Inps, altro che migranti: la bomba sociale dell’Italia sono i giovani poveri

Boeri: «Nessuno sembra preoccuparsi del declino demografico del nostro Paese. Si tratta di vera e propria disinformazione»

[4 luglio 2018]

Mezzo secolo fa i giovani italiani fino a 17 anni avevano un rischio di cadere in povertà pari a un terzo rispetto a quella degli anziani con più di 65 anni, mentre oggi la situazione è più che ribaltata: i giovani hanno una probabilità di diventare poveri cinque volte più alta dei loro nonni, e gli ultimi dati Istat mostrano adesso la metà dei poveri italiani ha meno di 34 anni. Un’amara realtà di cui il governo nazionale sembra disinteressarsi: forse perché i giovani rappresentano la fascia d’età meno rappresentativa nell’elettorato italiano, e dunque con un peso minore alle urne? Di certo c’è che, come ha dichiarato alla Camera il presidente dell’Inps Tito Boeri, illustrando il nuovo rapporto annuale dell’Istituto nazionale di previdenza sociale, la «storia recente dei giovani nel nostro Paese è una storia di inesorabili revisioni al ribasso delle loro aspettative. Fra queste delusioni anche quella di ritrovarsi sempre, quale che sia l’esito del voto, con governi che propongono interventi a favore dei pensionati».

Non è sempre stato così, come mostra la già citata differenza sul rischio di un giovane di cadere in povertà oggi o cinquant’anni fa. Ma si tratta di un problema che non riguarda “solo” i pochi, giovani elettori, ma la tenuta di tutto il Paese: per definizione è dai giovani che passa l’opportunità di costruire un futuro migliore, per tutti. Eppure non sembra un tema di grande interesse.

«Nel confronto pubblico degli ultimi mesi – osserva Boeri – si è parlato tanto di immigrazione e mai dell’emigrazione dei giovani, del vero e proprio youth drain cui siamo soggetti. Nessuno sembra preoccuparsi del declino demografico del nostro Paese». Anche perché la cittadinanza non ne è a conoscenza: «Gli italiani sottostimano la quota di popolazione sopra i 65 anni e sovrastimano quella di immigrati e di persone con meno di 14 anni». Come mostra il sondaggio Perils of perception (Ipsos), pensano che gli under14 siano il 26% (invece sono circa il 14%), e al contempo credono che gli immigrati siano il 26% della popolazione (e invece sono circa il 9%). In quanti invece hanno contezza del fatto che nel 2016 sono emigrati 115.000 italiani, l’11% in più dell’anno precedente, in larga prevalenza giovani e istruiti?

«Si tratta di vera e propria disinformazione – argomenta Boeri – Diversi esperimenti dimostrano come sia possibile migliorare in modo sostanziale la cosiddetta demographic literacy degli italiani. Basta dire loro la verità. Purtroppo è anche possibile peggiorare la consapevolezza demografica, ad esempio agitando continuamente lo spettro delle invasioni via mare quando gli sbarchi sono in via di diminuzione. La classe dirigente del nostro Paese dovrebbe essere impegnata in prima fila nel promuovere consapevolezza demografica. Chi si trova a governare con una popolazione così disinformata fa molta fatica a far accettare all’opinione pubblica le scelte difficili che la demografia ci impone».

Ad esempio, sono tutti d’accordo sul fatto che bisogna contrastare l’immigrazione irregolare, ma per farlo l’Italia ha bisogno di aumentare quella regolare: «Quando si pongono forti restrizioni all’immigrazione regolare, aumenta l’immigrazione clandestina e viceversa: in genere, a fronte di una riduzione del 10% dell’immigrazione regolare, quella illegale aumenta dal 3 al 5%».

Perché non chiudere invece tutti i confini, oltre che tutti i porti? Perché c’è una forte domanda di lavoro immigrato in Italia: nel lavoro manuale non qualificato sono oggi impiegati il 36% dei lavoratori stranieri in Italia, contro solo l’8% dei lavoratori italiani. Si tratta di «tanti lavori per i quali non si trovano lavoratori alle condizioni che le famiglie possono permettersi nell’assistenza alle persone non-autosufficienti, tanti lavori che gli italiani non vogliono più svolgere». E senza questi lavoratori, senza i loro contributi, non ci sarebbero soldi neanche per le pensioni degli italiani: «Azzerando l’immigrazione, secondo le stime di Eurostat – riporta Boeri – perderemmo 700.000 persone con meno di 34 anni nell’arco di una legislatura». In un sistema pensionistico a ripartizione come il nostro, dove i contributi di chi lavora servono ogni anno a pagare le pensioni di chi si è ritirato dalla vita attiva, è un dato più che preoccupante.

«Avere consapevolezza demografica – aggiunge dunque Boeri – non significa rinunciare a dare risposte a un Paese sfiancato dalla più lunga ed estenuante crisi del Dopoguerra. Non significa ignorare la domanda di protezione dei tre milioni di disoccupati e cinque milioni di poveri ereditati da questi anni difficili e non tenere conto del fatto che anche chi oggi un lavoro ce l’ha, con la crisi è diventato maggiormente avverso al rischio. Significa solo anticipare i problemi del futuro per migliorare il presente». Come? Ad esempio affrontando sul serio l’emergenza povertà.

Dal dicembre 2017 l’Italia si è dotata, allo scopo, del Reddito di inclusione (Rei), il cui accesso da pochi giorni è condizionato unicamente ad una valutazione del reddito e del patrimonio dei beneficiari: il grande problema è che continua a essere drammaticamente sottofinanziato. «Con sei miliardi aggiuntivi – secondo le simulazioni Inps citate da Boeri – si potrebbero raggiungere l’80% delle famiglie povere (contro il 20% coperto dal Rei con le risorse attuali) e avere effetti ben più significativi». Sarebbe un inizio.

 

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