Il capodoglio, il petroliere, le baleniere e la green economy

La storia dello sterminio delle balene nordamericane rivela il paradosso dell’energia pulita (e del capitalismo)

[28 settembre 2018]

Per spiegare l’impasse economico/energetico/climatico nel quale si è ficcata l’umanità, Andrew Nikiforuk, un giornalista pluripremiato che scrive di energia da 20 anni ed è di The Tyee, racconta proprio su questo giornale una specie di favola amara: un petroliere, un tecnico green e un capodoglio entrarono in un bar e iniziano a bere e a vantarsi. Il petroliere dice al cetaceo: «Se non fosse stato per i combustibili fossili, tutte le 75 specie di cetacei sarebbero state cacciate fino all’estinzione per farne olio. La mia industria e la sua tecnologia hanno salvato il tuo grosso culo». II tecnico verde gli risponde che il salvataggio dei cetacei è un gioco da ragazzi: «Voi tizi del petrolio potrete aver salvato qualche balena, ma le tecnologie low-carbon stanno per salvare l’intero dannato pianeta. Petrolieri inclusi». A quel punto il capodoglio posa il suo whisky e li apostrofa: «Idioti. Il petrolio ha accelerato l’uccisione delle balene, e la tecnologia verde probabilmente non salverà il pianeta. Voi due teste di cavolo non sapete nulla di energia o di conseguenze non intenzionali».

Per Nikiforuk questa è una parabola dell’energia moderna: «Generalmente, le persone presumono che quando i mercati esauriscono una risorsa o, nel caso delle balene, sterminano diverse specie, la civiltà troverà una nuova risorsa che sostituisca quella vecchia: il modo in cui le energie rinnovabili dovrebbero sostituire i combustibili fossili. Giusto?» Ma nel 2017 il sociologo statunitense Richard York  nel saggio “Why Petroleum Did Not Save the Whales”  racconta una storia molto più complessa e sfumata,

Ovviamente ai petrolieri piace pensare che il boom petrolifero della Pennsylvania del 1859, che ha inondato il mercato nordamericano di cherosene, abbia ridotto la richiesta di olio di balena utilizzato per l’illuminazione. Ma York documenta storicamente che la maggior parte dell’uccisione delle balene si è svolta nel XX secolo e in gran parte dopo la seconda guerra mondiale e proprio grazie ai combustibili fossili e altre innovazioni. Il petrolio ha semplicemente reso possibile uccidere più balene e in modo più efficiente che mai.

E York aggiunge che «Quella storia di conseguenze indesiderate sta già perseguitando le fonti di energia rinnovabile». Infatti, i dati (anche quelli sulla ripresa delle emissioni di gas serra) suggeriscono che «Le economie di mercato non utilizzano il solare, l’eolico o la geotermia per eliminare petrolio, gas o carbone, ma per aumentare il consumo energetico complessivo».

Inoltre, il petroliere e il tecnico green condividono una convinzione: credono che la tecnologia permetterà comunque al mondo di marciare verso un futuro migliore. Per Nikiforuk questo non tiene conto di un fatto: «Il mondo dell’energia, un sistema tecnico complesso, non si muove in modo lineare» e York spiega: «La semplice ragione ha a che fare con la natura stessa della tecnologia. La tecnologia, che sia a combustibili fossili o green, aumenta i prodotti e i servizi che utilizzano energia, il che a sua volta crea maggiore domanda». York riassume sinteticamente il problema: «Le tecnologie vengono generalmente impiegate per aumentare i profitti, non per risparmiare risorse, I produttori lavorano per creare mercati ed espandere il consumo dei loro prodotti in modo da favorire l’accumulo di ricchezza».

E questo non spiega solo perché il petrolio non ha salvato le balene, ma anche perché i risparmi realizzati con l’efficienza energetica generalmente non si traducono in riduzioni del consumo di energia: consumatori e produttori spendono i risparmi per trovare altri modi di consumare più energia.

Ma torniamo alle balene: gli americani hanno imparato l’arte di massacrare questi giganti nel XVIII secolo.

Dopo aver sterminato le balene franche nordatlantiche, i balenieri di Nantucket si sono dedicati ai capodogli, il cui olio ha reso le candele più luminose e migliori di quelle fatte con il grasso del bestiame. I capodogli avevano anche un’altra “qualità”: sono timidi e gli piace riposarsi sulla superficie del mare. Nel 1833 gli statunitensi dominavano la caccia e la macellazione delle balene. Da sola l’industria baleniera Usa  impiegava 70.000 uomini e circa 1.200 navi. Un business  con grandi profitti in gran arte in mano ai quaccheri pacifisti, mentre altre comunità religiose “etiche” evitavano il cotone prodotto da schiavi e lampade a olio perché bruciavano il grasso di balena.

E’ in questo contesto che sono nati libri leggendari come Moby Dik  e il Leviatano, la sua magnifica storia di balene nella quale Philip Hoare scrive che «Il baleniere era una specie di pirata-minatore – un escavatore di olio oceanico, che alimentava la fornace della rivoluzione industriale tanto quanto qualsiasi uomo che estraeva carbone dalla terra».

Gli scienziati stimano che, a livello globale, tra il 1712 e il 1899  siano stati uccisi 300.000 capodogli da una caccia a bassa tecnologia realizzata con navi a vela e piccole lance per inseguire e arpionare i cetacei. L’avvento dei combustibili fossili ha cambiato tutto e ha accelerato il massacro, arrivando a quasi 3 milioni di balene uccise nel XX secolo. «La moderna industria baleniera industriale è emersa nel 1860 quando l’industria baleniera low-tech degli Stati Uniti entrò in crisi – sottolinea Nikiforuk – La Guerra Civile aveva requisito la maggior parte delle navi baleniere americane per le operazioni militari e così i norvegesi riempirono il vuoto». Le baleniere a vela avevano cacciato le popolazioni di balene e capodogli dell’Atlantico e del Pacifico.

Intanto, mentre il cherosene iniziarono  a inondare il mercato dell’illuminazione domestica, anche i prezzi dell’olio di balena crollarono, E qui che nasce l’equivoco del petroliere nel quale nel 1861 cascò anche Vanity Fair che esaltò la popolarità del cherosene pubblicando una vignetta nella quale un gruppo di capodogli vestiti a festa che celebra un “Gran Ballo delle Balene in onore della scoperta dei pozzi petroliferi in Pennsylvania”. Ma la celebrazione era prematura di più di un secolo. Le cose per i cetacei erano destinate a peggiorare: «Presto le navi alimentate a carbone e in seguito diesel aprirono nuove aree di caccia alle balene consentendo all’industria di inseguire le balenottere azzurre e le balenottere comuni, che sono i più grandi mammiferi della Terra e che si spostano più rapidamente dei capodogli, Poi l’arpione esplosivo inventato dal saldatore norvegese, Svend Foyn rese anche più facile uccidere queste balene più veloci.

In seguito, fecero la loro comparsa le navi di fabbrica, che potevano trasformare le balene in mare, facilitando ulteriormente la strage. Come raccontò un osservatore nel 1938, da sola una nave di fabbrica moderna poteva prendere più balene in una stagione «di tutta la flotta baleniera americana del 1846», che consisteva in più di 700 barche a vela. York scrive: «La nave della fabbrica e la sua flotta non avrebbero potuto esistere senza i combustibili fossili, che hanno alimentato l’intera operazione e permesso lo stoccaggio di lunga durata dei prodotti di balene gestendo i congelatori (per la carne) e trasformando l’olio di balena in modo che non diventasse rancido».

Mentre il massacro aumentava,  balenieri espandevano i loro prodotti e sollecitavano nuovi bisogni: le ossa di balena, la “plastica” di quel tempo, servivano a produrre corsetti e cerchi per l’industria della moda, mentre i militari si trovarono tra le mani una nuova arma: la nitroglicerina. Ricercatori canadesi ritenevano che la carne di balena potesse essere venduta come la carne di manzo. I fratelli Lever possedevano addirittura una loro compagnia baleniera per procurarsi le scorte di grasso di balena necessarie per fare il sapone. Poi il processo di idrogenazione ha contribuito a trasformare l’olio di balena in margarina che è stata per decenni un prodotto di largo consumo fino a che il burro ha riguadagnato il mercato.

Negli spensierati anni ’30 la rampante industria baleniera sponsorizzò le “Olimpiadi di caccia alla balena”, una gara tra i Paesi balenieri «per catturare quante più balene possibile prima che potessero essere prese dalle baleniere di un altro Paese». Negli anni ’30, l’olio di balena era una parte così significativa del rifornimento alimentare della Gran Bretagna che «tra il 1932 e il 1936 comprendeva il 37% del contenuto di margarina, il 21% del composto dello strutto e il 13% del contenuto di sapone .. Nel 1938 il governo britannico classificò l’olio di balena, insieme a carne e zucchero, come prodotti essenziali per la “difesa nazionale».

Dopo la seconda guerra mondiale il prezzo dell’olio di balena salì nuovamente a causa della carenza di oli alimentari e un gruppo di nazioni tra Usa, Argentina, Australia, Unione Sovietica, Danimarca, Svezia, Italia e persino l’Austria annunciarono piani per uccidere più balene per favorire il progresso umano.

Le statistiche parlano di una strage e gli scienziati calcolano che le baleniere industriali nel XX secolo abbiano ucciso quasi 2,9 milioni di balene «rendendola (almeno in termini di pura biomassa) forse la più grande caccia nella storia umana». L’efficienza delle uccisioni è terrificante: «”Tra il 1900 e la metà del 1962, con i metodi industriali era stato ucciso lo stesso numero di capodogli di quanto stato fatto durante il XVIII e il XIX secolo. Sorprendentemente, questa impresa è stata poi ripetuta tra il 1962 e il 1972».

Negli anni ’60 le baleniere sovietiche eliminarono la maggior parte delle megattere che vivevano intorno alla Nuova Zelanda e all’Australia e questo non perché avessero bisogno di carne o di olio di balena, ma perché dovevano rispettare dei piani economici quinquennali e avevano la tecnologia per farlo. Una mattanza insensata realizzata per la sola “ragione” che bisognava dire di aver ucciso tutte le balene previste.

Mentre il massacro industriale faceva diminuiva le dimensioni e il numero delle balene, l’International Whaling Commission (Iwc) tentò di gestire la carneficina, ma non riuscì (e non volle) ad approvare una moratoria sulla caccia alle balene fino al 1985.

Nikiforuk  è convinto che le lezioni da trarre per l’energia sono molte: «Per esempio, il business industriale delle balene ci dice che le economie umane non rispondono con prontezza, o ragione, all’esaurimento di qualsiasi merce. La scoperta e l’estrazione di petrolio potrebbe aver impedito il massacro di quasi tre milioni di balene nel XX secolo, ma non è stato così. Solo perché esiste un sostituto – il cherosene per l’olio di balena o le energie rinnovabili per alcuni combustibili fossili – non significa che il mercato li utilizzerà a scopi di conservazione. La prospettiva di regolamentare la caccia alle balene offriva inoltre ai balenieri un incentivo in più per catturare quante più balene possibile prima che entrasse in vigore il regolamento».

Oggi gli economisti ora chiamano questa “risposta perversa” all’esaurimento delle risorse il “paradosso verde”. Per esempio, l’economista tedesco Hans-Werner Sinn sostiene che la società sta facendo lo stesso gioco con i combustibili fossili e teme che «Le politiche volte a ridurre la domanda futura di combustibili fossili potrebbero ritorcercisi contro, inducendo i proprietari di risorse a portare avanti i loro piani di estrazione, accelerando così il riscaldamento globale».

E sembra proprio quel che sta accadendo, non solo negli Usa di Donald Trump, ma anche in altri Paesi esportatori di petrolio come il Canada che vogliono costruire più oleodotti ed esportare il ​​più rapidamente possibile più combustibili  ad alto contenuto di carbonio».

York  dice che «La parabola delle balene contiene anche altre importanti verità. Le correzioni tecnologiche hanno i loro limiti e non possono essere fatte valere per risolvere gravi problemi ambientali. Il petrolio avrebbe potuto fornire tutti i sostituti necessari per porre fine all’industria baleniera, ma invece i combustibili fossili hanno stimolato il massacro. Il petrolio e altre nuove tecnologie evidenziano ‘imprevedibilità di base dei sistemi complessi. Le innovazioni tecnologiche non mandano n pensione le risorse o portano alla conservazione, ma aumentano la produzione in modo da aumentare le entrate».

E’ il capitalismo, baby, direbbe qualcuno. E i dati storici dimostrano che i tentativi di gestire la caccia alle balene nel XX secolo si sono trasformati in un dibattito interminabile sullo stato degli stock, finché non sono rimaste quasi più balene. Le assonanze con il dibattito in corso sul cambiamento climatico e l’esaurimento delle risorse petrolifere a basso costo sono evidenti: nonostante le condizioni meteorologiche sempre più estreme e le emergenze sempre più costose, i leader globali continuano a discutere. Intanto, l’industria continua ad estrarre quello che oggi è il petrolio più costoso e problematico del mondo, sia che venga estratto con il fracking in un bacino in Texas o dalle profondità dell’oceano.

York fa notare che «L’aspettativa diffusa che le nuove tecnologie aiuteranno le società a superare i problemi ambientali riflette la convinzione ancora comune che le tecnologie avranno principalmente le conseguenze previste da coloro che le sviluppano e/o le implementano. Le balene almeno sanno che non è così, perché la tecnologia presenta conseguenze impreviste. Proprio come impedire che l’estinzione delle balene richiedesse il divieto o la riduzione della caccia alle balene, è probabile che il passaggio a un’economia senza emissioni di carbonio non si realizzerà solo con gli sviluppi tecnologici. Il vero cambiamento, potrebbe richiedere la soppressione attiva dell’utilizzo dei combustibili fossili, limitando ad esempio la quantità di combustibile fossile che può essere estratta».