Ispra: crescono i rifiuti urbani prodotti, la raccolta differenziata e i costi di gestione

Si allarga la «forbice tra percentuale di raccolta differenziata e tassi di riciclaggio»

[31 ottobre 2017]

Secondo la ricerca presentata oggi da Acri-Ipsos in occasione della 93esima Giornata mondiale del risparmio nell’Italia del 2017 «la crisi non è ancora finita ma il clima di fiducia migliora, anche se con una forte polarizzazione tra il Nord e il Sud del Paese, così come tra chi sta male e chi sta bene». Come risultato «ripartono i consumi», anche se con ampie disuguaglianze e «un’alta selettività delle spese». Di conseguenza, tornerà ad aumentare anche la produzione di rifiuti? Il XIX rapporto Ispra sui rifiuti urbani – anch’esso pubblicato oggi – offre la risposta in anticipo: un aumento c’è già stato tra il 2015 e il 2016.

La produzione nazionale di rifiuti urbani si attesta infatti in Italia a 30,1 milioni di tonnellate, con un aumento rispetto al 2015 del 2% (pari a 590 mila tonnellate circa), a fronte di un +1,5% nella spesa per consumi finali e di una crescita del Pil (+0,9% a valori concatenati e +1,7% a valori correnti): «Nel complesso si riscontra – osserva l’Ispra – una sostanziale assenza di disaccoppiamento tra produzione dei rifiuti e indicatori socio-economici». Un’osservazione che, ricordiamo, riguarda i rifiuti urbani; per quanto riguarda i rifiuti speciali (che sono oltre il quadruplo, 132,4 milioni di tonnellate nel 2015), i dati Ispra mostrano una crescita tre volte più veloce rispetto a quella del Pil).

Che fine hanno fatto dunque le 30,1 milioni di tonnellate di rifiuti urbani che l’Italia ha prodotto lo scorso anno? Per il 25% sono stati smaltiti in una delle 134 discariche che hanno ricevuto rifiuti provenienti dal circuito urbano, con un positivo calo del 5% rispetto all’anno precedente; il 18% è stato inviato a recupero energetico in uno dei 41 impianti di incenerimento presenti nel Paese (-3,2% rispetto al 2015), producendo 4,6 milioni di MWh di energia elettrica e 2,2 milioni di MWh di energia termica; il 2% è stato bruciato per alimentare impianti produttivi e centrali termoelettriche; l’1% è stato trattato per essere impiegato a copertura di discariche; il 3% – ovvero i rifiuti derivanti dagli impianti Tmb – è stato inviato «a ulteriori trattamenti quali la raffinazione per la produzione di CSS o la biostabilizzazione»; l’1% è stato esportato (433mila tonnellate all’estero; un altro 1% è gestito direttamente dai cittadini attraverso il compostaggio domestico, mentre un 5% è rimasto in giacenza in attesa di trattamenti oppure è uscito da un impianto Tmb con destinazione non «desumibile dalla banca dati Mud». Uno dei tanti esempi delle difficoltà nel monitoraggio e conteggio dei flussi di rifiuti nel nostro Paese, contro i quali anche il monumentale lavoro dell’Ispra non può che scontrarsi.

Lo stesso può dirsi per le raccolte differenziate: il 26 maggio 2016 il ministero dell’Ambiente ha emanato uno specifico decreto contenente le linee guida per il calcolo della percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti urbani, “linee guida” che poi vengono interpretate nei diversi contesti territoriali; nel frattempo un altro attesissimo (dal 1997) decreto, quello che avrebbe dovuto chiarire i criteri per assimilare i rifiuti speciali agli urbani, dal ministero dell’Ambiente non è ancora arrivato. Eppure è una partita che arriva a riguardare anche il 50% di tutti i rifiuti gestiti nell’ambito del servizio pubblico.

Con tutte le difficoltà del caso, le percentuali di raccolta differenziata in ogni caso avanzano: dal 25,8% del 2006 si è passati al 52,5% nel 2016 (+5% rispetto al 2015). Che accade poi a questi rifiuti separati dai cittadini in diversi sacchetti? «In via generale va rilevato – dichiara l’Ispra – che non tutte le regioni sono dotate delle necessarie infrastrutture di trattamento dei rifiuti, ed in maniera particolare di quelle deputate al riciclo delle frazioni merceologiche raccolte in maniera differenziata. La scarsa dotazione impiantistica fa sì che in molti contesti territoriali si assista ad un trasferimento dei rifiuti raccolti o sottoposti a trattamento meccanico biologico in altre regioni o all’estero».

In ogni caso, i numeri raccolti dall’Ispra affermano che il «riciclaggio delle diverse frazioni provenienti dalla raccolta differenziata o dagli impianti di trattamento meccanico biologico dei rifiuti urbani raggiunge, nel suo insieme il 45% della produzione». Il «recupero di materia» più propriamente detto si ferma al 26%, cui – per giungere al 45% – si aggiunge un 19% «costituito dal recupero di materia della frazione organica da RD (umido+verde)». Frazioni che non sempre trovano effettivo sbocco sul mercato come materiali riciclati o compost – e questo è valido soprattutto per la frazione organica (il 41,2% di tutte le raccolte differenziate) , vista la scarsa qualità dei rifiuti conferiti dai cittadini –, ma su questo il rapporto Ispra non offre ulteriori indicazioni.

Anche la normativa europea non arriva a quel livello, pur sopravanzando quella nazionale incentrata sul target della raccolta differenziata (65% al 2012, non raggiunto). «La direttiva 2008/98/CE non prevede obiettivi di raccolta differenziata ma fissa specifici target per la preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio di specifici flussi di rifiuti», ricorda infatti l’Ispra, di preparare al riutilizzo o il riciclo almeno il 50% dei rifiuti urbani al 2020. «Nel 2016 la percentuale di preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio si attesta al 47,7%» in Italia, riferisce l’Ispra, ma nulla di più si sa sull’effettiva chiusura del cerchio: la re-immissione sul mercato dei prodotti riciclati. L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale si sofferma però su un particolare trend: «La Figura 2.31 (riportata tra quelle di fianco, ndr) evidenzia, nell’ultimo anno, l’allargamento della forbice tra la percentuale di raccolta differenziata e tassi di riciclaggio. La ripartizione del quantitativo avviato a riciclaggio per frazione merceologica (Figura 2.32) mostra che il 41,2% è costituito dalla frazione organica e il 25,2% da carta e cartone. Il vetro rappresenta il 15,6% del totale riciclato, la plastica il 6,8% e il legno il 6%».

Le informazioni di grande utilità fornite dal rapporto Ispra non si fermano però qui. Un occhio di riguardo lo meritano – all’interno delle oltre 500 pagine del volume – i dati sui costi di gestione relativi ai rifiuti urbani prodotti nel Paese. Crescono i rifiuti urbani prodotti (2%), cresce la raccolta differenziata (+5%) e crescono anche i costi di gestione: analizzando i piani finanziari comunali da un campione di 734 Comuni (su circa 8.000 presenti in Italia) sia in regime di Tari normalizzata sia a tariffa puntuale, l’analisi economica condotta dall’Ispra mostra che «il costo totale medio pro capite annuo è pari a 218,31 euro/abitante (+ 0,6% rispetto al 2015), mentre il costo totale medio per kg di rifiuto, è 39,03 centesimi di euro (+1,2% rispetto al 2015)». Tenere pulita casa propria costa, così come costa tenere “pulito” il Paese. È un costo però che vale la pena di spendere.

L. A.