Dalla Fondazione Symbola il rapporto L’Italia in 10 selfie 2017

Green economy, eccellenza senza timone: in Italia il 43,9% dei nuovi posti di lavoro è qui

Ma il punto debole rimane il solito, la mancanza di una stabile e proficua strategia nazionale di sviluppo

[10 gennaio 2017]

lavoro-green-economy-italia

Anche il 2017 per il Bel Paese si apre all’insegna dell’incubo lavoro: mentre nell’area euro il tasso di disoccupazione comunicato da Eurostat tocca 9,8%, il più basso da luglio 2009, in Italia lo stesso risale all’11,9%: è il dato peggiore dell’Ue dietro alla Spagna (dalla Grecia non sono disponibili dati), e a soffrirne in misura maggiore sono ancora una volta i giovani. Sia nella fascia d’età 15-24 anni, dove su base annua i disoccupati sono cresciuti dell’1,6% (e gli occupati sono rimasti stabili), sia tra i 25-34enni, per i quali la disoccupazione è cresciuta dell’1,8% e l’occupazione diminuita dello 0,5%. L’unica fascia d’età in cui l’occupazione avanza in modo apprezzabile (+2,1% in un anno) rimane quella dei 50-64enni.

Dove guardare per scorgere uno spiraglio di speranza? «Per rilanciare l’economia e affrontare le sfide del mondo dobbiamo guardare ai nostri punti di forza, senza mai dimenticare i nostri mali antichi e i tanti problemi di oggi. Possiamo ripartire da un’Italia che guarda con fiducia al futuro – spiega il presidente di Symbola Ermete Realacci nelle premessa di L’Italia in 10 selfie 2017 della Fondazione Symbola, pubblicata ieri – perché non rinnega la propria anima. Un’Italia competitiva anche grazie alla coesione, alla cura del capitale umano, al rapporto forte con i territori e con le comunità. L’Italia può essere un avamposto di quell’economia più forte e insieme più sostenibile e a misura d’uomo che emerge dall’Accordo di Parigi, confermato alla Cop22 di Marrakech, sul clima».

Vista da questa prospettiva, l’Italia abbonda di possibilità, dove la manifattura di qualità riveste un ruolo primario. L’Italia è uno dei cinque paesi al mondo che vanta un surplus manifatturiero sopra i 100 miliardi di dollari (103,8 nel 2015), ricorda il rapporto Symbola, con eccellenze dal comparto dei macchinari a quello del legno arredo, fino a mostrarsi «leader in Europa nell’efficienza di energia ed emissioni» come anche «nell’economia circolare». Sono «oltre 385 mila le aziende italiane (26,5% del totale dell’industria e dei servizi, nella manifattura addirittura il 33%) che durante la crisi hanno scommesso sulla green economy – che vale 190,5 mld di € di valore aggiunto, il 13% dell’economia nazionale», con la green economy che «fa bene anche all’occupazione. Nel 2016 le imprese che investono green assumono di più: 330 mila dipendenti, pari al 43,9% del totale delle assunzioni, stagionali e non stagionali, previsti nell’industria e nei servizi».

Il punto debole del sistema-Paese che fa perno sull’economia verde rimane il solito, la mancanza di una stabile e proficua regia nazionale che sappia mettere a rete un insieme di eccellenze sì presenti, ma puntiformi. Senza un orizzonte condiviso non si può che procedere a tentoni, sobbalzi e marce indietro. Come quella testimoniata nei giorni scorsi dall’Istat nel report sugli investimenti per la protezione dell’ambiente delle imprese industriali, diminuiti (dati 2014) per «il secondo anno consecutivo, con un calo del 19,7% rispetto all’anno precedente, a fronte di un aumento del 6,5% degli investimenti fissi lordi complessivi», fermandosi a circa «1,1 miliardi di euro».

Il risultato finale non può che rimanere un Paese bloccato, nonostante la green economy si mostri di per sé frizzante. Come osservava già un paio di millenni fa Seneca, nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuol approdare. La nota positiva è che non è mai troppo tardi per iniziare a rifletterci: il ministero dell’Ambiente ha appena pubblicato il documento che fa il punto sul posizionamento italiano rispetto ai 17 Obiettivi globali di sviluppo sostenibile individuati in sede Onu e – nonostante la performance nazionale sia tutt’altro che esaltante – questa di per sé è già una piccola, buona notizia. Ora manca una Strategia nazionale progettata per colmare davvero il divario.