Italia al 27esimo posto tra le 29 economie avanzate, ed è in declino

Inclusive Development Index 2018: concentrarsi sul Pil alimenta la disuguaglianza (VIDEO)

Il Paese più inclusivo del mondo è la Norvegia. In Italia disuguaglianze di reddito e povertà più alte che nelle economie più avanzate, e stanno aumentando

[24 gennaio 2018]

Il World Economic Forum (Wef) ha sviluppato il nuovo Inclusive Development Index (Idi), un’alternativa al Pil per misurare le  performance degli Stati che si concentra anche sugli standard di vita delle persone e sulla ineguaglianza delle economie. L’Inclusive Development Index 2018 è stato presentato al meeting annuale del Wef in corso a Davos e sottolinea che «Decenni di priorità data alla crescita economica rispetto all’equità sociale ha portato a livelli storicamente elevati di disparità di reddito e ricchezza e ha fatto abbandonare ai governi il circolo virtuoso nel quale la crescita è rafforzata dalla condivisione più ampia e prodotta senza danneggiare l’ambiente o gravare sulle generazioni future».

L’eccessivo affidamento da parte di economisti e leader politici al Pil come parametro principale delle performance economiche nazionali «è parte del problema . dicono al Wef –  dal momento che il Pil misura l’attuale produzione di beni e servizi piuttosto che dare  la misura in cui contribuisce a un ampio progresso socioeconomico, come manifestato dal reddito familiare medio, dalle opportunità di lavoro, dalla sicurezza economica e dalla qualità della vita. L’Idi è un rapporto annuale che misura le performance di 103 Paesi su 11 fattori di progresso economico oltre al Pill ed è basato su tre pilastri: crescita e sviluppo; inclusione;  equità intergenerazionale: gestione sostenibile delle risorse naturali e finanziarie.

Secondo l’idi 2018, «Nonostante la crescita, negli ultimi cinque anni le 29 economie avanzate incluse nello studio hanno un livello di inclusione medio . misurato in base al reddito familiare medio, alla povertà e alla disparità di reddito e ricchezza – nonostante un punteggio di crescita e sviluppo di oltre il 3%». I 4 indicatori che compongono il pilastro della crescita e sviluppo dell’indice sono: Pil pro capite; produttività del lavoro; occupazione; e l’aspettativa di vita sana.

Nello stesso periodo, solo 12 delle 29 economie avanzate hanno avuto successo nel ridurre la povertà e solo otto hanno visto una diminuzione della disparità di reddito. Tra questi non c’è l’Italia che «si colloca al 27esimo  posto tra le 29 economie avanzate valutate dall’Idi ed è in declino».  Il rapporeto Wef spiega che «Questa performance mostra un Paese caratterizzato da un basso livello di crescita e sviluppo e da una scarsa equità intergenerazionale e sostenibilità. In effetti, l’Italia sta invecchiando, spostando il peso politico a favore delle coorti più anziane. In questo riecheggia la difficoltà di abbassare il debito pubblico, che rivendica le risorse future dell’Italia in cambio di guadagni attuali, e un alto tasso di disoccupazione soprattutto tra la popolazione più giovane. Allo stesso tempo, le disuguaglianze di reddito e la povertà sono più alte che nelle economie più avanzate e stanno aumentando».  E pensare che, in un quadro come questo tracciato dal gotha del capitalismo internazionale, uno che di quel capitalismo fa parte come Silvio Berlusconi propone una Flat Tax che acuirebbe le disuguaglianze, il debito pubblico e toglierebbe ulteriori risorse a giovane e alle politiche sociali inclusive…

L’Idi 2018 fa infatti notare che «Spinte da una crescita lenta, le prospettive economiche future dell’Italia sono meno positive di quelle di altri Paesi comparabili. Mentre in passato l’Italia è riuscita a costruire ricchezza condivisa (come misurato dall’indice Gini della ricchezza), l’aumento delle disuguaglianze di reddito e la bassa crescita hanno iniziato a erodere tale prosperità, richiedendo un’azione a favore di politiche di crescita più inclusive». Lo ripetiamo: non è il programma di Liberi e Uguali, lo dice il World Economic Forum dalla lussuosa Davos.

Non è forse un caso che l’Italia stia ottenendo inveve buone performance  si due temi che sembrano essere ai margini degli interessi delle forze politiche tradizionali anvhe in questa campagna elettorale: l’intensità di carbonio e la speranza di vita sana, «in quanto ha emissioni low carbon e migliori condizioni di salute (73 anni di salute previsti) rispetto alla maggior parte delle economie».

Ma la situazione, italiana, praticamente la peggiore dei Paesi ricchi, è comune in tutto il mondo dove, sia Paesi ricchi che poveri stanno  cercando di capire come proteggere le generazioni future. Il pilastro dell’equita intergenerazionale e sostenibilità dell’Idi – che tiene conto del debito pubblico; dell’intensità di carbonio del Pil; il rapporto di dipendenza e dei risparmi netti adeguati (che misurano il risparmio in un’economia dopo gli investimenti nel capitale umano, l’esaurimento delle risorse naturali e il costo dell’inquinamento) – «dal 2012 sono effettivamente peggiorati nelle economie ad alto, medio e basso reddito e sono migliorati solo marginalmente ( 0,6%) nelle economie avanzate».

Secondo la classifica del The Inclusive Development Index 2018, l’economia avanzata più inclusiva del mondo nel 2018 è la Norvegia, che è al secondo posto per l’equità intergenerazionale e al terzo negli altri due pilastri dell’indice: crescita e sviluppo e inclusione. I Paesi europei dominano la parte superiore dell’indice, con l’Australia (nona) l’unica economia non europea tra le prime 10 e preceduta anche da Islanda, Lussemburgo, Svizzera, Danimarca, Svezia, Olanda e Irlanda e seguita al decimo posto dall’Austria.

Tra le economie del G7, la più inclusiva è la Germania (12esima), seguita da Canada (17), Francia (18),  Regno Unito (21), Usa (23), Giappone (24) e ultima l’Italia (27). Il Wef fa notare che «In molti Paesi esiste una netta differenza tra i singoli pilastri. Ad esempio, tra i Paesi ricchi gli Stati Uniti si classificano decimi su 29 per la crescita e lo sviluppo; tuttavia, si posiziona 28esimi per l’inclusione e 26esimi per l’equità  intergenerazionale. La Francia, d’altra parte, si comporta meno bene su crescita e sviluppo (21esima su 29); tuttavia, si classifica 12esima per inclusione. Il suo basso punteggio sull’equità intergenerazionale (24) suggerisce che potrebbe avere problemi per il futuro.

Sei economie europee emergenti sono nelle prime 10 posizioni nella classifica delle economie emergenti: Lituania (1), Ungheria (2), Lettonia (4), Polonia (5), Croazia (7) e Romania (10). L’indice Wef fa notare che questi paesi ex comunisti «hanno buoni risultati in termini di crescita e sviluppo, traendo vantaggio dall’appartenenza all’Ue, nonché negli indicatori di inclusione, poiché le condizioni di vita medie sono aumentate e la disuguaglianza nella ricchezza è diminuita in modo significativo». Eppure è proprio in questi Paesi che ha preso piede una destra xenofoba e antieuropeista che dall’Ue pretende solo contributi senza aderire ai principi democratici foondativi dell’Unione europea.

Anche l’America Latina si comporta bene, con tre Paesi presenti tra i primi 10 di quelli emergenti: Panama (6), Uruguay (8) e Cile (9).

Le performance delle grandi economie emergenti dei Brics sono molto diverse: La Russia è al 19esimo posto nell’Idi 2018 dei Paesi emergenti, seguita da Cina (26), Brasile (37), India (62) e Sudafrica (69). Al Wef spiegano che «Sebbene la Cina sia dal 2012 al primo posto tra le economie emergenti nella crescita del Pil  pro capite (6,8%) e nella crescita della produttività del lavoro (6,7%), il suo punteggio complessivo è ridotto da prestazioni poco brillanti per l’inclusione». Altri Paesi emergenti come il Messico (24), l’Indonesia (36), la Turchia (16) e le Filippine (38) mostrano maggiori potenzialità sull’equità intergenerazionale e sulla sostenibilità, ma mancano progressi negli indicatori di inclusione come la disuguaglianza di reddito e di ricchezza.

Il World economic forum evidenzia che «I dati Idi suggeriscono che una crescita del Pil relativamente forte non può essere invocata da sola per generare un progresso socio-economico inclusivo e un miglioramento del tenore di vita medioTutti i Paesi avanzati tranne tre, negli ultimi cinque anni hanno registrato una crescita del Pil, ma solo 10 su 29 hanno registrato progressi evidenti nel pilastro inclusione dell’Idi. Una maggioranza, 16 su 29, ha visto deteriorarsi l’inclusione e gli altri tre sono rimasti stabili. La maggioranza di quei Paesi con le migliori performance di crescita del Pil non è riuscita a migliorare l’inclusione. Questo schema si ripete nel rapporto tra crescita del Pil e performance su equità intergenerazionale e sostenibilità, con 11 Paesi su 29 che mostrano chiari progressi e 18 su 29 in peggioramento».

Per quanto riguarda i dati dei Paesi emergenti l’Idi dice che «Mostrano una disconnessione simile tra crescita del Pil e inclusione. Negli ultimi cinque anni, delle 30 economie emergenti con la più alta crescita del Pil pro capite, solo 6 hanno ottenuto un punteggio altrettanto buono nella maggior parte degli indicatori di inclusione, mentre 13 non sono state migliori di mediocre e 11 hanno registrato prestazioni scarse. Rispetto all’equità intergenerazionale, solo 8 hanno ottenuto un punteggio altrettanto buono sulla maggior parte degli indicatori intergenerazionali di equità e sostenibilità, mentre 12 non sono stati migliori di mediocre e 10 hanno registrato prestazioni scarse».

L’Idi afferma che «Questi dati suggeriscono che la crescita del Pil è una condizione necessaria ma non sufficiente per il raggiungimento di ampi progressi nei livelli di vita in base ai quali la maggior parte delle persone giudica il successo economico dei Paesi. Questo messaggio è particolarmente rilevante in un momento in cui la crescita economica globale sta tornando a un livello più robusto e i responsabili politici potrebbero fare di più per rendere le loro economie a prova di futuro e renderle più eque. I leader politici e del business non dovrebbero aspettarsi che una crescita più elevata rappresenti una panacea per le frustrazioni sociali, comprese quelle delle giovani generazioni che hanno scosso la politica di molti Paesi negli ultimi anni». Purtroppo è proprio questo tipo di panacea economicistica e neoliberista che stanno cercando di ammannirci gran parte dei politici italiani – spalleggiati dal tifo delle grandi imprese – in questi giorni di pirotecniche promesse elettorali.

Richard Samans, direttore esecutivo e a capo della Global Agenda del World economic forum, conclude: «La crescita economica misurata dal Pil è meglio compresa come misura top-line della performance economica nazionale. Il risultato finale che le società si aspettano è un ampio e sostenibile progresso negli standard di vita. I responsabili politici hanno bisogno di una nuova plancia focalizzata più specificamente su questo scopo. Potrebbe aiutarli a prestare maggiore attenzione agli aspetti strutturali e istituzionali della politica economica che sono importanti per diffondere prosperità e opportunità e assicurare che queste siano preservate per le generazioni più giovani e future».

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