Colpiti soprattutto i giovani: +14% di disoccupati dal 2007, negli adulti “solo” +4%

Irpet, in Toscana il potenziale di lavoro inutilizzato è al 21%: 409mila cittadini in difficoltà

L’attuale fase di ripresa «lenta e insoddisfacente» attesa anche per i prossimi tre anni

[4 luglio 2017]

Nel 2016 il lavoro dipendente in Toscana è cresciuto di 19 mila unità (+1,9%), una dinamica che si mantiene positiva anche nel primo trimestre del 2017, segnando «il lento ma progressivo miglioramento del mercato del lavoro» regionale. Sarebbe però ipocrita escludere dal computo le molteplici forme di difficoltà occupazionale che la crisi ha alimentato – e continua ad alimentare – sul territorio in questi anni, e nel rapporto La situazione economica e sociale in Toscana, presentato oggi, l’Irpet non si sottrae all’ingrato compito.

I disoccupati toscani sono (nel 2016) circa 164mila; i disponibili che non cercano un impiego 48mila; quanti cercano un lavoro ma non sono disponibile 15mila. In tutto fanno 227mila toscani che nel 2016 «avrebbero voluto lavorare ma non sono stati in condizione di farlo», il 13% della forza lavoro. Numeri che salgono di altre 182mila unità considerando i lavoratori part-time sottoccupati (raddoppiati dall’inizio della crisi), fino ad arrivare alla ciclopica cifra di 409mila toscani: combinando «i dati dei disoccupati in senso stretto con le misure più ampie di disoccupazione e con il valore dei sottoccupati, l’eccesso di offerta di lavoro, o più comunemente il potenziale di lavoro inutilizzato, coinvolge circa il 21% della forza lavoro estesa in Toscana», spiegano dall’Irpet. «Si tratta di una area in crescita in ciascuna delle sue componenti, che l’attuale fase di ripresa non è stata ancora in grado di aggredire».

Difficile peraltro che ciò avvenga senza un mutamento nelle politiche economiche. Ad oggi, documentano dall’Irpet, la Toscana conferma di essere sì tornata alla crescita, ma il ritmo con cui si è mossa nel corso del 2016 risulta più contenuto di quello stimato per il 2015: «Il risultato (+0,7% per la regione) appare in linea con quello delle altre regioni del centro Italia ma, a differenza di quanto registravamo negli anni precedenti, più basso di quello delle regioni del nord del Paese».

Una ripresa a singhiozzo che si mostra anche osservando la dinamica degli investimenti, che nel 2016 si stimano cresciuti del +0,8%. «Un risultato ancora una volta però, al di là dell’indicazione di un riavvio del processo di accumulazione, non è da accogliere con particolare ottimismo visto che si tratta di un ritmo che difficilmente ci permetterà di recuperare in tempi rapidi il terreno perduto negli anni più pesanti della recessione».

Tanto che, secondo l’Irpet, la «fase di ripresa osservata nel 2015-2016 per l’economia regionale, che più volte abbiamo descritta come lenta e non pienamente soddisfacente, verrà confermata anche nel corso del triennio», anche se con una «leggera accelerazione» del ritmo di crescita del Pil (+0,9%) nell’anno in corso.

Nel frattempo permangono dolorose le cicatrici che la crisi ha lasciato, in modo difforme, sul territorio. Dal punto di vista occupazionale l’Irpet conferma che «l’eccesso di offerta di lavoro ha riguardato soprattutto i giovani», con un tasso di disoccupazione giovanile cresciuto del 14% dal 2007 al 2016, mentre nello stesso periodo nella fascia adulta ha segnato “solo” un +4%. I 15-29enni Neet (giovani non occupati e non impegnati in percorsi di formazione) sono oggi 96mila – ovvero il 19,2% della popolazione nella medesima fascia di età – e soprattutto ragazze (il 58% del totale). La categoria dei diplomati prende inoltre il sopravvento, in composizione, rappresentando nel 2016 il 52% dei Neet: non c’è dunque da stupirsi se per l’Irpet circa il 34% della disoccupazione giovanile in Toscana (18 mila su 52 mila giovani disoccupati) è «attribuibile al cattivo funzionamento della transizione scuola lavoro».

Passando dall’analisi per fascia d’età a quella geografica, come ormai noto le aree maggiormente in difficoltà sono quelle della costa – con la sola Livorno che ha perso 7.000 posti di lavoro dal 2009 (-11%), Piombino altri 2.500 (-7%) –, sud ed aree interne che «hanno perso, in volume, le quote più elevate del reddito complessivo a fini Irpef». La mappa del reddito e della disuguaglianza, influenzata dalla struttura produttiva, riflette le stesse dinamiche: la Toscana centrale, più resiliente e con una maggiore presenza manifatturiera, ha retto meglio i contraccolpi della crisi.

Come uscirne? Anche nella rossa toscana, ormai, con «riferimento ad un budget ipotetico di 100 euro di risorse pubbliche, i toscani lo ripartirebbero destinando 56 euro agli obiettivi di crescita ed i restanti 46 a quelli della coesione sociale». Pensando alle politiche per la crescita, nel complesso «prevalgono di stretta misura le misure che presuppongono un intervento dell’operatore pubblico (investimenti nella scuola ed università, e/o ricerca e sviluppo e/o investimenti infrastrutturali) rispetto a quelle incentrate sul principio del laisser faire (riduzione della pressione fiscale e contributiva e/o sostegno economico ai privati). Soprattutto fra i giovani e gli anziani, i laureati, e gli strati sociali più abbienti, lo Stato rispetto ai privati rappresenta il soggetto più titolato per rilanciare la crescita».

Peccato che questo non stia ancora avvenendo. Anzi. Come testimoniato dallo stesso Irpet pochi giorni fa,  nel «periodo 2011-2016, il valore delle procedure di lavori pubblici (avvisi e bandi di gara) avviate dalle stazioni appaltanti ha subito una contrazione sia a livello nazionale che regionale». Ad allarmare è però soprattutto la «flessione registrata nel 2016, che può essere ragionevolmente imputata all’entrata in vigore del nuovo Codice degli Appalti (D. Lgs. 50/2016)». In alter parole quando lo Stato mette mano all’economia lo fa in maniera pasticciata, con norme confuse e mal scritte, che deprimono anziché rilanciare il tessuto economico.