Rossi: «Bisogna recuperare un legame più stretto fra scuola, mondo della formazione e lavoro»

Irpet, recessione anche nel 2014. Per la ripresa intrecciare manifattura e ambiente

De Girolamo: «Il settore dei servizi pubblici locali può giocare un ruolo importantissimo»

[12 giugno 2013]

Il calo della domanda interna, causa prima della caduta del Pil anche in Toscana: è sul lato della spesa per i consumi interni che la spia segnala rosso, con un dato che parla di un -3,7%, nonostante l’apporto positivo della spesa dei turisti stranieri. Le manovre finanziarie dell’ultimo triennio certo non hanno aiutato, portando ad una ulteriore contrazione della spesa delle amministrazioni pubbliche che ha influito sulla domanda interna.

Il rapporto sulla situazione economica della Toscana – presentato da Irpet e Unioncamere – individua nelle debolezze interne di una Regione fiaccata dalla crisi (anche se meno della media nazionale) le motivazioni prime di quel tasso di disoccupazione che ha raggiunto nel 2012 il 7,8%, senza parlare poi dei giovani che «costituiscono – si legge nel rapporto – la categoria demografica più colpita dalla crisi economica, ma anche quella in generale più penalizzata dai cambiamenti strutturali intervenuti nel mercato del lavoro italiano negli ultimi decenni».

Puntare forte sull’export (che raggiunge un +3,9%) può sembrare l’unica via d’uscita da queste sabbie mobili, ma questa carta rischia in realtà di rivelarsi un appiglio fragile. «Non ci si può esimere però dal richiamare il fatto che, se i mercati internazionali saranno la principale forza in grado di trascinare la nostra economia fuori dalla crisi, è anche vero – sottolinea l’Irpet – che il loro peso sulla domanda che si rivolge al nostro paese, tra esportazioni e turismo, resta comunque inferiore al 30%. Ciò significa che vi è una parte consistente delle attività produttive che dipende dalla domanda interna».

È dunque arrivata l’ora, a partire dalla nostra Regione, di sganciarsi dai nefasti effetti del pensiero economico mainstream finora dominante. «Troppo spesso i politici sono schiavi delle idee degli economisti – ha commentato il presidente Rossi – l’Europa ha affrontato la crisi all’insegna di vecchie idee liberiste, pensando che l’intervento dello Stato fosse un freno al mercato, attuando politiche di rigore e di iniqua distribuzione della ricchezza».

Ecco dunque che Rossi auspica una nuova intesa fra istituzioni, forze sociali, categorie economiche, basata su un “comune sentire”, dieci punti attorno ai quali costruire un confronto che possa sfociare in una strategia capace di far fare un salto di qualità allo sviluppo della Toscana, di rilanciarne produttività e competitività, entro una solida cornice fatta di «qualità, tutela della bellezza, solidarietà».

La centralità del manifatturiero, come conferma anche il rapporto Irpet, deve rimanere assoluta, evolvendosi progressivamente verso una conciliazione con un paesaggio – il nostro – che nei secoli ha conquistato bellezza sotto la mano operosa dell’uomo. Un paesaggio, ricorda Rossi, che «è un fatto anche economico, che ci permette di mettere a frutto la rendita lasciataci dai nostri nonni come un marchio straordinario, che possiamo vendere in tutto il mondo».

E dal lato delle imprese? Come spiega Irpet nel suo rapporto, senza interventi strutturali sul mercato interno la ripresa non ci sarà. A quelle aziende che credono nella possibilità di accrescere il proprio potenziale innovativo, ridefinendo gli assetti organizzativi e guardando alle potenzialità offerte da maggiori investimenti in risorse umane qualificate – «Bisogna recuperare un legame più stretto fra scuola, mondo della formazione e lavoro», precisa Rossi –, a quelle aziende si deve guardare per la ripresa del nostro sistema produttivo.

Da questo punto di vista, un segnale incoraggiante arriva proprio da un settore vituperato come quello dei servizi pubblici, capace di coniugare possibilità di sviluppo economico e sociale con un accresciuta tutela ambientale.

In questo quadro drammatico il settore dei servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, energia, trasporti, edilizia pubblica) può giocare un ruolo importantissimo – commentano da Confservizi Cispel Toscana – per le sue evidenti caratteristiche anticicliche, come evidenziato anche nel rapporto, dove l’unico comparto ad avere il segno più come conto economico sono proprio i cosiddetti servizi market, più 4,4% nel 2012, nei quali rientrano i servizi pubblici.

«I servizi pubblici reggono nei valori di produzione e di occupazione, ad eccezione dei trasporti a seguito dei tagli – spiega il presidente De Girolamo – e soprattutto rappresentano un settore che può attivare in tempi rapidi una grande mole di investimenti pubblici, 3/4 miliardi di euro circa nei prossimi anni. La sfida che ci attende è quella dell’uso intelligente e a sostegno degli investimenti dei fondi europei 2014-2020. Un’occasione da non perdere. La Regione – conclude De Girolamo – definisca con il Governo e con l’Europa un’agenda chiara di impegni per usare i fondi europei a sostegno degli investimenti ambientali dei servizi pubblici locali: acqua e alterazioni climatiche, recupero di materia ed energia da rifiuti, mobilità sostenibile, fonti rinnovabili ed efficienza energetica, social housing sostenibile».

In questo quadro recessivo che ci circonda da ormai 5 anni si andrà avanti almeno per tutto il 2014, secondo l’Irpet. Secondo l’ Istituto regionale programmazione economica della Toscana si dovrebbero avere segnali di ripresa (si parla di possibile crescita per il 2015), ma è necessario scegliere bene una ripresa di cosa. Una crescita economica tal quale sembra allettante, vista dal profondo della recessione, ma anche questo è un miraggio. La crisi e le ristrettezze ci impongono di lasciare molte cose per strada, e lasciare che sia il caso (o il solo mercato) a decidere cosa rimarrà sarebbe un fatale errore per la tenuta della nostra economia, della nostra società, dell’ecosistema stesso che ci ospita e dal quale dipendiamo per la nostra sopravvivenza. Lo sviluppo di un’economia sostenibile non sarà frutto del caso, ma di scelte e volontà politiche precise, e la responsabilità stessa di scegliere ci impone l’imperativo di agire.