essere conseguito, le fonti di finanziamento e gli strumenti di controllo. D’altronde, non è questo lo scopo con il quale nasce il documento, che rappresenta esplicitamente «un tassello importante per l’attuazione della più ampia Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, contribuendo in particolare alla definizione degli obiettivi dell’uso efficiente delle risorse e di modelli di produzione più circolari e sostenibili». Una (utile) rassegna di idee dunque, ma ancora nessuna volontà dal parte del Governo di governare la transizione.

Anche il Parlamento, al momento, si muove sulla stessa falsariga: la commissione Ambiente del Senato ha appena «adottato una risoluzione che rappresenta un importante contributo per modificare l’attuazione del piano d’azione Ue per l’economia circolare», come spiega il capogruppo Pd Stefano Vaccari. Tra i passaggi più importanti si «sottolinea la necessità di prevedere forme di fiscalità maggiormente favorevoli per i materiali e i manufatti derivanti da riciclo e un aumento delle forme di agevolazione fiscale nell’ambito di quelle già previste dalla legge di stabilità 2017 (Piano industria 4.0)». Bene dunque, ma anche in questo caso non sono le idee a mancare – come testimonia da ultimo la pdl sugli Incentivi fiscali per favorire la diffusione dei prodotti in materiale riciclato –, ma la stesura di leggi e normative coerenti da parte delle istituzioni, possibilmente stanziando risorse economiche adeguate a non farle rimanere lettera morta.