Istat, ecco come cambierà la popolazione italiana da qui al 2065

Un nuovo boom di nascite è ormai fuori scenario: l'unica strada possibile è valorizzare i giovani rimasti

[26 aprile 2017]

La dettagliata analisi demografica appena partorita dall’Istat sul futuro della popolazione italiana è un manifesto della decrescita, che è già in atto. La popolazione dell’Italia è destinata al declino: dai 60,7 milioni di cittadini al 1° gennaio 2016 ai a 53,7 milioni nel 2065 (secondo lo scenario mediano), ovvero -7 milioni netti. Un bel salto, dal quale non c’è scampo: «A meno di un qualche significativo cambiamento del contesto globale – scrive l’Istat –  la futura evoluzione demografica appare in gran parte definita».

«Da un lato – dettaglia l’Istituto nazionale di statistica – si assisterà a una progressiva riduzione numerica delle coorti di donne in età feconda (14-50 anni), dall’altro si assisterà a coorti di popolazione in età anziana (65 anni e più) sempre più infoltite dalle positive condizioni di sopravvivenza presenti e future (86,1 e 90,2 anni, rispettivamente, la vita media maschile e femminile prevista entro il 2065). Dalla relazione “meno madri potenziali/meno nascite”, anche se con fecondità in aumento, e da quella “più individui in età anziana/più decessi”, scaturisce così l’instaurarsi di un saldo naturale (nascite – decessi) negativo che tenderà ad assumere dimensioni sempre più rilevanti».

In altre parole, qualunque possa essere «qualunque possa essere la futura evoluzione demografica, non si potrà prescindere da un aumento progressivo della popolazione in età anziana, in un range compreso tra il 31,9 e il 35,6% del totale. Parallelamente, la popolazione in età attiva oscillerebbe tra il 52,8 e il 55,8% mentre i giovani fino a 14 anni di età tra il 10,4 e il 13,4%».

Così, forzando un po’ la mano, la condizione demografica dell’Italia si potrebbe riassumere in una causa e una conseguenza: da non è un Paese per giovani a Paese senza giovani. Un Paese che non sa valorizzare i propri giovani e giovani adulti, per i quali la disoccupazione è alle stelle; che non sa includere come meriterebbe la parte femminile nel mondo del lavoro; che non sa favorire il desiderio di casa, famiglia e figli ancora oggi ben presente tra i giovani italiani, è inevitabilmente destinato a diventare un Paese invecchiato, in tutti i sensi. La nota tragicomica del contesto arriva dal dato sul picco dell’invecchiamento, che secondo l’Istat colpirà l’Italia «nel 2045-50, quando si riscontrerà una quota di ultrasessantacinquenni vicina al 34%». E su chi saranno accollate le pensioni degli allora ultrassessantacinquenni? In primis su chi oggi non arriva a 35 anni, quei giovani adulti “bamboccioni” che più di ogni altra coorte d’età si trova imprigionata nella crisi economica scatenata dai propri, ormai pensionati, padri.

Gli stessi che, magari, denunciano oggi l’invasione dei migranti in Italia. Eppure, come ricorda l’Istat, poiché «le migrazioni (soprattutto le immigrazioni) sono concentrate nelle età giovanili-adulte, le ipotesi sui futuri flussi migratori hanno un grande effetto sul previsto numero di donne in età feconda e, pertanto, sul numero di nascite più che sul previsto ammontare di decessi».

Senza migranti, la condizione demografica del Paese non potrebbe che aggravarsi. Da qui al 2065 si stima ne arriveranno poco meno di 300mila l’anno, cumulando così 14,4 milioni d’individui. Nel mentre però molti italiani (in genere i più aperti e istruiti, ancora una volta i giovani) se ne andranno: una fuga composta da circa 130mila cittadini l’anno, che arriveranno nel 2065 a contare 6,7 milioni di emigrati italiani. L’invasione all’estero in salsa italiana.

In un mare magnum di dati che non presagiscono altro se non nuove crisi, una buona notizia emerge dall’Istat: «La sopravvivenza è prevista in aumento. Entro il 2065 la vita media crescerebbe fino a 86,1 anni e fino a 90,2 anni, rispettivamente per uomini e donne (80,1 e 84,6 anni nel 2015)». L’altra faccia della medaglia vede però spese in aumento per welfare, sanità e pensioni. Inutile scorrere il lungo dossier Istat – cui ha partecipato un folto panel di esperti nazionali, tra cui il demografo del nostro think tank redazionale Alessandro Rosina – per scoprire come sanare questa contraddizione, non c’è scritto.

Qualche indicazione utile potrebbe invece arrivare da quel Rapporto Giovani 2017 appena pubblicato dall’Istituto Toniolo, e curato ancora una volta da Rosina. Come spiegava ieri il Corriere della Sera, il 90% dei 25-32enni che l’anno scorso avrebbero voluto affrancarsi dalla propria famiglia non c’è ancora riuscito. Manca il lavoro, la casa, lo stipendio. «Dopo la crisi – commenta Rosina – gli atteggiamenti sono molto cambiati anche nei giovani, che hanno fatto un grande bagno di pragmatismo nelle difficoltà economiche». Eppure le risorse ci sono: basterebbe volerle distribuire. Sarebbe l’occasione irripetibile per prendere il meglio da una popolazione in declino – e dunque, in prospettiva, minori consumi e impatti ambientali –, senza che al declino venga condannato l’intero Paese, anziani compresi. Un nuovo boom di nascite, come certifica anche l’Istat, è ormai fuori scenario: finita l’era della quantità, l’unica strada rimasta da percorrere è offerta dalla qualità. Valorizzare i giovani rimasti è nell’interesse di tutto il Paese, ma è indispensabile capirlo prima che sia davvero troppo tardi.