Il giorno del sovrasfruttamento ecologico dell’Italia spiegato dal Global footprint network

L'intervista ad Alessandro Galli, senior scientist dell’organizzazione internazionale di ricerca ambientale

[24 maggio 2018]

Il giorno del sovrasfruttamento ecologico dell’Italia quest’anno cade oggi, il 24 maggio: la data in cui le risorse naturali del nostro pianeta si esaurirebbero se tutti vivessero come gli italiani. L’anno scorso era il 19 maggio: si tratta di un miglioramento in linea con i progressi richiesti al nostro Paese dall’Accordo sul clima di Parigi e dagli Obiettivi Onu per lo sviluppo sostenibile, o continuiamo ad essere in ritardo?

«Sicuramente l’Accordo di Parigi, la Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e il lavoro svolto da ASviS sugli Obiettivi Onu per lo sviluppo sostenibile (SDGs) vanno nella giusta direzione. Tuttavia, dobbiamo ricordarci la data del 24 maggio per il sovrasfruttamento ecologico dell’Italia è calcolata in base ai risultati dell’impronta ecologica del 2014 (l’anno piu recente per il quale i valori dell’impronta ecologica sono disponibili) e quindi, per quanto si voglia premiare l’Accordo di Parigi o l’impegno sugli SDGs, è improbabile che abbiano giocato un ruolo in questo specifico caso.

Piuttosto, il piccolo “progresso ecologico” è probabilmente dovuto alle difficoltà economiche che l’Italia e molti altri Paesi della zona euro-mediterranea hanno vissuto negli anni recenti (come mostrano i grafici di lato, ndr) e da cui solo ora stanno iniziando a riprendersi.

Sfortunatamente, come dice solitamente Mathis Wackernagel – ceo e co-fondatore del Global footprint network – la riduzione dell’impronta ecologica per i Paesi esposti alla crisi nell’area euro è stata una «reduction by disaster» piuttosto che una «reduction by design».  Ciò di cui abbiamo bisogno è invece una progettazione mirata che vada deliberatamente a ridurre la nostra domanda di risorse naturali.

D’altro canto è presto per dire se la recente ripresa economica sia stata raggiunta attraverso investimenti in alternative sostenibili o attraverso soluzioni figlie della stessa vecchia mentalità orientata alla crescita tout court. I risultati presentati oggi rappresentano un primo screening, ma c’è tuttavia bisogno di ulteriori analisi per comprendere le ragioni alla base di questi valori. Da parte nostra, incoraggiamo il nuovo governo italiano a lavorare insieme a noi per approfondire la questione, e favorire un effettivo futuro sostenibile per l’Italia».

Occorre infine notare come l’impronta ecologica di noi italiani sia molto legata ai trasporti personali, e più precisamente alle emissioni di gas serra associate al trasporto. Pertanto, quello dei trasporti è un settore cruciale in cui intervenire per contribuire ulteriormente a posticipare la data del Giorno del sovrasfruttamento ecologico dell’Italia. Chiaramente, interventi volti a promuovere e rafforzare il sistema dei trasporti pubblici (e l’utilizzo della bicicletta), migliorandolo e rendendolo più efficiente dal punto di vista energetico, contribuirebbero notevolmente alla riduzione dell’impronta ecologica dell’Italia (e migliorare la salute fisica degli italiani). Non abbiamo eseguito questa analisi specifica per l’Italia; tuttavia i risultati di una nostra recente indagine a livello globale mostrano che se tutti noi guidassimo mezzi a motore la metà di quanto facciamo abitualmente, il Giorno del sovrasfruttamento della Terra verrebbe posticipato di 10 giorni».

Nel nostro Paese resistono comunque alcuni casi virtuosi, tra i quali spicca quello della Provincia di Siena: si tratta della priva area vasta d’Europa ad essere certificata carbon free ormai dal 2011. Come migliorerebbe l’impronta ecologica della nazione se l’intera Italia riuscisse a seguire l’esempio di questa fetta di Toscana?

«Per rispondere a questa domanda è necessario precisare che la Provincia di Siena presenta dei fattori di partenza particolamremente positivi come la bassa densità di popolazione e un territorio ricco di risorse. Credo che il successo della Provincia di Siena, sebbene costituisca un importante esempio positivo, non sia facilmente replicabile in altri territori o a scala nazionale, perche le condizioni di partenza sono differenti.

A mio avviso, il traguardo raggiunto dalla Provincia di Siena è da prendere in considerazione e seguire come esempio non tanto per il risultato finale in sé per sé ma piuttosto per il percorso compiuto, che dimostra la volontà degli amministratori di progettare a lungo termine, il coraggio di pensare ad approcci e modelli di sviluppo alternativi e di mettere in atto politiche non finalizzate alla sola crescita economica, da monitorare attraverso indicatori complementari al solo Prodotto interno lordo (Pil).

Come abbiamo evidenziato in un recente studio, la capacità di pensare a lungo termine e la presenza di meccanismi di governance alternativi che portino la sostenibilità su di un piano nuovo, esteso all’intera struttura di governo e non più confinato ai soli dibattiti ambientali, sono fondamentali per un’effettiva transizione verso la sostenibilità.

Facendo un ragionamento a livello nazionale, che quindi va oltre la sola realtà senese, mi riferisco alla possibilità di disporre di enti centralizzati e interministeriali che permettano al concetto di sviluppo sostenibile di penetrare nell’agenda di tutti i ministeri ed occupare un posto centrale all’interno della pianificazione strategica di un governo. In sintesi, vedo la necessità per il concetto di sviluppo sostenibile di diventare l’argomento del giorno per tutti i ministeri e non solo quello dell’Ambiente. Per dirla in maniera estrema, mi piacerebbe molto l’istituzione di un nuovo ministero: il ministero per lo Sviluppo sostenibile e la programmazione economica».

Come spiegato a Siena durante la presentazione dell’Alleanza territoriale carbon neutrality promossa da Fondazione Mps con Università degli Studi di Siena, Provincia di Siena, Comune di Siena e Regione Toscana, tra le leve usate per raggiungere l’obiettivo carbon free spicca la geotermia: il 92% dell’energia elettrica prodotta all’interno della Provincia arriva infatti da fonte geotermica. Continuare a coltivare le potenzialità di questa fonte rinnovabile, che nel nostro Paese presenta risorse pari ad almeno 500 MTep, potrebbe aiutare a migliorare l’impronta ecologica dell’Italia?

«Affrontiamo questa domanda da un paio di punti di vista: da un punto di vista puramente tecnico, di contabilità ambientale, 1 kWh di elettricità prodotta da fonti geotermiche possiede una quantità inferiore di CO2 incorporata al suo interno. Quindi, quando l’uso di energia elettrica da fonte geotermica va a sostituire l’elettricità ottenuta da combustibili fossili, si ottiene una riduzione dell’impronta ecologica. Al contrario, quando questo consumo si va ad aggiungere al consumo di energia elettrica da combustibili fossili, si determina un aumento dell’impronta ecologica. Ci sono inoltre altri impatti ambientali associati all’uso di energia geotermica che l’Impronta ecologica potrebbe non essere in grado di tracciare. Quindi, dobbiamo sempre ricordare a noi stessi che questo indicatore non è in grado di dirci tutto quello che abbiamo bisogno di sapere sul lato ambientale della sostenibilità, ma deve essere integrato con altri strumenti per un controllo completo della sostenibilità.

Al contrario, penso che un approccio “one size fits all” difficilmente potrebbe funzionare. Sebbene sia importante esaminare le migliori pratiche che possono essere replicate, dobbiamo tener conto del fatto che ciò che funziona in un luogo/nazione potrebbe non funzionare o non essere fattibile altrove. Ogni luogo ha caratteristiche ambientali e socio-culturali specifiche: il potenziale geotermico non è egualmente disponibile ovunque e l’impatto che potrebbe causare sugli ecosistemi, gli habitat locali (frammentazione) e la biodiversità (cambiamenti nel comportamento delle specie) potrebbe non essere sostenibili ovunque».

Circa il 90% degli italiani afferma di essere favorevole alle energie rinnovabili, ma nel settore energetico oltre i tre quarti delle opere contestate da fenomeni Nimby ha a che fare proprio con lo sviluppo delle fonti pulite. Come pensa sia possibile mostrare più efficacemente ai cittadini i vantaggi legati all’installazione di impianti Fer, in modo da affrontare questo paradosso?

«Credo che molto dipenda dalla generale difficoltà che, come esseri umani, abbiamo nel fare le cose diversamente da come siamo abituati. Il nuovo ci spaventa, specialmente quando non ci è chiaro. A mio avviso, in molti dei processi locali, l’opposizione agli impianti rinnovabili (e non solo questi) deriva da una scarsa trasparenza delle istituzioni che mette in moto un meccanismo vizioso per il quale, quello che nasce come un comitato locale a fini informativi, spesso diventa un gruppo di opposizione vista la reticenza delle amministrazioni nel fornire trasparenza e le necessarie informazioni ai cittadini. Forse la mia può sembrare una visione ingenua e semplicistica, ma credo che il coinvolgimento della società civile sin dalle prime fasi di concepimento e progettazione di una qualsiasi nuova opera e la trasparenza nel comunicare i costi e i benefici in loco siano fondamentali per impedire fenomeni Nimby. Credo che sentirsi parte del processo decisionale sia fondamentale per la società civile, che invece nella maggior parte dei case si vede imposte determinate decisioni».

L. A.