Crescono le eccellenze ambientali italiane, ma manca una politica in grado di fare sistema

GreenItaly, 2,9 milioni di posti di lavoro verdi in attesa di regia

Realacci: «Emerge con sempre maggiore forza la necessità di un’economia più sostenibile e a misura d’uomo, e per questo più forte e competitiva»

[24 ottobre 2017]

L’aggiornamento del rapporto GreenItaly rappresenta forse la più preziosa occasione per godere, ogni anno, di una buona dose d’ottimismo riguardo alle enormi possibilità di sviluppo sostenibile che racchiude l’Italia. L’edizione 2017 del documento – elaborato da ormai otto anni dalla Fondazione Symbola insieme a Unioncamere –, presentata oggi a Roma, non fa eccezione.

Infonde fiducia (ri)scoprire un Paese dove le singole eccellenze in fatto di green economy non mancano, ma anzi crescono di anno in anno contribuendo non solo a migliorare il bilancio ambientale della nazione, ma anche a irrobustirne economia e società – ad esempio attraverso i 2 milioni 972mila green jobs (ossia occupati che applicano competenze ‘verdi’, il 13,1% dell’occupazione complessiva nazionale) conteggiati nel rapporto partendo da un’analisi dei microdati dell’indagine Istat sulle forze di lavoro.

In GreenItaly ambiente ed economia si mostrano così come realmente sono, continuamente intrecciati. Pescando dagli ultimi dati Eurostat si mostra come le imprese italiane, con 256 kg di materia prima per ogni milione di euro prodotto si piazzano seconde in questa particolare classifica tra le grandi economie comunitarie, dopo il Regno Unito (223 kg); allo stesso modo si sottolinea il miglioramento che conseguito dalle imprese italiane dal 2008 al 2016, passando da 16,6 a 13,7 tonnellate di petrolio equivalente necessarie per milione di euro, piazzandosi oggi seconde tra le grandi economie Ue – anche in questo caso – solo all’Uk.

«Emerge con sempre maggiore forza la necessità – commenta il presidente della Fondazione Symbola Ermete Realacci – di un’economia più sostenibile e a  misura d’uomo, e per questo più forte e competitiva.  Per andare in questa direzione occorre un’economia che incroci  innovazione e qualità con  valori e coesione sociale; ricerca e tecnologia con design e bellezza, industria 4.0 e antichi saperi. La green economy è la frontiera più avanzata  per cogliere queste opportunità. È l’Italia che fa l’Italia,  che non dimentica il passato ma che è insieme innovativa e promettente oltre i luoghi comuni, in grado di affrontare le sfide del futuro, un Paese di cui andare fieri e cui dare credito».

Certo questo non significa far finta che i problemi non esistano: anche il dato più affidabile mostra solo una realtà parziale. «Si invita il lettore a soppesare l’orientamento “green” dei Paesi europei desunto dalle statistiche illustrate – si legge infatti su GreenItaly – alla luce di una serie di considerazioni». In primis, gli indicatori sull’eco-efficienza «sono fortemente sensibili alla composizione delle attività economiche dei Paesi». In secondo luogo va «tenuto conto del fenomeno delle catene globali del valore. Le GVC (Global Value Chains) infatti, tendono a smembrare i processi produttivi per “localizzare” le fasi generando veri e propri “hub” produttivi specializzati. Specie nel caso dell’industria pesante, le fasi più intensamente inquinanti tendono ad essere concentrate all’interno di alcuni confini nazionali, generalmente paesi in via di sviluppo, piuttosto che altri». Ma non solo.

Senza dimenticare l’impatto “positivo” che la crisi economica ha avuto riducendo gli impatti ambientali del nostro tessuto economico (chiudendo fabbriche e tagliando i consumi), guardando al caso specifico italiano si nota ad esempio che «in seguito all’approvazione dell’articolo 34 del Codice dei contratti pubblici, l’Italia è diventata il primo Paese europeo a rendere obbligatoria l’adozione dei Criteri ambientali minimi come elemento chiave per diffusione degli Appalti verdi nelle nostre pubbliche amministrazioni»; eppure al contempo gli acquisti verdi (Gpp) delle pubbliche amministrazioni non solo non mai realmente decollati, ma risultano in calo nel 2017; e se è vero che migliora l’efficienza energetica del Paese, al contempo sono tornate a crescere le emissioni di gas serra, e paradossi simili riguardano i flussi di materia. La produttività delle risorse naturali misurata da Eurostat migliora pur rimanendo ancora insostenibile, ma a crescere (tre volte più velocemente del Pil) è anche la produzione di rifiuti speciali, un dato tra l’altro – come ribadito dall’Ispra – incerto e sottostimato.

La scelta per il Paese – e la lettura di GreenItaly lo rende più che mai chiaro – non è quella di spaccarsi tra ottimismo ecologista o pessimismo cosmico, ma di chiedere una regia chiara alle istituzioni in grado di coadiuvare e indirizzare le spinte verso lo sviluppo sostenibile che sempre più numerose eccellenze imprenditoriali hanno già mostrato di saper capitalizzare. Un tema perfetto per la campagna elettorale già iniziata in vista del 2018, ma che nessuna tra le grandi forze politiche del Paese sembra – ancora una volta – in grado di intercettare.