Inquinamento atmosferico e riscaldamento: quando bruciare legna fa male alla salute

Il Cnr ha studiato il caso di Dublino, dove torba e legna contribuiscono fino al 70% della concentrazione di PM1 durante gli episodi notturni di picco di inquinamento

[18 settembre 2018]

Con l’avvicinarsi dell’autunno il riscaldamento degli edifici torna ad essere una preoccupazione per molti italiani, e non solo per le bollette collegate: come ormai molti studi sono riusciti a mettere ben in evidenza, sta proprio nel riscaldamento – insieme al traffico veicolare – uno dei principali attori dell’inquinamento atmosferico che rappresenta una “costante emergenza” per il nostro Paese (e non solo).

Anche nello studio Extreme air pollution from residential solid fuel burning, pubblicato nei giorni scorsi su Nature Sustainability con il contributo di Maria Cristina Facchini e Matteo Rinaldi, dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac), vengono descritti livelli straordinari di inquinamento atmosferico, con superamenti dei valori limite di riferimento un giorno ogni cinque e concentrazione in massa di aerosol sub-micronico (PM1) superiore a 300 μg m-3, osservati in una città europea di medie dimensioni (Dublino, Irlanda).

«Tale inquinamento è attribuito alle emissioni da combustibili solidi ad uso domestico – spiega Facchini, direttore del Cnr-Isac – Le analisi chimiche ci hanno permesso di identificare le ‘impronte digitali’ delle diverse sorgenti nel particolato analizzato. Il risultato è che il consumo di torba e legna, che a Dublino riguarda rispettivamente il 12% e l’1% delle abitazioni, contribuisce fino al 70% della concentrazione di PM1 durante gli episodi notturni di picco di inquinamento presi in esame».

I picchi sono associati a condizioni di freddo e stagnazione dell’atmosfera, quando si consuma più combustibile per riscaldamento domestico e c’è meno dispersione. «La ‘green agenda’, per limitare l’impatto umano sul clima, promuove il passaggio da combustibili fossili a fonti rinnovabili o a basso tenore di carbonio. In termini di riscaldamento domestico – prosegue la ricercatrice – la scelta ricade spesso sulla legna (inclusi i pellets); l’impatto di questa biomassa sui livelli di inquinamento va valutato con attenzione se si considera che si prevede che il loro consumo triplichi globalmente dal 2010 al 2030. I risultati di questo studio suggeriscono che sia opportuno introdurre delle regolamentazioni sull’uso della biomassa come combustibile per il riscaldamento domestico e necessario implementare strategie win-win, che prevedano azioni per mitigare il cambiamento climatico e contemporaneamente migliorare la qualità dell’aria».

Ciò naturalmente non significa che l’utilizzo della biomassa legnosa sia sempre e comunque dannoso in termini di inquinamento atmosferico: è sufficiente impiegare questa materia prima con intelligenza. I casi virtuosi non mancano: ad esempio nella Regione più boscosa d’Italia – la Toscana, dove sono presenti 1 milione e 150 mila ettari di boschi – dei circa 5 milioni di mc di legna prodotti ogni anno se ne utilizza per vari usi solo il 40% (2 milioni mc circa), mentre il resto va ad incrementare la massa legnosa, la cui crescita annuale è dunque nettamente superiore al prelievo. Quello toscano è dunque un territorio – specialmente nei suoi comuni montani – che presenta condizioni favorevoli per lo sviluppo di moderni impianti centralizzati automatici a cippato, collegati a reti di teleriscaldamento: se correttamente progettati e installati, questi impianti mostrano bassi impatti sull’ambiente e sulla qualità dell’aria, rappresentando al contempo un’efficiente valorizzazione energetica del legno rinnovabile in sostituzione dei combustibili fossili, oltre che una concreta opportunità di sviluppo sostenibile per l’economia locale.