Il fabbisogno impiantistico da colmare ammonta a 5,3 milioni di tonnellate l’anno

Il turismo dei rifiuti urbani, 1,2 miliardi di km l’anno in cerca di impianti

Utilitalia: «Serve una strategia nazionale per definire i fabbisogni che operi un riequilibrio a livello territoriale, in modo da limitare il trasporto fra diverse regioni e le esportazioni, abbattendo le emissioni di CO2»

[8 Novembre 2019]

Se per la gestione dei rifiuti speciali che produce l’Italia non è messa bene – si stima che siano almeno 2,1 milioni le tonnellate di rifiuti per i quali non sono disponibili impianti sul territorio nazionale –, non va meglio per i rifiuti urbani. Secondo lo studio Il fabbisogno nazionale di trattamento dei rifiuti presentato a Ecomondo da Utilitalia (la Federazione delle imprese idriche, ambientali ed energetiche), occorre infatti colmare un fabbisogno impiantistico da 5,3 milioni di tonnellate: nel frattempo, sempre più rifiuti viaggiano lungo tutto il Paese in cerca di impianti capaci di gestirli in sicurezza, con importanti costi economici e ambientali (si pensi ad esempio alle relative emissioni dei camion che li trasportano).

Il quadro tracciato da Utilitalia prende le mosse dagli ultimi dati forniti sui rifiuti urbani dall’Ispra, riferiti al 2017 quando sono state prodotte 29,6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. Nel complesso, circa 2 milioni di tonnellate sono state trattate o smaltite in Regioni diverse da quelle di produzione, con un flusso che viaggia principalmente dal centro-sud verso il nord – dov’è concentrata la maggior parte degli impianti – e riguarda il 7% circa di tutti i rifiuti urbani.

Più nel dettaglio il nord ha importato il 12% dei rifiuti urbani (pari a 1.680.000 di tonnellate), mentre il centro ha esportato il 16% dei rifiuti e il sud il 7%; una delle frazioni più critiche riguarda le 6,6 milioni di tonnellate di organico raccolte, 1,3 milioni delle quali sono migrate principalmente dal centro-sud verso il nord (pari al 22% dei rifiuti raccolti per questa categoria).

«Il problema – spiega Filippo Brandolini, vicepresidente di Utilitalia – non è solo di capacità installata, ma soprattutto di dislocazione geografica. Serve una strategia nazionale per definire i fabbisogni che operi un riequilibrio a livello territoriale, in modo da limitare il trasporto fra diverse regioni e le esportazioni, abbattendo le emissioni di CO2. Ecocerved ha stimato che nel 2016 i viaggi dei rifiuti italiani sia urbani che speciali sono stati pari a 1,2 miliardi di km», senza contare le tratte fuori dai confini nazionali.

Che si tratti di smaltire i rifiuti termovalorizzandoli oppure conferendoli in discarica, il trend non cambia: gli impianti presenti in Italia sono pochi, e dislocati in modo fortemente asimmetrico lungo lo Stivale. Al proposito sempre nel 2017, oltre agli indifferenziati, sono state smaltite negli inceneritori 2,8 milioni di tonnellate di rifiuti urbani trattati (vale a dire sottoposti a trattamento meccanico e biologico e per questo riclassificati come rifiuti speciali): di queste circa 650mila tonnellate (50mila in più dell’anno prima) sono state trattate in Regioni diverse da quelle di produzione, con un flusso principalmente dal centro-sud verso il nord (pari al 23% del trattato). In discarica invece sono state ancora smaltite 6,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani: ancora una volta 600mila tonnellate sono state trattate in Regioni diverse da quelle di produzione, principalmente dal centro verso il nord.

Anche le discariche disponibili – ovvero l’ultimo e teoricamente residuale step previsto dalla gerarchia europea dei rifiuti – stanno però per esaurirsi. Tenendo conto dei flussi di rifiuti urbani complessivamente la loro vita residua «non arriva a 10 anni – spiegano da Utilitalia – Per il nord si prospettano ancora 8-9 anni; per il centro 7-8 anni; per il sud 3-4 anni. Al momento l’Italia avvia a discarica una media del 23% dei rifiuti urbani trattati, mentre l’Unione europea ci impone di scendere al di sotto del 10% entro il 2035 a questo ritmo di conferimento, saremo obbligati a scegliere se costruire nuovi impianti o continuare a portare la spazzatura in discarica, sottoponendo il nostro Paese a nuove procedure di infrazione».

Che fare? Secondo l’analisi di Utilitalia – che tiene conto dei target fissati dal pacchetto Ue sull’economia circolare al 2035, e in particolare del raggiungimento del 65% di riciclaggio e dell’uso della discarica per una quota al massimo del 10% – considerando la capacità attualmente installata, se si vuole annullare entro quella data l’export tra le macro-aree del Paese, il fabbisogno impiantistico «ammonta a 5,3 milioni di tonnellate. Nello specifico, il nord risulta autosufficiente per la termovalorizzazione e in debito di 200mila tonnellate per l’organico; il centro avrebbe bisogno di termovalorizzare 900mila tonnellate e di trattare 1,1 milioni di tonnellate di organico; al sud servirebbe termovalorizzare 400mila tonnellate e trattare 1,5 milioni di tonnellate di organico».

Il tutto limitandosi all’universo dei rifiuti urbani e senza tener conto dei rifiuti speciali, la cui filiera risulta anch’essa in sofferenza ed è chiamata a gestire flussi che ammontano a oltre il quadruplo rispetto a quelli relativi ai rifiuti urbani.