Grande mondo, piccolo pianeta: 5 punti per la sopravvivenza umana nell’Antropocene

S.O.S: dalla sostenibilità uno spazio sicuro ed equo per l'era degli umani

[6 aprile 2016]

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Agli inizi di quest’anno sulla prestigiosa rivista “Science” è stato pubblicato un ulteriore importante paper sull’Antropocene, l’era degli umani. Il paper illustra le motivazioni scientifiche per procedere ad indicare questo nuovo periodo geologico (che fu proposto originariamente dal premio Nobel Paul Crutzen nel 2000) nella scala geocronologica del nostro pianeta, perché caratterizzato dal profondo intervento umano sui sistemi naturali, i cui effetti sono ritenuti equivalenti a quelli prodotti dalle grandi forze geofisiche che hanno modellato e plasmato il nostro pianeta nei suoi 4.6 miliardi di anni di vita (Waters C. et al., 2016, The Anthropocene is functionally and stratigraphically distinct from the Holocene, Science, 351, DOI:10.11.1126/science.aad2622). Gli autori del paper sono autorevoli scienziati che fanno parte anche del gruppo di lavoro sull’Antropocene della Commissione stratigrafica internazionale nell’ambito dell’International union of geological sciences (Iugs) che dovrà poi fornire la decisione sull’accettazione o meno dell’inserimento formale dell’Antropocene nel Geological time scale della Terra.

Nel 2015 uno dei componenti del gruppo di lavoro sull’Antropocene, il noto ecologo Erle Ellis della Maryland university ha pubblicato un interessantissimo paper, definito “l’Ecological society of America centennial paper” proprio perché l’Ecological society of america – la più ampia e diffusa organizzazione di ecologi professionisti al mondo – nel 2015 ha compiuto i suoi 100 anni. Il paper fornisce un’ampia e accurata analisi delle conoscenze e delle sfide per l’ecologia in una dimensione della biosfera ormai antropogenica (vedasi Ellis E., 2015, Ecology in an Anthropogenic Biosphere, Ecological Momograph 85 (3); 287 – 331).

Nel mondo degli studiosi della Global sustainability la riflessione e la ricerca su come agire per ottenere una concreta sostenibilità del nostro sviluppo, in una dimensione ormai chiaramente antropogenica, è diventato l’obiettivo centrale della teoria e della prassi delle visioni interdisciplinari su questi temi affascinanti e complessi, tanto che ormai esiste anche un programma internazionale dedicato proprio ai “semi” per un buon Antropocene.

Uno straordinario punto della situazione e delle conoscenze sin qui acquisite viene fatto in maniera veramente brillante dall’ottimo volume che Johan Rockstrom ha dedicato a questi temi fondamentali per il futuro di noi tutti, con le belle fotografie di Mattias Klum, fotografo di fama internazionale che lavora anche per il National Geographic: “Grande mondo, piccolo pianeta”, la cui edizione italiana è stata da me curata e pubblicata dalle meritorie Edizioni Ambiente.

Johan Rockstrom, direttore del prestigioso Stockholm resilience centre, professore di Global sustainability all’università di Stoccolma e leader dei programmi internazionali di ricerca riuniti sotto l’egida dell’International council for science, in Future Earth, research for Global sustainability, tra i vari testi pubblicati è stato anche autore con Anders Wijkman dell’importante rapporto al Club di Roma “Natura in bancarotta” (edizioni Ambiente, edizione italiana sempre curata da me) pubblicato nel 2012.

Mi permetto di riassumere in 5 punti i grandi filoni che stanno caratterizzando le ricerche di Global sustainability brillantemente sintetizzate da Johan Rockstrom nel suo libro:

  1. la consapevolezza che il periodo che stiamo vivendo è caratterizzato da uno straordinario  impatto che una singola specie, quella umana, ha nei confronti di tutti i sistemi naturali della Terra da cui deriviamo e dipendiamo, tanto che, come già ricordato e illustrato in tanti altri articoli delle mie rubriche su “Greenreport”, la comunità scientifica internazionale ci indica che siamo in un nuovo periodo geologico, definito Antropocene proprio perché gli effetti dell’intervento umano nei confronti dei sistemi naturali del pianeta sono equivalenti a quelli delle grandi forze geofisiche che hanno modificato e plasmato la Terra stessa nei suoi 4.6 miliardi di anni di esistenza. Questo nuovo periodo modifica profondamente quegli equilibri dinamici ambientali e climatici che ci sono stati negli ultimi 11.000 anni, da quando l’umanità ha avviato la rivoluzione agricola e ha consentito al genere umano di giungere ai livelli di civiltà che oggi conosciamo, livelli che sono oggi a rischio paradossalmente a causa del nostro intervento;
  2. la presenza umana sulla Terra può essere garantita in uno spazio sicuro ed operativo (S.O.S. – Safe and Operating Space) entro il quale è necessario mantenersi senza oltrepassare i confini planetari (oggi la comunità scientifica internazionale ne ha individuati nove, come abbiamo più volte illustrato nelle pagine di questa rubrica, tra di loro ovviamente sinergici, che sono: l’integrità della biosfera, il cambiamento climatico, il ciclo dell’azoto e del fosforo, il cambiamento nell’uso dei suoli, l’utilizzo globale di acqua, la riduzione della fascia di ozono, la diffusione degli aerosol atmosferici, l’acidificazione degli oceani, le nuove entità chimiche di origine antropogenica) oltre i quali non è più garantita la stabilità delle società umane e si rischiano effetti realmente devastanti sulle nostre comunità e sulla natura stessa che ci supporta;
  3. questo S.O.S., questo spazio sicuro ed operativo per l’umanità indicato dai confini planetari, i limiti biofisici da non oltrepassare, deve essere anche equo e deve quindi rispettare le fondamenta sociali che costituiscono la base della dignità di ogni singola vita umana, e diventa perciò uno spazio sicuro ed equo per l’umanità, basato su almeno 11 elementi ritenuti indispensabili (salute, cibo, acqua, reddito, istruzione, energia, lavoro, parità di genere, equità sociale, diritto di espressione, resilienza) come indica Kate Raworth che opera sulla sostenibilità nelle università di Cambridge e Oxford. La sostenibilità ci indica quindi le opzioni che sono disponibili per tutti noi, per far sì che la nostra azione si svolga in uno spazio sicuro ed equo per l’umanità e che quindi non sorpassi quello che potremo definire un “soffitto” biofisico né quello che potremo definire un “pavimento sociale”. Questo cerchio ci indica la dimensione nella quale dovrebbe muoversi lo sviluppo economico umano ed assomiglia molto a quello di una ciambella, da qui il nome di “economia della ciambella” come viene indicata dalla Raworth (Doughnut economics). Quindi se c’è un “soffitto” biofisico per lo sviluppo umano sulla Terra, costituito dai “confini planetari” allora deve esserci anche un “pavimento” sociale. Il “pavimento” sociale è rappresentato proprio dal diritto umano universale di accedere alle risorse, agli ecosistemi, allo spazio atmosferico, a un clima stabile, oltre che dalle dimensioni dell’equità, della dignità, della resilienza, e altri fattori che sono associati a una buona qualità di vita.
  4. applicare la sostenibilità vuol dire agire con grande equilibrio, facendo il possibile per mantenere alto il livello delle capacità di resilienza (tema sul quale ci siamo lungamente soffermati nelle pagine di questa rubrica da diversi anni) dei nostri sistemi sociali ed ecologici (cioè quelle capacità che consentono di subire pressioni e perturbazioni, ma mantenendo sempre in salute e vitalità le capacità di reazione) e di tenere molto basso il livello di rischio che può condurre i sistemi naturali e le comunità umane a una forte vulnerabilità oltrepassando così dei punti critici ed entrando in situazioni ingovernabili. La sostenibilità applicata, in sostanza, si traduce nel mantenimento dei livelli di resilienza e nell’evitare il più possibile situazioni di rischio che conducono all’incremento della vulnerabilità;
  5. applicare la sostenibilità vuol dire quindi operare per concretizzare i semi per un buon Antropocene. Ci troviamo ormai in questa dimensione mai raggiunta dal genere umano di profonda modificazione dei sistemi naturali dell’intero pianeta, ma possiamo adoperarci per avviare percorsi sostenibili che modifichino le vecchie visioni culturali, economiche e sociali che ci hanno condotto in questa situazione. L’Agenda 2030 Onu con i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, approvata da tutti i paesi del mondo nella sessione speciale dell’ultima Assemblea generale Onu dello scorso settembre, rappresenta una straordinaria opportunità per imboccare la strada verso la sostenibilità e non è un caso quindi che anche in Italia, grazie alla straordinaria spinta di un esperto di fama internazionale come Enrico Giovannini, sia nata l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis).

Invito veramente tutti alla lettura del volume di Johan Rockstrom “Grande mondo, piccolo pianeta” (Edizioni Ambiente) che ritengo la migliore illustrazione divulgativa della Global sustainability presente oggi nell’editoria italiana. Un libro fondamentale per chiunque voglia diventare protagonista del cambiamento indispensabile per affrontare l’immediato futuro.