L’azienda ci ricasca. Nel 2012 negò l’emergenza ecologica, e nel 2013 imputò quella sanitaria al tabacco fumato dai tarantini

Ilva shock, i legali negano «ogni contaminazione e criticità ambientale»

[16 maggio 2014]

I vertici dell’Ilva tornano nel centro della bufera. Carsicamente, sembrano non riuscire a farne a meno, sfidando stavolta la giustizia e l’opinione pubblica con una memoria difensiva redatta dai legali commissario straordinario dell’impianto siderurgico, Enrico Bondi.

Resa nota nelle ultime ore, ma redatta in occasione del giudizio amministrativo programmato il 5 di giugno dal Tar di Lecce, la memoria difensiva contiene passaggi che visti da lontano somigliano molto all’ennesima arrampicata sugli specchi. Al suo interno, si sostiene come l’azienda debba adempiere a prescrizioni «che non hanno alcun fondamento normativo, nonostante che Ilva abbia già autonomamente assunto adeguati criteri precauzionali».

I legali, infatti, fanno riferimento a aree dell’Ilva qualificate come fortemente inquinate «senza alcuna analisi effettiva e solo in dipendenza della loro utilizzazione industriale», ribadendo infine nel ricorso presentato «la completa assenza di qualsiasi indicatore che evidenzi una situazione di criticità ambientale per le aree in questione», ma sottolineando anzi la «presenza di concrete analisi che hanno escluso per dette aree ogni contaminazione». La ciliegina sulla torta, infine, gli avvocati la posizionano riferendosi alla necessaria bonifica dell’Ilva come condita da «oneri e prescrizioni sempre più onerose ed eccessive», volte «ad alimentare ingiustificatamente il business ambientale a spese dell’operatore economico di turno». Ossia, in poche parole, dell’Ilva stessa.

Nel complesso, l’allucinato quadro della situazione tracciato dai legali, com’era prevedibile non ha mancato di attirarsi immediatamente addosso feroci critiche, tra le quali spicca quella di Angelo Bonelli. Il coportavoce dei Verdi definisce la notizia come «semplicemente stupefacente e scandalosa: l’avv. Perli – con una richiesta di rinvio a giudizio per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele suoi luoghi di lavoro, alla corruzione, al falso e all’abuso d’ufficio –  ha ricevuto il mandato dal commissario Bondi a presentare un ricorso legale per chiedere al Tar di Lecce che Taranto non sia zona Sin, ovvero da zona da bonificare». Un’area che, lo ricordiamo, copre ad oggi indicativamente una superficie pari a 1.000 ettari di terreno.

Bonelli, sarcastico, chiosa ricordando come «un anno fa circa Bondi, sempre in una memoria difensiva, affermava che l’aumento dei tumori è dovuto al fatto che i tarantini fumano troppo: ormai siamo al negazionismo e al paradosso che un commissario nominato dal governo che presenta un ricorso contro un atto del governo che perimetra il territorio entro il quale devono essere fatte le bonifiche».

Ricara la dose Roberto Della Seta, candidato con Green Italia Verdi Europei nell’Italia meridionale, che aggiunge «L’affermazione di Enrico Bondi per cui Taranto va tolta dall’elenco dei siti inquinati perché pulita è letteralmente delirante».

La storia recente dell’Ilva è purtroppo punteggiata di contorsionismi del genere. Nel 2012 quando l’allora presidente delle acciaierie era Bruno Ferrante, alcuni studi commissionati dall’azienda stessa sentenziavano: «Nessuna emergenza ambientale e sanitaria a Taranto». Nel 2013 una lettera inviata all’Arpa Puglia e al Presidente della Giunta Regionale pugliese, il commissario Bondi faceva invece riferimento all’eccesso di tumori registrato a Taranto come collegato «al fumo e al consumo eccessivo di alcool». Un’affermazione che, da buona prassi italiana, venne prontamente ritrattata. Ma oggi Bondi (o meglio, i suoi rappresentanti legali) ci ricasca.

E pensare che l’Ilva meriterebbe certo tutta quest’attenzione, e anche molta di più, ma non certo indirizzata su assurdi commenti dal sapore negazionista. Ieri proprio Bondi ha illustrato il Piano industriale per l’acciaieria ai sindacati, suscitando al contempo i consensi di Cisl e Uil ma attirandosi critiche da parte degli ambientalisti di Legambiente, che criticano invece il Piano ambientale, definito quantomeno «aleatorio». Anziché dedicare energie e risorse a conciliare lavoro e ambiente, contribuendo a chiudere quello che viene presentato come un (forzato) conflitto, i vertici dell’Ilva preferiscono evidentemente dedicarsi ad altri esercizi di fantasia nelle aule dei tribunali.