I due gradi di separazione tra economia circolare e cambiamenti climatici

Domani all'Open Day Casa dell'Ambiente, a Siena, il direttore scientifico del Kyoto club Gianni Silvestrini

[28 maggio 2015]

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Riduzione dei gas serra e promozione delle energie rinnovabili: la sfida del cambiamento climatico riporta subito la mente a questi due punti focali, ma per essere superata con successo impone il passaggio a un’economia circolare, che è molto di più. Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto club e fresco autore del libro Due gradi (Edizioni Ambiente), come recita il sottotitolo del volume si concentra proprio sulle “innovazioni radicali per vincere la sfida del clima e trasformare l’economia”. Ne parlerà domani a Siena, in occasione del 2° Open day Casa dell’Ambiente, organizzato da Sienambiente e Sei Toscana, in un incontro coordinato dal giornalista de “la Repubblica” Antonio Cianciullo e al quale parteciperanno l’esperto di economia circolare Duccio Bianchi, il presidente di Sienambiente Fabrizio Vigni, e il rettore dell’università di Siena Angelo Riccaboni. Un importante evento, cui anticipiamo un assaggio con un’intervista all’autore. 

Due gradi, oltre che il titolo del suo ultimo libro, rappresenta la soglia oltre la quale l’aumento della temperatura media globale potrebbe portare a cambiamenti climatici tali da trasformare radicalmente il mondo così come siamo abituati a viverlo. Restano ancora un obiettivo realisticamente raggiungibile? 

«Fino a due o tre anni fa la risposta a questa domanda sarebbe stata ampiamente problematica, dato l’incremento costante delle emissioni di gas climalteranti a livello globale. Oggi il quadro della situazione è cambiato: da un lato stiamo vivendo un’esplosiva diffusione di una serie di tecnologie, disponibili a costi sempre più ridotti, che hanno un impatto fortemente in grado di prefigurare uno nuovo sistema. Dalle rinnovabili ai led per l’illuminazione,  ad altri fattori che sono in via di maturazione, penso all’auto elettrica e la diffusione del car sharing. Dall’altro lato, anche grazie a questa rapida evoluzione delle tecnologie, si presenta un quadro politico-diplomatico a livello globale che è molto cambiato rispetto ad anni fa. L’Europa continua a rivestire un ruolo di leadership sul clima, ma sul tema c’è oggi un forte attivismo di Pechino e Obama».

Sotto l’attuale presidenza statunitense, gli Usa si sono però resi protagonisti anche di una diversa rivoluzione in campo energetico, con una forte espansione dello shale oil e gas.

«Questo è vero, anche se dal punto di vista delle emissioni l’avanzata dello shale gas sta contribuendo a contenere il consumo di carbone, mentre lo shale oil si inserisce all’interno di un contesto che punta all’indipendenza energetica. Ciò non toglie che l’attività politica di Obama, spesso condotta sottotraccia con diversi paesi e in primo luogo la Cina (un Paese con un livello di emissioni superiore a quelli di Ue e Usa insieme), ha portato a un accordo col gigante asiatico che rappresenta una delle più importanti novità nella lotta ai cambiamenti climatici. Stati Uniti e Cina si sono affiancati all’Europa con la volontà di ridefinire i propri obiettivi in merito: tutto questo rende plausibile un risultato positivo a Parigi, e comincia a rendere praticabile un percorso che possa permettere di non superare la soglia dei due gradi a livello globale. Un cambiamento che è già in atto». 

C’è chi ancora ribatte come durante i miliardi di anni della sua storia, il clima sulla Terra sia già cambiato più volte, e per la maggior parte del tempo è stato più caldo rispetto al XXI secolo. Perché preoccuparsene, dunque?

«Proprio se guardiamo al passato direi che dovremmo essere preoccupati perché, anche prima che l’uomo abitasse la Terra, ci sono stati periodi in cui il clima è cambiato molto rapidamente, con scostamenti di 3-4 gradi nel giro di dieci anni. A maggior ragione, ora che con la nostra attività stiamo alterando i delicati equilibri climatici, non è escluso che possa esserci una brusca accelerazione nel cambiamento del clima. Non abbiamo a che fare con variazioni lineari, ma con fenomeni di retroazione che impongono una grandissima attenzione da parte nostra: quello che faremo nei prossimi 10-15 anni sarà decisivo per le sorti dell’equilibrio del pianeta nei mille, duemila anni avvenire. Si tratta di cambiamenti irreversibili, una volta che la macchina è messa in moto. È questa la grave responsabilità che ha questa generazione: a seconda delle nostre decisioni saremo in grado di adattarci al cambiamento del clima – che comunque peggiorerà – oppure ci troveremo di fronte a conseguenze catastrofiche ed irreversibili».

Dal globale al locale: la Regione Toscana e la Provincia di Siena mostrano politiche e risultati in linea con gli obiettivi per arginare il riscaldamento globale?

«La Regione Toscana è sempre stata attenta alle tematiche dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili, mentre la Provincia di Siena ha fatto il suo piano, che sottolinea la virtuosità dell’abbattimento delle emissioni di CO2 tenendo anche del riassorbimento da parte del patrimonio forestale. Quello toscano è dunque un territorio dove, pur con delle contraddizioni – tra le più recenti quelle sulla geotermia – sono stati fatti passi avanti. La cosa importante da capire è che quello di trasformazione del sistema prima elettrico (l’anno scorso a livello nazionale il 43% dell’energia elettrica è stato prodotto dalle rinnovabili) e poi più in generale di quello energetico è un processo irreversibile: per una Regione, per un territorio, la domanda da porsi è come inserirsi in questa trasformazione per catturarne le potenzialità, cercando di garantire occupazione. Anche nel mio libro il focus non è sulle catastrofi dei cambiamenti climatici, ma sulle opportunità delle rapide trasformazioni in atto per i cittadini e soprattutto per le imprese».

Ambiente e green economy sono però temi che nessun candidato alle elezioni regionali, ormai prossime, ha messo al centro dei propri programmi.

E questo mi dispiace molto, ma la stessa cosa si può dire a livello nazionale. Non mi pare che questi temi siano al centro dell’agenda. È un peccato, perché altri paesi – e non solo in Europa – hanno già fatto una scelta molto chiara, e il loro “Green Act” (che ancora in Italia non s’è visto) lo stanno già attuando in modo radicale. La Cina ad esempio è ormai un leader mondiale nell’industria del fotovoltaico e dell’eolico, ed è anche per questo che adesso ha accettato di confrontarsi con sul piano di un limite alle emissioni di CO2. La sottovalutazione degli spazi per la green economy nel nostro Paese è invece una grave carenza, perché è proprio dalle crisi che emergono grandi possibilità: dobbiamo capire come intercettare le novità determinate dalla crisi, ma vanno governate. In Italia c’è una difficoltà a guardare lontano».

Problema di miopia emergono frequentemente. Come recentemente ricordato dal Sole 24 Ore, riprendendo il Club di Roma, «se l’economia diventasse circolare le emissioni risulterebbero tagliate di conseguenza del 70%, senza leggi né tasse ad hoc». Perché allora è così difficile spostare l’attenzione pubblica e politica sulla necessità di governare i flussi di materia oltre a quelli di energia?

«Questo è un altro grande tema. Va bene preoccuparsi delle emissioni climalteranti, ma c’è un anche un problema di risorse: nei prossimi 15 anni, nel mondo, 2 miliardi di persone entreranno a far parte della classe media, e questo si tradurrà in una fame di terreno, acqua, minerali, energia. Si tratta di una tendenza che impone un’accelerazione nel passaggio a un’economia circolare, e dunque un’attenzione cha parte da una diversa progettazione di macchine e prodotti, in modo da poterli utilizzare più a lungo e poi riciclare. Una concezione molto distante da quella sorta di obsolescenza programmata con cui oggi abbiamo ancora a che fare. Serve un cambio di mentalità, ma anche diverse normative: il passaggio all’economia circolare sarà un processo lento, ma anch’esso ineludibile come quello della riduzione delle emissioni. Due temi che, appunto, sono anche collegati tra loro».

Proprio la Toscana per molti versi rappresenta un’eccellenza nazionale nella gestione dei rifiuti, ma per migliorare nel riciclo effettivo rimane ancora molta strada da fare: ritiene sia più un problema di normative o di incentivi?

«È un problema che riguarda vari livelli, da quelli comportamentali alla mancanza di sollecitazioni decise da parte del settore pubblico. Quando dagli enti pubblici arriva la giusta spinta si possono ottenere risultati molto significativi, anche in tempi rapidi».

Gli ultimi segnali che arrivano a livello nazionale, come il nuovo decreto sugli incentivi alle fonti rinnovabili non fotovoltaiche, vanno però in direzione opposta.

«Esatto, si tratta di un provvedimento che speriamo di riuscire a modificare, perché così com’è rischia di essere molto penalizzante per le energie rinnovabili e spiazzante per il settore del riciclo. Su altri versanti ci sono però novità positive. Dobbiamo passare dalle detrazioni fiscali che consentono in genere di riqualificare singoli appartamenti, alla riqualificazione spinta del patrimonio edilizio con la riduzione dei consumi energetici del 60-80% per interi edifici e quartieri: nel merito con il nuovo Conto termico, un decreto che sta per essere presentato, si prevedono aiuti pari al 65% per quegli enti locali che vorranno riqualificare l’edilizia pubblica. Si tratta di un’ottima occasione, che andrà sfruttata».