La riduzione della disuguaglianza è un requisito essenziale dello sviluppo

Inizia il 1° Festival dello sviluppo sostenibile, ma l’Italia ha poco da festeggiare

Giovannini (ASviS): «In nessun caso rientra nella ‘zona verde’, cioè in linea con gli obiettivi Onu». Preoccupa la crescita delle disparità all’interno del Paese e fuori

[22 maggio 2017]

Le prospettive economiche per l’Italia delineate oggi dall’Istat, che prevede per il Paese una crescita economica al +1% del Pil nell’anno in corso, sono perfettamente a metà tra quelle del governo nel Def (+1,1%) e quelle indicate dalla Commissione Ue (+0,9%). Solo a fine dicembre sarà chiaro il dato reale, ma più delle previsioni è utile guardare alla dinamica in corso: «Prendendo come riferimento il primo trimestre del 2015, il livello del Pil italiano è cresciuto dell’1,9% nei primi tre mesi del 2017. Nello stesso periodo – osserva l’Istat – il Pil dell’area euro è aumentato del 3,5%». L’economia italiana è dunque cresciuta sensibilmente meno rispetto ai propri cugini (e competitor) europei. Il via libera alla correzione dei conti pubblici da 3,4 miliardi di euro arrivata oggi da Bruxelles – peraltro con la raccomandazione al governo di «spostare il carico fiscale dai fattori produttivi a tasse meno dannose per la crescita, reintrodurre la tassa sulla prima casa per i redditi elevati, riformare il catasto» – è solo una magra consolazione, che per di più torna a mettere il dito sulla piaga italiana della disuguaglianza.

Una disuguaglianza ormai tanto elevata da costituire anche un freno alla crescita economica. Figurarsi allo sviluppo sostenibile.

Non è dunque casuale la scelta dell’ASviS di aprire oggi a Napoli il primo Festival dello sviluppo sostenibile proprio sul tema della disuguaglianza. Il Festival, che si svolge dal 22 maggio al 7 giugno in tutta Italia e che conta oltre 200 eventi su tutto il territorio nazionale, ha lo scopo di richiamare l’attenzione sui 17 obiettivi (i Sustainable development goals – Sdgs) di sviluppo sostenibile e sull’attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che il nostro Paese ha sottoscritto nel settembre 2015. Tra appena 13 anni gli obiettivi sottoscritti dovranno essere conseguiti.

Il nostro Paese, è bene saperlo, non risulta messo bene. Oscilla tra il 25esimo e il 26esimo posto a livello internazionale, e «rispetto ai 17 SDGs – dichiara Enrico Giovannini, ex ministro e presidente Istat, oggi portavoce ASviS – l’Italia compare nella ‘zona rossa’, cioè in una condizione critica, in sette obiettivi: educazione, occupazione, disuguaglianze, consumo responsabile, lotta contro il cambiamento climatico, pace e giustizia, e partnership e in quella ‘gialla’ nei rimanenti 10, mentre in nessun caso rientra in quella ‘verde’, cioè in linea con gli obiettivi. È proprio per questo che abbiamo deciso di organizzare il Festival, che ha lo scopo di diffondere la cultura della sostenibilità».

Il primo Festival italiano dello sviluppo sostenibile parte dunque dall’obiettivo 10 individuato dall’Onu: ridurre le disuguaglianze all’interno e tra le nazioni. Con l’adozione dell’Agenda 2030 – spiegano infatti dall’ASviS – la riduzione della disuguaglianza, all’interno e fra paesi, viene infatti riconosciuta come un requisito essenziale dello sviluppo, anche perché negli ultimi 30 anni il divario tra ricchi e poveri è andato aumentando, raggiungendo il livello più alto in un gran numero di paesi avanzati. Il 10% della popolazione più agiata dell’area Ocse ha un reddito medio disponibile di oltre 9 volte superiore a quello del 10% più povero, mentre negli anni ‘80 del secolo scorso tale rapporto era pari a 7. A livello mondiale le disparità di reddito sono considerevolmente più ampie di quelle rilevate nelle economie avanzate, con differenze regionali significative sia nei livelli sia nella dinamica, e anche l’Italia ha un suo piccolo, triste record: negli ultimi 20 anni le disparità di reddito sono cresciute nel nostro Paese più che in ogni altra nazione Ocse, e durante la crisi lo Stato si è dimostrato il peggiore in Europa per la capacità (o la volontà) di ridurne l’incremento.

Qualcosa di buono, oggi, si inizia a intravedere. Ma siamo ancora ai preliminari. Con il Def 2017, l’Italia è stato il primo Paese Ue a includere nella propria programmazione economica, accanto agli obiettivi tradizionali – in primis il Pil e occupazione – quattro indicatori di benessere equo e sostenibile (Bes) e, tra questi, l’indice di diseguaglianza del reddito disponibile. Mentre osserva più in dettaglio il fenomeno, al contempo il governo fa molto poco per ridurre l’aumento della disuguaglianza: la legge delega approvata nel marzo scorso dal Parlamento ha istituito il Rei (Reddito di inclusione), una misura varata per contrastare la povertà assoluta; secondo i dati del governo nel 2017 beneficeranno del Rei circa 400mila famiglie per un totale di 1,7 milioni di persone, ovvero meno di un terzo – sottolineano dall’ASviS – dei 4,6 milioni di persone che secondo l’Istat si trovano in povertà assoluta, cioè non in grado di acquistare un paniere di beni e servizi essenziali. Davvero troppo poco.