Ieri il dibattito pubblico patrocinato da Ispra e ministero dell’Ambiente

Il caso Roma, dove la strategia Rifiuti zero porta in realtà a export della spazzatura e discariche

La capitale produce 1,7 milioni di tonnellate di rifiuti urbani l’anno, che attualmente vengono spediti in larga parte fuori dai confini regionali

[13 giugno 2018]

A marzo 2017, grazie all’amministrazione guidata dalla sindaca M5s Viriginia Raggi, Roma iniziava «il proprio percorso verso Rifiuti zero» con l’approvazione del Piano per la gestione sostenibile dei materiali post consumo 2017-2021, rafforzato nell’ottobre seguente ospitando in Campidoglio «l’International advisory board per Roma verso Rifiuti zero, composto da un gruppo di esperti rappresentativo della rete internazionale Zero waste. Il board, che sarà coordinato da Paul Connett – come spiegò per l’occasione la sindaca Raggi – avrà il compito di accompagnare la nostra città nell’applicazione dei dieci passi verso Rifiuti zero». Allora lo stesso Connett parlò con entusiasmo di «segnali positivi» da parte dell’amministrazione capitolina, ma otto mesi dopo la strategia Rifiuti zero di Roma si sta concretizzando sempre più in un disastro.

A certificarlo è stato il dibattito pubblico Gli stati generali dei rifiuti nel Lazio – il caso Roma, organizzato ieri da RiciclaTv e patrocinato da Ministero dell’Ambiente, Ispra, Regione Lazio e Fareambiente; un appuntamento cui hanno partecipato tra gli altri il direttore generale dell’Ispra (Alessandro Bratti), il referente di Zero Waste Italia (Rossano Ercolini), il presidente di Legambiente Lazio (Roberto Scacchi), l’assessore al Ciclo dei rifiuti della Regione Lazio (Massimiliano Valeriani) e il direttore del settore ambiente di Utilitalia (Tiziano Mazzoni).

Com’è emerso nel corso del dibattito, dalla chiusura della più grande discarica d’Europa – Malagrotta, nel 2013 – Roma continua ad avere impellente bisogno «di nuovi impianti di smaltimento finale». La capitale produce infatti 1,7 milioni di tonnellate di rifiuti urbani l’anno (4.700 tonnellate al giorno), on una raccolta differenziata stimata oggi attorno al 46%. L’indifferenziato persa circa 1 milione di tonnellate, che «passa nei TMB di Ama e privati con una forte migrazione in altri territori del Lazio, altre regioni e Austria», mentre altre 700mila tonnellate sono state bruciate nel 2017 «nei termovalorizzatori di altri territori. Ci sono poi – aggiunge Legambiente – 172.000 tonnellate di umido nel 2017 da smaltire che hanno preso le strade del nordest Italia». In attesa di Rifiuti zero i rifiuti continuano dunque a viaggiare. «Solo qualche giorno fa – come sintetizzano da RiciclaTv – è arrivato l’ok dalla Puglia a riceverne da Roma ben 150 tonnellate al giorno per un mese, mentre la municipalizzata capitolina Ama ha bandito una maxigara da 188 milioni di euro per lo smaltimento dei rifiuti fuori Regione per due anni. Due anni durante i quali le spese di trasporto continueranno a far lievitare la tariffa, che già nel 2017 nella Capitale era risultata essere tra le più alte d’Italia, con una spesa pro capite di circa 270 euro all’anno». Come risultato finale lo scorso 24 aprile una sentenza del Tar ha obbligato l’amministrazione regionale a individuare (entro 60 giorni) un numero di discariche di servizio che sia capace di garantire l’autosufficienza, e probabilmente questo porterà a un aumento delle volumetrie nelle discariche già presenti sul territorio regionale.

Se questi dunque sono i problemi, quali potrebbero essere le soluzioni? «Sia dal punto di vista del contenimento dei costi che della qualità del servizio gestito – riassume Mazzoni – fondamentale resta la presenza di una adeguata struttura impiantistica sia per il trattamento del rifiuto raccolto in modo differenziato che per l’adeguato smaltimento del rifiuto non altrimenti recuperabile». Ma l’accordo su quali siano gli impianti realmente necessari al territorio sembra lontanissimo da trovare, con un’avversione ormai dilagante per gli impianti dediti al recupero di energia da rifiuti (come i termovalorizzatori), tanto che in molti sembrano preferire a quest’opzione quella delle discariche, legittima e ancora necessaria ma all’ultimo posto nella gerarchia per una corretta gestione del ciclo integrato da rifiuti.

«Differenziata e compostaggio – spiega Bratti – sono sicuramente due opzioni strategiche ma non sufficienti. Occorre in una fase di transizione chiudere il ciclo pensando anche ad avere impianti di smaltimento. Paradossalmente per Roma ritengo più necessario una discarica pubblica che ad esempio un inceneritore».

Senza dimenticare che, se anche la differenziata raggiungesse l’obiettivo del 70% previsto dal Piano romano, resterebbe (almeno!) un 30% di rifiuti da gestire in altro modo. «Nella fase successiva al raggiungimento del 70% – suggerisce al proposito  Ercolini – riteniamo che gli impianti TMB debbano essere riconvertiti a “Fabbriche dei materiali” volti non a produrre Css (Combustibile solido secondario) ma a massimizzare ancora il recupero per via automatica-manuale di materiali riciclabili», senza però precisare nello specifico cosa significhi, dato che per riciclare rifiuti differenziati come la carta occorrono delle cartiere, per riciclare l’acciaio delle acciaierie e così via (ovvero processi industriali dai quali esiteranno naturalmente altri scarti), mentre in questo caso si tratterebbe addirittura di rifiuti indifferenziati. Anche in questo ipotetico caso, comunque, Ercolini ricorda che «rimarrà non più del 15% del totale rifiuti da mettere, stabilizzato, in discarica. Meno – secondo Ercolini – delle ceneri che sarebbero da smaltire anch’esse in discarica se la scelta fosse stata demandata agli inceneritori». Dimenticando però che quelle ceneri derivano da un processo di combustione dal quale è già stata ricavata energia, indirizzata alla produzione di elettricità e/o calore.