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«Lo Stato crede fortemente in meritocrazia e innovazione: è fondamentale». Ma sono gli Usa, non l’Italia

Domitilla Del Vecchio, con le sue ricerche al Mit, è protagonista sulla frontiera dei circuiti biologici. A greenreport spiega perché è andata all’estero

[11 dicembre 2014]

Scienziati di tutto il mondo cercano da tempo l’innovazione in grado di realizzare circuiti biologici che possano sostituire gli attuali microchip elettronici, e le sue ricerche rendono oggi questa tecnologia più vicina alla realtà. Quali sono adesso gli scenari che si aprono?

«Il dispositivo “load driver”, come l’analogo dispositivo elettronico (feedback amplifier or isolation amplifier), permette di trasmettere un segnale (chimico nel nostro caso) ad un numero arbitrariamente grande di componenti a valle senza che questi attenuino il segnale stesso, cosa che invece avviene in assenza del load driver. I circuiti biologici che oggi funzionano in modo predicibile sono ancora troppo semplici per poter essere direttamente utili in applicazioni d’interesse come, per esempio, riconoscere cellule cancerogene e rilasciare (in risposta) delle sostanze killer. Per far sì che le cellule programmabili del futuro siano in grado di riconoscere e uccidere agenti nocivi, in pazienti malati o nell’ambiente, i circuiti biologici che le costituiscono dovranno essere composti da molti componenti che lavorano in modo predicibile quando connessi tra di loro. Oggi questa abilità manca: più il circuito diventa complesso (aumentano il numero di componenti), meno stabile e predicibile è il suo comportamento. Il load driver ci permette di aumentare il numero di componenti che connettiamo e di mantenere allo stesso momento il comportamento desiderato».

La scoperta del suo team è stata possibile anche grazie ai finanziamenti ricevuti dall’U.S. Army Research Office, dall’U.S. Air Force Office of Scientific Research, e dai National Institutes of Health. Quant’è importante il supporto e l’indirizzo del settore pubblico per l’innovazione tecnologica?

«Siamo estremamente grati al governo americano, che ci dà i fondi necessari per sviluppare le nostre teorie e metterle in pratica in esperimenti che durano anche parecchi anni. Il settore pubblico è responsabile per la maggior parte dei fondi in questo ramo di ricerca, e nei fatti il suo apporto è fondamentale. Il settore pubblico crede fortemente nell’innovazione tecnologica, in idee fondamentalmente diverse, e nella meritocrazia. È grazie a queste strutture che le innovazioni avvengono e i successi sono premiati. Tra le funding agencies che ci hanno dato i fondi c’e’ anche il National Science Foundation (NSF), che non vedo incluso nella lista qui sopra. In effetti, l’NSF e l’US AFOSR sono stati i primi che hanno creduto in queste idee nel 2008-2009, quando ancora le idee erano molto fresche e dovevano ancora percolare nella comunità scientifica. Oggi, le idee di quelle proposte di ricerca sono concetti “standard” nella comunità scientifica, e parecchie sono insegnate in corsi in ingegneria biologica. In questo senso, negli states il settore pubblico spesso ricopre anche il ruolo di visionario che intuisce oggi quello che domani potrà essere una importante innovazione tecnologica. Questo è possibile perché negli US, a differenza di altri paesi, i funzionari pubblici incaricati di seguire e valutare la ricerca non sono dei politici ma sono dei tecnici, esperti nel particolare settore di ricerca di cui si occupano, e hanno a disposizione squadre di esperti che cercano e valutano idee».

Gli Stati Uniti sono all’avanguardia nella ricerca sui circuiti biologici. Qual è invece il quadro dei centri di ricerca europei e italiani, e come favorirne lo crescita?

«In Europa, l’UK ha stanziato parecchi fondi sulla ricerca per i circuiti biologici, aprendo diverse iniziative. Non sono al corrente di simili iniziative in altri paesi europei. Per quanto riguarda l’Italia, credo che tra i paesi europei sia tristemente in una posizione di netta inferiorità. Non solo per questo ramo di ricerca, sfortunatamente, ma per la ricerca in generale, ragione di base per cui non sono rientrata in Italia dopo i miei studi. Come favorirne la crescita? Beh, la risposta scontata sarebbe stanziare più fondi per la ricerca. Purtroppo, non credo che questa sia la risposta giusta. In Italia, la meritocrazia non esiste più ed è anzi bandita. Più fondi senza un sistema meritocratico per distribuirli, che risultati può dare? Credo più o meno gli stessi di quelli attuali».

Dalle cosiddette foglie artificiali per catturare energia ai batteri programmabili in laboratorio, le tecnologie bio-ispirate danno speranza in un mondo dove le risorse materiali non rinnovabili sono in declino. Passa dalla biologia la frontiera dello sviluppo sostenibile?

«Sicuramente il potenziale c’è, dai batteri che già oggi sono programmati per generare etanolo usando in pratica “spazzatura”, o che sono in grado di neutralizzare materiali radioattivi. Una parte difficile sarà capire come trasformare questo potenziale in una soluzione economicamente vantaggiosa. Più in generale, la capacità di controllare i circuiti biologici e il comportamento cellulare offre opportunità così grandi… molte delle quali oggi siamo ancora incapaci di immaginarle».