I vantaggi dell’economia circolare per l’industria hi-tech, in Italia e in Europa

L’Europa è il continente che importa più risorse dall’esterno: la competitività della manifattura passa da qui

[11 giugno 2015]

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La media e l’alta tecnologia, nella vulgata internazionale medium e hi-tech, vengono da anni indicate come la via di fuga per l’industria italiana ed europea da un sentiero di declino. All’interno di una competizione globale è impensabile sfidare i colossi dei paesi emergenti sul lato delle quantità offerte sul mercato, o peggio ancora sul basso costo del lavoro. Un’osservazione banale, ma lontana anni luce da una realtà dove gli investimenti in capitale umano ed efficiente utilizzo delle risorse galleggiano a livelli risibili.

In Europa, il benchmark rimane quello tedesco, che ha saputo indirizzare la propria industria verso la produzione di beni tecnologici ad alto valore aggiunto. La seconda manifattura del Vecchio continente, l’Italia, combinando i saperi diffusi nelle migliaia di realtà artigiane del proprio territorio con le potenzialità di realtà medium e hi-tech, avrebbe tutte le carte in regola per rialzare la testa. È una possibilità concreta, oggi, ma che passa attraverso due vie obbligate: valorizzazione del capitale umano, con investimenti in R&S, e un utilizzo più efficiente delle risorse naturali, che a oggi rappresentano in molti casi addirittura la fetta più pesante tra i costi d’impresa.

A dare un’idea delle possibilità in gioco ci pensa l’edizione 2015 di Hi Tech & Ambiente, a Milano, dove ReMedia – fra i principali sistemi collettivi italiani no-profit per la gestione ecosostenibile dei Raee (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) – affronta proprio il tema dell’economia circolare.

«Un approccio strategico all’economia fondata sul concetto di sostenibilità – spiega Danilo Bonato, direttore generale di Remedia – è fondamentale per l’Unione europea per rafforzare la propria competitività a livello internazionale attraverso la produttività delle risorse».

In particolare, il settore hi-tech assorbe una quota consistente nella produzione globale di metalli per oltre 7 milioni di tonnellate consumate ogni anno con un valore economico superiore a 77 miliardi di dollari (dati Fondazione Ellen MacArthur), e in questo contesto il riciclo rappresenta una delle chiavi per poter introdurre il concetto di economia circolare anche in Europa e in Italia, un focus che Remedia approfondisce grazie all’apporto della Fondazione per lo sviluppo sostenibile.

L’industria europea (e italiana) si trova infatti in una posizione di grande vulnerabilità rispetto all’approvvigionamento di materie prime: come noto, l’import delle stesse (energia inclusa) impatta sui conti europei per 528 miliardi di euro l’anno, e l’Europa è il continente che importa più risorse dall’esterno: nel 2010, l’Ue ha importato materiali per un volume triplo rispetto a quello delle esportazioni. La Commissione europea sta valutando in questi mesi il nuovo quadro legislativo inerente l’economia circolare, un provvedimento sul quale anche il vicepresidente Timmermans sembra ora puntare molto: sarà essenziale che alle parole seguano i fatti.

L’economia circolare è un elemento cardine per la competitività industriale in generale, ma per alcuni materiali, particolarmente rilevanti per l’industria hi-tech, la situazione è particolarmente allarmante. Ad esempio, come sottolinea Remedia, l’estrazione e produzione delle terre rare è concentrata per il 90% in Cina; la stessa percentuale dei metalli del gruppo del platino è detenuta da Russia e Sudafrica; il cobalto è concentrato nella Repubblica Democratica del Congo; il neodimio viene prodotto per il 77% in Brasile. Si tratta a volte di realtà a forte rischio di instabilità politica che, oltre a una volatilità dei prezzi, potrebbero determinare in futuro un corto circuito delle forniture mentre la domanda di materiali critici è in aumento, in particolare per quelli legati allo sviluppo del mercato di prodotti ad alta tecnologia per l’industria low carbon con una crescita che potrebbe sfiorare il 10% al 2020.

«Questi elementi di rischio – spiega Bonato – richiedono una valutazione attenta da parte delle imprese e, allo stesso tempo, un impegno fattivo da parte del governo nel favorire l’affermazione dell’economia circolare. Prezzi delle materie prime più stabili, tassi più alti di sviluppo tecnologico grazie all’eco-innovazione, produttività e qualità ambientale del suolo, resilienza e occupazione sono alcuni dei benefici che la penetrazione sensibile dell’economia circolare può portare».

La costruzione di un’economia circolare, sottolineano da Remedia, creerebbe vantaggi sia dal punto di vista ambientale sia da quello delle imprese: il potenziale di risparmio per l’industria europea che nascerebbe dall’uso efficiente di risorse vale 630 milioni di euro all’anno, con un possibile aumento del Pil fino al 3,9% e una riduzione del flussi netti di materiali del 17-24% entro il 2030.

Non occorre andare lontano per capire che già oggi è possibile fare molto di più per quanto riguarda l’utilizzo efficiente delle risorse: nell’Ue un cittadino ne consuma in media 45 kg il giorno, negli Usa 90 kg (e in Africa 10…). Gli americani sono forse felici il doppio degli europei? Sarebbe il caso di iniziare finalmente a pensare, anche in Italia, alle implicazioni – industriali e culturali – della risposta.