La guerra dei dazi sul fotovoltaico chiama in campo gli Usa: colpita la Cina

Il Dipartimento del commercio statunitense ha imposto penalizzazioni all’import asiatico

[5 giugno 2014]

Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha imposto dazi preliminari sull’importazione dei pannelli per il solare fotovoltaico prodotti in Cina. Al momento il provvedimento è mirato, rivolgendo penalizzazioni differenziate e pari al 35,21% sulle importazioni di pannelli da Suntech Power, al 18,56% sulle importazioni di Trina Solar e al 26,89% per cento sulle importazioni di molti altri importanti produttori cinesi.

SolarWorld, il più grande produttore di energia solare degli Stati Uniti – sul mercato da quasi 40 anni – commenta entusiasta l’iniziativa. «Questa è una grande vittoria per l’industria solare degli Stati Uniti – ha dichiarato il presidente (di origine indiana) Mukesh Dulani – Attendiamo con impazienza la fine dell’interventismo illegale del governo cinese all’interno del mercato solare statunitense, e paludiamo al Dipartimento usa del Commercio per il suo lavoro a sostegno di un commercio equo».

L’accusa rivolta alla Cina è quella di mantenere artificialmente bassi i prezzi dei loro pannelli grazie a sovvenzioni statali definite «illegali», invadendo così il mercato statunitense partendo da una posizione di netto vantaggio economico. Ogni intervento o dazio finora imposto è stato eluso, e l’azione del Dipartimento rappresenta il classico bazooka messo in campo per provare a frenare in extremis il fenomeno. Curioso, da questo punto di vista, che durante lo scorso settembre fosse stata proprio la Cina ad accusare gli Usa di sovvenzioni illegali nell’ambito dell’industria fotovoltaica, minacciando a sua volta dazi.

Si tratta di una vicenda che nel complesso ricorda molto da vicino la battaglia che ha prima contrapposto sullo stesso fronte – ossia quello del fotovoltaico – l’Europa al gigante asiatico. Nonostante i tira e molla e le conferme arrivate nel tempo sull’imposizione di dazi da parte dei Vecchio Continente la Cina è riuscita ad evitare il peggio. Vedremo se anche davanti a un colosso ben più monolitico come gli Usa riuscirà a non cedere il passo; di certo c’è che il libero mercato si scopre ad ogni occhiata sempre più legato alla macchina statale, anche in quei luoghi che hanno fatto del turbocapitalismo la loro prima religione.  Basta chiudere gli occhi, a seconda delle occasioni (e delle opportunità).