La green economy come politica di transizione verso la sostenibilità

Come Keynes può rendere coerenti il rispetto dell’ambiente e lo sviluppo (anche) economico

[30 maggio 2014]

La persistenza della crisi economica nei paesi più avanzati ha stimolato negli ultimi tempi un rinnovato dibattito sul rapporto tra crescita economica e degrado ambientale. La fase recessiva in cui le maggiori economie occidentali si trovano intrappolate ha messo in luce la necessità di rimettere in moto il meccanismo della crescita, rivalutando le posizioni di tipo keynesiano e  il ruolo portante che per esse riveste la spesa pubblica in sostegno agli investimenti. Il keynesismo però continua ad avere ancora molti detrattori, non solo tra gli economisti neoclassici, convinti che vi siano pur sempre delle capacità di autoregolazione del mercato, ma anche tra i maggiori ecologisti, che mettono in guardia da politiche finalizzate a una sorta di “obiettivo indiscriminato della crescita”, non compatibile con le ragioni della salvaguardia ambientale.

Per quanto apprezzabile per la sua capacità di contrastare i fenomeni di stagnazione, un autorevole fronte ecologista afferma – come si legge nel recente confronto su greenreport tra Joan Martinez Alier e Robert Skidelsky – che «il keynesismo si è tramutato in una dottrina della crescita economica a lungo termine insieme ai modelli di Harrod-Domar degli anni Cinquanta e Sessanta. Una dottrina metafisica dell’eterna crescita economica, senza alcuna attenzione rivolta alla scarsità delle risorse fisiche e all’inquinamento». Questa contrapposizione non dà tuttavia conto di tutta una serie di approcci interpretativi che sempre più spesso vanno a collocarsi al di fuori dei tradizionali recinti accademici, e che in maniera crescente stanno alimentando il dibattito sul rapporto tra crescita economica e degrado ambientale.

Lo sviluppo di una spiccata sensibilità per l’interconnessione tra equilibri economico-sociali ed equilibri ambientali, e l’attenzione per la dimensione politica dei problemi, sono diventati tratti caratteristici di un’area di green economics nella quale gli aspetti concettuali della questione ambientale hanno assunto una netta priorità rispetto ai formalismi accademici. In questo ambito, la visione dello “sviluppo sostenibile”, che prefigura non solo il rispetto dei vincoli ambientali, ma anche il soddisfacimento di quelli economici nel rispetto dell’equità sociale, ha acquisito una forte preminenza, mettendo in discussione il classico dibattito in cui la crescita economica rappresenta l’oggetto del contendere.

Nell’orizzonte dello “sviluppo sostenibile” la crescita economica tout court appare una componente di rilievo insufficiente, a meno di non specificare le caratteristiche del sistema produttivo da cui essa origina e la compatibilità di quest’ultimo con i vincoli che lo sviluppo sostenibile pone.

Non si tratta di stabilire quanto, ma come il sistema economico debba crescere o, per meglio dire, possa assumere uno stato che assicuri determinati equilibri socio-economici e ambientali. E si tratta con tutta evidenza di un obiettivo tanto complesso da richiedere la messa in campo non già di una ricetta, ma di una pluralità di strumenti e di politiche flessibili e coordinate.

Questo spiega perché anche sul fronte del “che fare” una parte consistente di studi recenti abbia inteso sviluppare il concetto di politica di transizione (transition policy) e cioè l’idea che bisogna far ricorso a un insieme di politiche che mettano il sistema economico nella condizione di realizzare quel cambiamento strutturale (o in altri termini un cambiamento di base del paradigma della produzione e del consumo) coerente con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile.

Con un simile mutamento di prospettiva il rapporto tra questione ambientale e crisi economica si colloca sotto una nuova luce: una forte e radicale ricomposizione della domanda aggregata, quale è quella che verrebbe indotta dalla complessiva trasformazione del sistema della produzione e del consumo in chiave ambientale, consentirebbe infatti di dare un forte impulso alla stagnante dinamica del reddito. Si tratta però, a questo punto, di stabilire quali debbano essere gli spazi del mercato e quali quelli dell’intervento pubblico nel corso della transizione.

Una volta riqualificato il concetto di crescita economica, diventa in altri termini importante riqualificare le posizioni di fondo delle policies, e di qui riesaminare il ruolo e la validità di politiche di tipo keynesiano, non solo in contrapposizione alle tradizionali visioni mainstream che si affidano alla capacità di autoregolazione mercato, ma anche, e soprattutto, in relazione allo specifico ruolo che tali politiche possono svolgere nel generare quegli investimenti necessari per attuare la transizione, e che mai avrebbero luogo in un contesto di mercato.

Elevato impegno finanziario e incerta redditività futura degli investimenti, sono caratteristici dei grandi salti tecnologici che hanno segnato nella storia il cambiamento dei paradigmi produttivi. Ce lo ricorda nel suo recente Entrepeneurial State l’economista Mariana Mazzucato, sottolineando come, in tutti questi casi, il ruolo dell’intervento pubblico sia stato decisivo.

Un ruolo non di semplice “facilitatore” dei meccanismi di mercato, ma di forte e significativa presenza nell’attività di investimento. E la green economy non fa eccezione – sottolinea Mazzucato – ma anzi rappresenta uno di quei salti paradigmatici delle economie avanzate a cui bisogna guardare con attenzione.

In questa chiave l’opzione delle politiche keynesiane può riacquistare nuovo vigore, rendendo coerenti rispetto dell’ambiente e sviluppo economico, nel segno di un reale superamento della crisi e mandando magari in soffitta un’ormai logora concezione di crescita economica.