Il governo Renzi e un Def senza tagli, senza tasse ma con tanti giochi di prestigio

Fiamme gialle, irregolare un terzo degli appalti pubblici controllati

[8 aprile 2015]

Nel Documento di economia e finanza (Def) esaminato ieri in via preliminare dal Consiglio dei ministri, secondo il premier Renzi «non ci sono tagli e non c’è un aumento delle tasse. Capisco che non ci siete abituati, ma è così». Che cosa ci sarebbe, dunque, in questo Def? È svilente paragonarlo a un nuovo gioco di prestigio, ma sembra essere ancora una volta il paragone più calzante.

Il testo del più importante documento di programmazione economica del Paese non è stato ancora diffuso, ma già nella nota governativa prodotta ieri è possibile vedere come il suo scopo principale sia evitare «l’aumento delle tasse contemplato dalle clausole di salvaguardia, per un valore corrispondente a 1 punto di Pil», ovvero circa 16 miliardi di euro tra aumenti dell’Iva e delle accise. Di questi, come ricorda oggi anche il Sole24Ore, ben 12,8 erano stati preventivati nella passata Legge di stabilità dallo stesso governo oggi in carica. Governo che con una mano dispensa nuove tasse e con l’altra le toglie (quando ci riesce), rivendicando l’operato come un indiscutibile successo.

Di questi 16 miliardi, «uno 0,4% sarà coperto dalla riduzione degli interessi e dall’aumento della crescita», ovvero grazie a eventi a oggi dipendenti da fattori esogeni all’attività di governo, e «il resto dalla spending review». Circa 10 miliardi di euro di spesa pubblica (in meno di un anno!), la cui mannaia ricadrà molto probabilmente sugli enti locali, a metà tra le rassicurazioni di Renzi – «non ci sono tagli per il 2015» – e l’allarmismo che ha già infiammato gli amministratori di comuni, province e regioni. Enti ai quali, tra parentesi, secondo la Cgia di Mestre dal 2011 al 2015 sono già stati tagliati rispettivamente 8,3, 3,7 e 9,7 miliardi di euro (più altri 3,3 alle regioni a statuto speciale), con evidenti ricadute in termini di deterioramento dei servizi offerti ai cittadini (e aumento delle tasse locali). Secondo Yoram Gutgeld, il nuovo commissario per la spending review il governo sta portando avanti un processo «di equità: ci sono città più efficienti che spendono poco e dobbiamo riportare tutti all’efficienza delle città migliori». In tal senso allarma e consola al contempo scorrere il Rapporto annuale pubblicato oggi dalla Guardia di Finanza, che nel 2014 ha scoperto irregolarità in 1/3 degli appalti pubblici controllati, sprechi per 2,6 miliardi di euro e frodi ai finanziamenti pubblici e al “welfare” per circa 1,5 miliardi di euro. Stanare il malaffare e lo spreco, a ogni livello di governo, nell’Italia di oggi appare sempre più la via maestra per tornare a drenare risorse. Se si pensa però di darle per acquisite prima di averle davvero in disponibilità il rischio di ottenere effetti deleteri è purtroppo molto alto. Che sia per rapacità dello Stato centrale, o per inettitudine e corruzione negli enti locali, finora il peso di questo percorso è stato però sobbarcato tutto sulle spalle dei cittadini, specialmente i più deboli.

Ma ancor più di una dialettica governativa tanto ottimista a proposito delle tasse da muoversi vicina al raggiro, a preoccupare rimane la logica di fondo del Def. Assolti gli obblighi dell’austerità europea, le briciole che rimangono per gli interventi di spesa pubblica sono tutti legati alla riduzione delle tasse. Renzi rivendica per quest’anno un segno “meno” che varrebbe 18 miliardi di euro: 10 per finanziare il bonus da 80 euro (anche per l’Istat non sono tasse in meno, ma spesa assistenziale in più) e 8 per misure legate al costo del lavoro. Il primo intervento doveva dare una spinta ai consumi privati, l’altro alle assunzioni; a oggi nessuno dei due obiettivi è stato raggiunto in misura minimamente soddisfacente. In compenso, come certificato dall’Istat, gli investimenti delle amministrazioni pubbliche, tramite le quali si potrebbe sostenere la domanda e indirizzare la crescita, hanno subito dal 2011 a oggi un crollo del 26%. Di fronte ai tagli, quali sono i settori strategici sui quali investire – possibilmente per sostenere quello sviluppo sostenibile sempre promosso a parole –, e con quali soldi? Su questo fronte, il governo resta muto e il Def anche.