Arriva in Italia il portavoce del consiglio quilombola della Bacia e Vale do Iguape

Il ruolo della battaglia quilombolas per la redistribuzione terriera nel Brasile al voto

In 250 anni la tratta degli schiavi ha portato nel Paese 3 milioni di africani, i cui discendenti lottano ancora per il diritto alla terra e contro la disuguaglianza: oggi appena l’1% dei brasiliani possiede il 60% dei terreni

[5 ottobre 2018]

Quella dei quilombolas è una storia lunga secoli, segnata dalla sofferenza e dai soprusi, e che solo negli ultimi anni sta conoscendo delle conquiste, anche se la strada verso il riconoscimento dei diritti e la piena libertà è ancora lunga.

I quilombolas vivono in Brasile e sono comunità di afro-discendenti che si sono formate dalla fuga degli schiavi dalle piantagioni, o in seguito all’abolizione della schiavitù. La parola “quilombo”, da cui nasce il loro nome, deriva dalla lingua angolana “bantu” e significa proprio “insediamento”.

La tratta di schiavi, durata 250 anni, ha portato in Brasile circa tre milioni di africani, tutti destinati al lavoro nelle piantagioni e nelle miniere, la cui presenza ha dato la forma e le fondamenta alla struttura lavorativa del territorio. Molti di loro, stanchi delle condizioni di vita e di lavoro a cui erano costretti hanno deciso di fuggire per ritirarsi in comunità isolate e nascoste, vivendo nell’anonimato. La loro vita si è basata dunque sull’auto-sussistenza e sulla riscoperta di riti e tecniche provenienti dalla tradizione africana da cui discendevano. I fuggitivi sono stati costretti a vivere nascosti, in condizioni di insicurezza e a convivere costantemente con la paura di essere scoperti e puniti dai loro ex padroni, desiderosi di vendicare la loro fuga.

L’abolizione della schiavitù nel 1888 è stato il primo passo verso un’apertura nei confronti delle comunità quilombolas, ma ci sono voluti altri cento anni prima di vedere riconosciuta la loro esistenza e i loro diritti terrieri. Due conquiste importanti sono state fatte nei secoli successivi: nel 1988 quando la Costituzione brasiliana ha stabilito che le comunità quilombola hanno il diritto a ottenere le loro “terre ancestrali”, e nel 2003 quando un decreto del presidente Lula ha precisato che può definirsi “quilombo” ogni gruppo che abbia una “discendenza africana connessa a una storia di resistenza e oppressione”. Da quel momento in poi, un importate percorso di identificazione e riconoscimento di queste comunità è andato avanti, non senza ostacoli.

Molte comunità ad oggi cercano di ottenere questa identificazione che molto spesso richiede un iter lungo e complicato, intriso di incertezza e problemi, in quanto è necessario dimostrare con delle prove la relazione ancestrale con la terra ed il territorio. Una volta ottenuto questo riconoscimento, le comunità hanno il diritto all’assegnazione di alcuni terreni, ed è qui che i quilombolas incontrano il secondo grande ostacolo. Le terre disponibili non sono in grado di soddisfare la richiesta, o meglio, appartengono già a grandi latifondisti a cui è difficile sottrarle: il processo di riconoscimento terriero, o di un indennizzo in sostituzione, potrebbe dunque richiedere decenni. Se questi diritti venissero riconosciuti a pieno, le comunità quilombolas avrebbero contribuito ad un’importante conquista: nel Paese, infatti, l’1% della popolazione possiede il 60% delle terre e l’azione di rivendicazione dei quilombolas potrebbe dunque essere un passo importante verso la redistribuzione terriera.

Il Brasile sta inoltre vivendo un momento politico delicato: le elezioni presidenziali si terranno il prossimo 7 ottobre, in un Paese profondamente spaccato in due nelle sue posizioni politiche. In un quadro complicato, fatto di forze avversarie che si scontrano aspramente, la battaglia dei quilombolas diventa strumento politico: impugnata da chi vuole difendere le minoranze e portare queste questioni al centro di un dibattito politico costruttivo, e respinta invece, da chi difende i grandi proprietari terrieri, interessato piuttosto a soffocare queste voci lontane.

Le comunità quilombolas, ad oggi, stanno continuando la loro battaglia per il riconoscimento dei diritti e, in seguito alle prime conquiste, non sono certo disposti a fare passi indietro. Reclamano le terre dove hanno vissuto e lavorato i loro antenati e in cui loro stessi stanno portando avanti un’economia basata sull’agro-ecologia (si producono miele, olio di palma e ostriche) e sull’ecoturismo.

Ananias Viania (nella foto, ndr) è il portavoce del consiglio quilombola della Bacia e Vale do Iguape, una rete di 17 comunità del Recôncavo baiano (nel nord-est del Brasile) riunitesi per combattere insieme questa battaglia. Ananias sarà ospite di tre incontri in Italia in questo mese, dove porterà la sua energia e le sue idee, per trasmettere una testimonianza di impegno attivo e di lotta per i diritti umani.

Il 6 ottobre sarà ospite al Festival di Internazionale a Ferrara in un incontro intitolato “La resistenza dei quilombolas” insieme alla giornalista brasiliana Janania Cesar. L’incontro sarà moderato e presentato da Stefano Liberti, autore di un reportage sui quilombolas uscito lo scorso 1 ottobre su Internazionale.

Durante l’incontro sarà proiettato anche il video Quilombos dell’Iguape: una storia di vita, di terra, di diritti” di Lula Oliveira, realizzato nell’ambito del progetto Cospe “Terra dei Direiros” e in programma al Terra di Tutti Film Festival. Proprio in occasione del Festival, Ananias sarà presente a Firenze l’11 ottobre al cinema Stensen  e il 12 ottobre al cinema Lumière a Bologna.  Il video racconta la storia dei quilombolas, la loro lotta per la riappropriazione delle terre, che è anche una lotta contro l’espansione delle grandi imprese, minaccia per l’equilibrio del territorio del Recôncavo baiano.

Il progetto di Cospe “Terra e Diritti”, da cui nasce il video, si occupa proprio di sostenere e appoggiare le comunità quilombolas nel loro percorso di riconoscimento dei diritti. Le azioni che il progetto genera sul territorio sono mirate a promuovere la protezione e la difesa di questi diritti e vogliono consolidare nelle comunità gli strumenti necessari per migliorare la loro capacità di incidere politicamente e aumentare la visibilità della battaglia quilombolas, per raggiungere importanti traguardi sociali e politici.

di Cospe per greenreport.it