Il problema della legge di Bilancio non sono i decimali di deficit, ma come vengono spesi

Saraceno: «Ogni euro di deficit in più, in media, nel 2019 porterà solo 49 centesimi di Pil aggiuntivo»

[26 novembre 2018]

Il muro contro muro innescato dal Governo gialloverde nei confronti dell’Unione europea con la legge di Bilancio si sta aprendo in profonde crepe, martellate da uno spread tornato ormai stabilmente a livelli tossici per il nostro Paese. Da qui l’apertura del premier Conte dopo l’ultimo incontro con il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker: «Confido che il dialogo possa portare a evitare la procedura (d’infrazione, ndr)». Ma su cosa dovrebbe basarsi questo dialogo?

Come spiega dalle pagine della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali (Luiss) l’economista Francesco Saraceno, vicedirettore dell’Ofce (il centro di ricerca sulle congiunture economiche di Sciences Po, a Parigi), il problema più che nei decimali di deficit sta nei contenuti. Da macroeconomista coerentemente schierato contro l’austerità cieca imposta da Bruxelles, che in questi anni ha frenato la ripresa socio-economica italiana e favorito indirettamente l’ascesa dei movimenti populsiti, Saraceno riconosce che «anche considerando che gli obiettivi del governo sono sicuramente troppo ottimisti, nessun analista in buona fede può considerare che gli scostamenti dalle regole europee previsti dal Def abbiano seriamente intaccato la sostenibilità delle finanze pubbliche italiane: il debito è stabilizzato, e il deficit rimarrà, anche negli scenari più negativi, al di sotto della soglia psicologica del 3% (che coincide con gli obiettivi europei fissati dal Trattato di Maastricht). Certo, le cose cambierebbero in caso di attacchi speculativi contro il nostro paese, che metterebbero in ginocchio il sistema creditizio prima ancora che le nostre finanze pubbliche. Ma tali attacchi potrebbero essere resi impossibili da un’azione concordata di Bce, Governo e Commissione, che convincessero i mercati che l’economia italiana è su un sentiero di crescita stabile e duratura, che l’uscita dall’euro non è nemmeno un piano B (o C, o D), e che il debito italiano è sostenibile».

Il problema dunque non sta semplicemente nel limare o meno qualche decimale di deficit, ma nell’esaminare il contenuto della “manovra del popolo”, definita «un patchwork di misure incoerenti tra loro, volte a soddisfare gli eterogenei (e impazienti) elettori dei due partiti al governo, e il cui impatto sulla crescita è destinato ad essere molto limitato. Paradossalmente – argomenta Saraceno – a dirlo sono proprio le cifre del governo». Nella fattispecie i dati forniti da ministro Tria in occasione di un’audizione dinanzi alle Commissioni bilancio congiunte di Camera e Senato il 9 ottobre scorso, riassunti nella tabella qui sopra.

«La tabella – spiega Saraceno – mostra come il moltiplicatore implicito della maggior parte delle misure principali sia piuttosto limitato. Ogni euro di deficit in più, in media, nel 2019 porterà solo 49 centesimi di Pil aggiuntivo (le previsioni per gli anni successivi sono simili)». Dunque il primo problema della legge di Bilancio predisposta dal governo gialloverde è che pesca risorse in deficit, dimostrandosi però incapace di usarle per creare nuova ricchezza – magari da ridistribuire, visti i drammatici livelli di disuguaglianza raggiunti dal nostro Paese.

Si poteva fare diversamente: Legambiente ad esempio ha proposto una contro-legge di Bilancio elencando 30 interventi realizzabili a parità di gettito per lo Stato, senza però ricevere risposte di sorta dalla maggioranza M5S-Lega. Che invece sta disattendendo tutte le promesse fatte in campagna elettorale all’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS), mentre tenta colpi di mano come la cancellazione degli incentivi finora erogati a fonti rinnovabili come la geotermia, lasciando però al contempo intatti gli oltre 16 miliardi di euro/anno che il Paese spende in sussidi ambientalmente dannosi. La bocciatura della “manovra del popolo” arriva innanzitutto dalle istanze dello sviluppo sostenibile, prima ancora che dall’Europa.