I migranti di cui dovremmo preoccuparci sono i giovani italiani, e scappano dal Sud

Svimez: «Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti, la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni. Quasi 800 mila non sono tornati»

[2 agosto 2018]

Il triennio di “ripresa” economica 2015-2017 conferma che tecnicamente la recessione è ormai alle spalle per tutte le regioni italiane, ma la povertà e la disuguaglianza in forte crescita hanno determinato profonde ferite nel tessuto sociale che sono ancora lontane dal potersi dire rimarginate. Questo è vero soprattutto per i giovani italiani, la fascia d’età che più di ogni altra ha patito la crisi, tanto più se si parla dei giovani residenti al Sud.

Dall’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez) arrivano nuovi dati che rigirano il coltello nella piaga: «Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati». Sono questi i migranti di cui dovremmo realmente preoccuparci, come appena un mese fa spiegava anche il presidente dell’Inps Tito Boeri in Parlamento: i giovani italiani che non riescono a vedere un futuro nella terra in cui sono nati.

Nel solo 2017 la popolazione nazionale è diminuita di quasi 106 mila unità (fermandosi a 60 milioni e 660 mila cittadini), e questo nonostante siano stati registrati 97mila stranieri residenti in più. Al Sud neanche questo: il peso demografico del Mezzogiorno «diminuisce ed è ora pari al 34,2%, anche per una minore incidenza degli stranieri», precisano dallo Svimez.

Complessivamente anche «nel 2016, quando la ripresa economica ha manifestato segni di consolidamento, si sono cancellati dal Mezzogiorno oltre 131 mila residenti. Tra le regioni meridionali, sono la Sicilia, che perde 9,3 mila residenti (-1,8 per mille), la Campania (-9,1 mila residenti, per un tasso migratorio netto di -1,6 per mille) e la Puglia (-6,9 mila residenti, per un tasso migratorio netto pari a -1,7), quelle con il saldo migratorio più negativo».

Una vera e propria emergenza che trova riflessi diretti nell’andamento dell’economia, con i consumi interni frenati – ancora una volta – da povertà e disuguaglianze, e con una mano pubblica che sembra abbia rinunciato ormai da tempo ai necessari investimenti, in grado di sostenere l’economia del Sud insieme a quella del resto del Paese.

È dunque necessario sapere che, senza correzioni di rotta, i prossimi anni (a partire da quello in corso) saranno anche peggiori. «In base alle previsioni elaborate dalla Svimez, nel 2018, il Pil del Centro-Nord dovrebbe crescere dell’1,4%, in misura maggiore di quello delle regioni del Sud +1%. I consumi totali interni pesano sulla differente dinamica territoriale (+1,2% nel CentroNord e + 0,5% nel Sud), in particolare i consumi della P.A., che segnano +0,5% nel Centro-Nord e -0,3% nel Mezzogiorno. Ma è soprattutto nel 2019 che si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud. In due anni, un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo. Il rallentamento “tendenziale” dell’economia meridionale nel 2019 è stimato dalla Svimez, in un contesto di neutralità della policy, in attesa della Nota di aggiornamento al Def e della legge di Bilancio. In assenza di una politica adeguata, anche l’anno prossimo il livello degli investimenti pubblici al Sud dovrebbe essere inferiore di circa 4,5 miliardi se raffrontato al picco più recente (nel 2010). Se, invece, nel 2019 fosse possibile recuperare per intero questo gap, favorendo in misura maggiore gli investimenti infrastrutturali di cui il Sud ha grande bisogno, ciò darebbe luogo a una crescita aggiuntiva di quasi un punto percentuale (+0,8%), rispetto a quella prevista (appena un +0,7%), per cui il differenziale di crescita tra Centro-Nord e Mezzogiorno sarebbe completamente annullato, anzi, sarebbe il Sud a crescere di più, con beneficio per l’intero Paese».