Dalla crisi economica sta uscendo un Paese avvelenato dalle disparità

Istat, aumenta ancora il rischio povertà in Italia: 18 milioni le persone in bilico

Si registra una «significativa e diffusa crescita del reddito disponibile e del potere d'acquisto» ma solo per pochi, perché a crescere è anche «la disuguaglianza economica»

[6 dicembre 2017]

Vista attraverso gli occhi dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) l’economia italiana è tornata a crescere, ma solo per pochi: per tutti gli altri il baratro dell’incertezza non fa che allargarsi ancora ingigantendo lo spettro della povertà. Secondo il rapporto Condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie pubblicato oggi dall’Istat, nel 2016 gli italiani a rischio di povertà o esclusione sociale sono 18.136.663 (il 30%), in crescita rispetto al 2015 (28,7%) e al 2008 (25,5%, con 3.054.663 italiani a rischio povertà in più rispetto all’anno d’inizio della crisi). Ovvero il contrario di quanto ormai sta succedendo nel resto d’Europa, dove il rischio di povertà o esclusione sociale è calato – ovunque tranne in Romania e Lussemburgo, oltre all’Italia – dal 23,8% al 23,5% nell’ultimo anno.

Eppure l’economia è tornata a crescere, e con lei i redditi netti delle famiglie residenti in Italia, pari in media a 2.500 euro al mese. Ma è una media trilussiana, dove «la maggioranza delle famiglie ha conseguito un reddito inferiore all’importo medio». Se si calcola il valore mediano, ovvero il livello di reddito che separa il numero di famiglie in due metà uguali, si osserva che il 50% delle famiglie residenti in Italia ha percepito un reddito non superiore a 2.043 euro al mese. Ma in ogni caso, è «la prima volta dal 2009 che il reddito delle famiglie torna a crescere in termini reali». Perché allora il rischio povertà aumenta? A causa della disuguaglianza.

«La crescita del reddito in termini reali osservata nel corso del 2015 – spiega infatti chiaro e tondo l’Istat – è associata a un aumento della disuguaglianza». Tanto che ormai «il 20% più povero della popolazione dispone soltanto del 6,3% delle risorse totali, mentre all’opposto il quinto più ricco possiede quasi il 40% del reddito totale equivalente», senza contare l’ancora più iniqua suddivisione della ricchezza: secondo la più recente indagine Oxfam in materia, il 20% degli italiani possiede infatti il 69% della ricchezza totale.

Giovani, disoccupati e stranieri risultano ancora una volta i più penalizzati, dato che l’Istat denota una maggiore vulnerabilità per gli individui appartenenti a famiglie con principale percettore sotto i 35 anni, con titolo di studio basso, in condizione di disoccupazione o inoccupazione e in famiglie con almeno un componente con cittadinanza straniera».

Si tratta di un trend inevitabile, gettati come siamo nel tritacarne della crisi economica? No, è per dimostrarlo basta affacciarsi al di fuori dei confini italiani: è ancora l’Istat a spiegare che c’è più «disuguaglianza dei redditi in Italia che nella media dei paesi europei», dato che l’indice di Gini in Italia è «pari a 0,331, sopra la media europea di 0,307». Per dare un senso ai numeri, nella graduatoria dei Paesi dell’Ue, l’Italia occupa la ventesima posizione (su 27) in termini di disuguaglianza di reddito; non è un caso se proprio l’Istat ha certificato lo scorso maggio che lo Stato italiano si è mostrato il peggiore in Europa – durante questi anni di crisi – a ridurre le disuguaglianze create dal mercato, creando i peggiori presupposti per uno sviluppo realmente sostenibile.

Un problema che, eppure, non sembra interessare i principali partiti, i cui leader da una parte snobbano completamente i temi della green economy, e dall’altra in campagna elettorale avanzano politiche fatte di bonus e prebende senza affrontare la crescente disuguaglianza o un modello di sviluppo da perseguire per il Paese. Temi verso i quali i 18 milioni di italiani a rischio povertà potrebbero avere un qualche interesse.