I cambiamenti climatici ridisegneranno la produzione globale del cibo

A essere più colpita sarà la produzione alimentari nei Paesi a bassa latitudine, mentre le regioni con climi temperati potrebbero invece vedere impatti positivi: il commercio internazionale come “rete di sicurezza” e il ruolo del km zero

[18 settembre 2018]

I cambiamenti climatici influenzeranno l’agricoltura globale in modo non uniforme, migliorando le condizioni per la produzione di cibo in alcuni luoghi e influenzando negativamente altri, creando ovvero una serie di “vincitori” e “perdenti” lungo la strada; e anche in questo caso – secondo il rapporto sullo Stato dei mercati dei prodotti agricoli di base pubblicato ieri dalla Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura – a essere più colpita sarà la produzione alimentari nei Paesi a bassa latitudine (molti dei quali già soffrono povertà, insicurezza alimentare e malnutrizione), mentre le regioni con climi temperati potrebbero invece vedere impatti positivi con un clima più caldo in grado di aumentare la produzione agricola.

In realtà è difficile cucire addosso una prospettiva comune per contesti tanto diversi tra loro (pur col nostro clima temperato, ad esempio, le conseguenze dell’estate 2018 sull’agricoltura nel suo complesso non sono state affatto positive), ma un dato emerge sugli altri all’interno del rapporto Onu: con i cambiamenti climatici destinati ad alterare significativamente la capacità di molte regioni del mondo di produrre cibo, si prevede che il commercio internazionale di prodotti agricoli avrà un ruolo sempre più importante nel nutrire il pianeta e rispondere al riacutizzarsi della fame a causa del clima, fenomeno già in crescita ormai da tre anni. E tutto questo in un contesto che vede i tradizionali grandi esportatori di cibo – come l’Europa o gli Stati Uniti – i migliori esportatori agricoli in termini di valore, sebbene la Cina e altri Paesi in via di sviluppo insidino la loro supremazia sul campo.

«Dobbiamo garantire che l’evoluzione e l’espansione del commercio agricolo siano equi e operino nella direzione dell’eliminazione della fame, dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione – spiega il direttore generale della Fao, José Graziano da Silva – Il commercio internazionale ha il potenziale di stabilizzare i mercati e ridistribuire il cibo dalle regioni in eccedenza verso quelle deficitarie, aiutando i paesi ad adattarsi ai cambiamenti climatici e contribuire alla sicurezza alimentare».

Per rafforzare il ruolo flessibile degli scambi e renderlo in grado di sostenere i più vulnerabili «sono necessarie azioni politiche ad ampio raggio», ma la Fao sottolinea che non vi è alcun conflitto fondamentale tra gli obiettivi sui cambiamenti climatici contenuti nell’Accordo di Parigi e le regole commerciali multilaterali stabilite sotto l’egida dell’Organizzazione mondiale del commercio: possono essere anzi di reciproco sostegno. Una prospettiva che emerge con particolare forza in caso di emergenze climatiche.

Molti paesi si affidano già ai mercati internazionali come fonte di cibo per far fronte al proprio deficit, a causa degli alti costi della produzione agricola (come ad esempio negli stati con risorse limitate di terra e acqua) o quando il clima o altri disastri naturali riducono la produzione alimentare nazionale. Ad esempio, in Bangladesh, nel 2017, il governo ha tagliato i dazi doganali sul riso per aumentare le importazioni e stabilizzare il mercato interno dopo le gravi inondazioni che hanno visto i prezzi al dettaglio salire di oltre il 30%. Allo stesso modo, il Sudafrica – un produttore tradizionale ed esportatore netto di mais – ha recentemente aumentato le importazioni per attenuare l’effetto di consecutivi periodi di siccità.

È importante sottolineare che dare rilevanza al commercio internazionale del cibo come mezzo per contrastare le disuguaglianze prodotte (o accentuate) dai cambiamenti climatici non significa sminuire l’importanza del commercio e dei prodotti a km zero, dov’è possibile procurarseli con vantaggio. Come anzi indica il primo rapporto tecnico pubblicato dall’Ispra in fatto di spreco di cibo, per contrastare questa piaga ambientale, sociale ed economica in Italia è necessario «incentivare la diffusione di sistemi alimentari locali, ecologici, solidali e provenienti da piccole aziende». Conciliare questa necessità con quella di un commercio internazionale del cibo concepito come “rete di sicurezza” contro i cambiamenti climatici è una sfida rilevante per la politica nazionale e internazionale, così come lo è anche quella di limitare le – non trascurabili – emissioni di gas serra legate agli spostamenti di derrate alimentari da un Paese e un continente all’altro.

Quel che è certo è purtroppo che ad oggi non ci stiamo muovendo nella direzione giusta per farlo, come mostrano le continue minacce di guerre commerciali avanzate in primis dagli Stati uniti di Donald Trump. Anche il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti, dal Global food forum in corso a Pavia, esprime preoccupazione per la notizia diffusa in nottata secondo la quale l’Ufficio del Rappresentante commerciale statunitense ha ufficializzato i nuovi dazi aggiuntivi sui prodotti importati dalla Cina per un valore di circa 200 miliardi di dollari (il 40% delle importazioni complessive): i nuovi dazi aggiuntivi saranno del 10% ed entreranno in vigore il 24 settembre, e in assenza di un accordo con il governo di Pechino è già stabilito che saliranno al 25% dal 1° gennaio 2019.

«Come avevamo previsto, i dazi aprono la strada a nuove misure di ritorsione – afferma Giansanti – Una prolungata guerra commerciale ridurrebbe il potenziale di crescita dell’economia su scala mondiale e inciderebbe sul normale andamento dei rapporti di cambio tra le principali valute, con il risultato di alterare artificialmente la competitività delle merci. Inoltre, una prolungata guerra commerciale potrebbe modificare i consolidati mercati di sbocco. Non è affatto scontato, ad esempio, che le tensioni tra Usa e Cina si traducano in una contrazione generalizzata dell’export agroalimentare americano. È già partita infatti a Washington un’iniziativa supportata da generosi finanziamenti pubblici per trovare nuovi mercati sui quali collocare le commodity americane».