Green economy o economia circolare, una chimera?

Malthus e la crisi dell’ambientalismo “istituzionale”. Ci salveranno Mercalli, Pallante e Latouche?

[4 ottobre 2017]

Riceviamo e pubblichiamo. Le opinioni e i giudizi espressi dall’autore non rappresentano necessariamente la posizione della redazione

 

Il ministro dell’Ambiente Clini promosse per il 7 – 8 novembre 2012, durante la Fiera di Ecomondo a Rimini, un evento nazionale unitario delle numerose e diversificate imprese ed organizzazioni di imprese, riconducibili ad attività economiche con rilevante valenza ambientale.

Il ministro annunciava alla stampa che “questa piattaforma programmatica verrà presentata alle istituzioni, agli operatori del settore e alla società civile, sottolineando che “la crisi mondiale in corso ha accelerato la convinzione che il modello economico dominante ha fallito su tutti i fronti. Povertà, fame, inquinamento, cambiamenti climatici, conflitti sociali sono sotto gli occhi di tutti: è quindi necessario cambiare radicalmente il paradigma dell’economia.

La crisi mondiale è pertanto un ‘occasione irripetibile per promuovere, insieme, un nuovo orientamento generale dell’economia italiana, una green economy appunto, per aprire le porte a nuove possibilità di sviluppo, durevole e sostenibile.”

Approfittando di questo evento importante scrissi sul mio blog (agosto del lontano 2012) un articolo in cui cercavo di dimostrare che la economia circolare o green economy era una chimera, ovvero un desiderio dell’industria impossibile da realizzare, specialmente se non viene affrontato e risolto il problema di fondo della crescita esponenziale della popolazione umana.

I gruppi di lavoro previsti nell’evento erano otto, e dovevano definire il “programma di sviluppo della green economy per far uscire l’Italia dalla crisi”. Mancava tuttavia, non considerato per ragioni recondite, un nono punto ovvero la decrescita della popolazione umana.

Nell’articolo del 2012 cercavo quindi di dimostrare l’importanza fondamentale di questo nono punto.

Da quando il reverendo Malthus pubblicò nel 1798 il suo famoso “Saggio sul principio di popolazione” che influenzò, tra l’altro, la teoria dell’evoluzione per selezione naturale di Darwin e Wallace, il mondo della politica e dell’economia entrò in fibrillazione.

La storia si può fare iniziare negli anni Sessanta del secolo passato. La popolazione mondiale aumentava, e il cibo non era sufficiente? La fame e la povertà incombevano? Il problema viene, o meglio si crede che venga risolto definitivamente, intensificando le attività agricole su zone già coltivate o ampliando la coltivazione anche in aree ambientalmente meno adatte.

E’ la Green Revolution, la Rivoluzione verde . “A dispetto del nome, di verde aveva ben poco: si trattava infatti di un programma per incentivare l’agricoltura intensiva, l’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici e il ricorso a semi ibridati”. Purtroppo i politici le industrie i tecnici che hanno voluto queste innovazioni non hanno tenuto conto delle preoccupazioni dei soliti ambientalisti che pronosticavano sul periodo medio-lungo l’innesco di fenomeni di salinizzazione, desertificazione, degrado del suolo per erosione comportando la perdita di terreni estesi nei quali sono stati compiuti anche ingenti investimenti.

Il risultato di questa rivoluzione nell’agricoltura? Dai dati dell’Unep – United nations environmental programme- risulta “che dei circa 5 miliardi di ettari utilizzati in agricoltura in aree semi aride o prospicienti ai deserti, ben il 70% circa di questi è già degradato e gran parte soggetta a desertificazione o è a forte rischio”.

Non si è voluto tener conto della teoria “cupamente pessimistica” di Malthus. L’incremento demografico è sempre più rapido di quello dei mezzi di sussistenza e la povertà e la fame sono destinati fatalmente ad espandersi. In più si deve aggiungere l’ignoranza di fondamentali leggi ecologiche. La natura non si può piegare indefinitivamente ai bisogni umani.

Siamo negli anni Novanta, i problemi sociali e ambientali sono in crescita e in tanti versi risultano drammatici per i cambiamenti climatici che, tra l’altro, non vengono attribuiti a cause antropiche, e spesso negati.

Il problema della riduzione delle nascite è ancora sottovalutato o addirittura negato. E’ invenzione dei soliti ecologisti catastrofisti. Ho sentito spesso destra e sinistra affermare che il cibo basterebbe per tutti, occorre però una equa distribuzione. In un certo senso è pur vero, ma fino a quando? Mi ricorda un po’ la storiella del serpente affamato che si mangia la coda

Siamo arrivati alla conferenza mondiale di Rio del 1992 dove si “fa propria la concezione tripartita dello sviluppo sostenibile, concezione che coniuga tutela ambientale, sviluppo economico ed eliminazione della povertà in un equilibrato sviluppo sociale come condizioni fondamentali ed interconnesse”. La popolazione umana – si teorizza – non può non svilupparsi, nel numero e nel mantenimento dei suoi bisogni, basta però che questo sviluppo-crescita umano sia compatibile con l’ambiente, perché le generazioni future – in continua crescita esponenziale – hanno il diritto di godere delle risorse naturali.

Ma di quali risorse i nostri figli e nipoti potranno godere se in tempi non lunghissimi “ci troveremo di fronte al limite delle capacità umane di sfruttare il nostro pianeta” ( U.Bardi – La Terra svuotata) le cui risorse sono finite? Forse si inventerà una nuova rivoluzione trasferendoci in un altro pianeta, come nel divertente film Pianeta verde? Ma si è notato, detto tra parentesi, che nel film non compaiono mai animali, non vola un uccello in cielo? E’ un brutto segno.

Nel terzo millennio si afferma, dopo molte perplessità, la eco-economia o green economy . In verità questa possibilità era stata teorizzata dall’economista romeno Georgescu negli anni 60-70. Questa teoria “Bioeconomica” non era per nulla incline “ai facili compromessi legati alle teorie dello sviluppo sostenibile o durevole che hanno affascinato i cultori della economia ecologica in questi anni”. Ci ha messo tuttavia qualche decennio per essere presa in considerazione. Ma c’è voluta la crisi mondiale con il calo in picchiata di produzione e consumi, cioè della crescita economica e del famigerato PIL.

Ma, in verità, il grande problema (la madre di tutti i problemi ambientali) è la crescita demografica della specie umana, e quindi dei suoi consumi e relativi rifiuti. Al proposito Stephen Meyer afferma che “senza un immediata riduzione del 95 per cento della popolazione umana (un pensiero che ci fa inorridire) non possiamo cambiare l’attuale corso degli eventi, cioè la scomparsa della natura selvaggia”. Meyer è un biologo e la sua preoccupazione principale è la tutela della biodiversità. Conosce pertanto bene come evoluzionista che le popolazioni viventi crescono diminuiscono scompaiono in rapporto soprattutto alla disponibilità di cibo. A meno che non sopravvenga una catastrofe naturale come l’impatto di un meteorite con la Terra.

Dunque, uno dei fattori determinanti dei problemi ambientali e sociali del nostro pianeta deriva dalla crescita demografica. Non fa bene all’economia, né quella tradizionale né quella verde.

Di questo cronico problema nessuno ne parla, sebbene tutti lo temono. E’un tabù che più presto possibile occorre superare.

Così scrivevo nell’articolo di 6 anni fa. Clini, come è noto, non poté realizzare il suo programma di Rimini, e il problema assillante di uno sviluppo sostenibile supportato da una economia alternativa si ripropone assillante. Nel frattempo la green economy è diventata economia circolare, che imita cioè la natura nei suoi cicli fondamentali. Le associazioni ambientaliste sono in fibrillazione nuovamente, ma vivono ahimè una crisi identitaria, una diminuzione di iscritti (dimezzati in pochi anni), un bilancio in rosso preoccupante.

Così scrive F.Balocco in Il Fatto Quotidiano del 24 sett, 2017: “Delle associazioni storiche, il Wwf per ragioni di costi ha dovuto chiudere le sedi locali, Italia Nostra vivacchia, Legambiente sopravvive grazie alle sponsorizzazioni, garantite anche dal fatto che essa ha sempre gravitato in una certa area politica. Ma le sponsorizzazioni ne limitano anche la libertà di azione“*.

Che fare dunque, si interrogano le associazioni che “contano”? Greenpeace avverte che “L’economia circolare è sulla bocca di tutti, ma dietro questa bella etichetta si nasconde il sogno impossibile dell’industria che la circolarità possa risolvere il problema di un consumo eccessivo di risorse. In ogni caso dobbiamo consumare meno perché il riciclo al 100 per cento è una chimera”.

il Wwf invece prende spunto dal volume dell’ economista di turno Kate Raworth, che scopre l’acqua calda, cioè che La grande sfida del nostro secolo è riuscire a soddisfare i bisogni di tutti stando nei limiti del nostro pianeta”. L’associazione quindi non è più per il Pianeta ma per il genere umano e lancia il manifesto-appello per uno Spazio Operativo e Sicuro (S.O.S.) che impegna chi lo sottoscrive “a dare operatività agli accordi della comunità internazionale, in particolare per quanto riguarda l’applicazione dell’Agenda 2030 e dell’Accordo di Parigi; a contribuire all’attuazione della Strategia nazionale per lo Sviluppo Sostenibile presentata all’High Level Political Forum delle Nazioni Unite lo scorso luglio”. Obiettivi che prevedono tra l’altro di agire a favore dell’eliminazione dell’utilizzo dei combustibili fossili come fonti energetiche, favorendo così i processi di de-carbonizzazione della nostra economia.

Insomma Il documento, lanciato durante l’Aurelio Peccei Lecture 2017, impegna a riconoscere la centralità del capitale naturale (risorse naturali, biodiversità, ecosistemi e loro servizi) come base essenziale per il nostro benessere, e invita ad impegnarsi ad avviare processi produttivi che imitino i processi circolari della natura. Obiettivi impegnativi ma indispensabili, che potranno essere sottoscritti in calce al manifesto da istituzioni, aziende e organizzazioni. Tra i primi firmatari il Wwf segnala aziende come Barilla, Mutti, Novamont, Sofidel, Unilever Italia e Wind Tre (Greenreport 12 sett, 2017).

In realtà se l’obiettivo di Rimini per uscire dalla crisi italiana e mondiale era di cambiare il modello di economia; adesso davanti al degrado ambientale, al problema dei cambiamenti climatici, all’immigrazione, alla povertà, alla deforestazione, ai conflitti sempre più gravi si scopre l‘economia circolare che imita i processi circolari della natura, e la Strategia dello Sviluppo Sostenibile. Ma è possibile che ancora si pensi a questa “ecologia superficiale” della politica anni ‘80 dell’ambientalismo, che ignora o fa finta di ignorare le contraddizioni di base della nostra società’ ? Altro che sviluppo e sviluppo sostenibile che già il Club di Roma aveva messo in discussione nel 1972 (“I limiti dello Sviluppo”). Oggi l’unica strategia possibile è cambiare stili di vita, ed è possibile solamente partendo dalle realtà locali, dai comuni virtuosi, laboratori dove si sperimenti un nuovo rapporto uomo-natura. Rapporto che deve tener conto anche e soprattutto della crescita esponenziale della popolazione mondiale . Ripensare Malthus insomma.

L’ambientalismo istituzionale, e le proposte che lancia, non sembra proprio più credibile, specialmente nelle nuove generazioni. Oggi le voci credibili in campo ambientale, e cito ancora l’articolo interessante di F. Balocco, “sono di singoli, più che di associazioni, cito Luca Mercalli e Maurizio Pallante a livello italiano, cito Serge Latouche a livello mondiale. Singole voci che però riescono, almeno loro, a smuovere le coscienze e a fare adepti. Quello che l’ambientalismo istituzionale non riesce più a fare”.

di Paolo Abbate, attivista Wwf e Italia Nostra Cilento 

 *A quanto risulta alla redazione di greenreport.it, le iscrizioni a Legambiente sono stabili. Basta leggere senza pregiudizi i documenti, i comunicati quotidiani e il bilancio economico di Legambiente, e seguire le sue attività territoriali, per capire che non esiste la cinghia di trasmissione – col PD? – che evidentemente Balocco immagina le consenta di ricevere le sponsorizzazioni.