Dopo due anni è arrivato in Gazzetta ufficiale il bonus ricercatori del governo Monti

L’innovazione in Italia tra baronie nella ricerca e falsi miti sulla fuga dei cervelli

“Solo” il 7,5% dei dottorati lavora all’estero, e per molti che rimangono sono decisive le eredità familiari

[12 agosto 2014]

Ci sono voluti poco più di due anni, ma alla fine il credito d’imposta rivolto a quelle aziende che puntano sulla ricerca – assumendo (a tempo indeterminato) un laureato o un dottorato – è arrivato in Gazzetta ufficiale. Correva l’anno domini 2012, il quinto dall’inizio della crisi, e la presidenza del Consiglio dei ministri era affidata al premier Mario Monti. Il decreto legge Sviluppo, contenente misure «urgenti» per il futuro dell’Italia, iniziava il suo viaggio in quel mare magnum della legislazione che l’ha portato solo adesso all’approdo finale.

«Chi, nell’estate del 2012, ha assunto un “cervello non in fuga”, da metà settembre – precisa amaro il Sole “4 Ore – potrà richiedere di beneficiare del credito d’imposta previsto dal decreto legge “sviluppo” (Dl 83/2012)», iniziando a intascare il promesso bonus pari al 35% del costo (per 12 mesi) del ricercatore per l’azienda.

Alla faccia dell’urgenza, la pesante macchina burocratica ha concluso così il suo iter. Lo Stato, con molta calma, ha assolto ai suoi obblighi; gli imprenditori che nel frattempo non hanno chiuso battenti chiuderanno un bilancio annuale leggermente alleggerito. E i ricercatori, e i dottorati? Un’indiretta interpretazione della loro risposta a questo habitat italiano la offrono i dati raccolti dall’Isfol – l’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori – nel suo ultimo report sul tema, ovvero Non sempre mobili: i risultati dell’indagine Isfol sulla mobilità geografica dei dottori di ricerca.

Lo studio si riferisce a un vasto campione di individui che hanno conseguito il dottorato – il più elevato titolo di studio italiano – nel 2006 e sono stati intervistati sei anni dopo, giustappunto nel 2012. Dall’analisi Isfol sono emersi dettagliatamente molte delle lacune che affliggono i ricercatori italiani, lasciando assai debilitato il tasso innovativo del sistema industriale italiano, che dovrebbe invece essere la loro accogliente dimora.

Secondo l’Isfol, infatti, «il circolo virtuoso che si è creato nelle grandi realtà economiche tra innovazione e ricerca, utilizzo di tecnologie e domanda di lavoro qualificato, in Italia non ha assunto un profilo evidente; il nostro Paese è caratterizzato da elevati gradi di inefficienza allocative del capitale umano».

Il risultato che si immagina davanti a questo quadro della situazione è quello tristemente noto come la “fuga dei cervelli”, ma scendendo nel dettaglio dei numeri si scopre che la vulgata popolare nasconde molte lacune. L’Isfol rivela infatti che «nel 2012 i dottori di ricerca che hanno conseguito il titolo nel

2006 sono prevalentemente immobili, ossia non hanno mutato la regione di residenza rispetto a quella dove hanno vissuto prevalentemente fini a 18 anni o a quella ove hanno conseguito il dottorato». Solo il 7,5% dei dottorati di ricerca è espatriato (una percentuale comunque assai notevole, soprattutto perché non trova un corrispettivo in quei ricercatori che dall’estero approdano annualmente nel Bel Paese), mentre il 12,2% ha spostato la propria residenza in un’altra regione (italiana).

Quei ricercatori che hanno deciso di portare il proprio cervello all’estero sono stati premiati con uno stipendio mediamente superiore del 50% a quello nostrano, e si tratta prevalentemente di «dottori che hanno intrapreso studi inerenti il ramo tecnico-scientifico», che per «veder realizzate le proprie aspirazioni di ricerca necessitano di ambienti lavorativi troppo spesso non presenti in Italia».

E il resto, la grande fetta dei dottori di ricerca che rimane in Italia? Secondo l’Isfol, in questo caso l’identikit parla di un ricercatore iscritto a un albo, che esercita la propria professione contesti lavorativi «solidi ma chiusi (si pensi agli ordini dei medici, dei farmacisti, dei notai, ecc.)» e il cui successo «spesso è condizionato da regole informali o è legato a “eredità familiari”».

All’Italia che vuole puntare su innovazione e ricerca si presenta un duplice e drammatico problema. Da una parte una percentuale (ridotta, anche se fortemente specializzata) di giovani menti allevate col sostanzioso contributo delle casse pubbliche italiane lasciano il Paese perché un tessuto industriale antiquato non riesce ad assorbirne le doti. Dall’altra, di quelli che rimangono molti sono espressione di quelle baronie che sono il corrispettivo “privato” della soffocante burocrazia e ingessatura pubblica (e torniamo qui all’approdo in Gazzetta del bonus ricercatori dopo due lunghissimi anni). Il tutto con estrema sofferenza in particolare per quei settori, come la green economy, che dovrebbero assicurarci una ripresa inclusiva e sostenibile.

«Il nostro Paese – chiosa l’Isfol – continua a caratterizzarsi per la scarsa efficienza allocativa del capitale umano, in conseguenza anche della mancanza di interventi sistemici sul fronte dell’innovazione e della ricerca che assumono un ruolo ancor più rilevante in periodi di recessione economica». Una vera e propria traccia di politica industriale e culturale da svolgere con sollecitudine per il governo del fare (veloce) oggi in carica, quello del governo Renzi.