In Italia la povertà è un problema dei giovani, e non porta voti

Il Pil è tornato a crescere, la miseria invece è stabile ma non per tutti: gli under35 stanno sempre peggio, soprattutto se minorenni

[13 luglio 2017]

L’Istat è tornato ad aggiornare il quadro della povertà in Italia, pubblicando oggi un report che mostra una situazione di stallo: nonostante l’economia italiana sia tornata a crescere (+0,8% del Pil nel 2015, +0,9% nel 2016), il pur debole miglioramento non è arrivato a quanti se la passano peggio. L’Istituto nazionale di statistica rileva «una sostanziale stabilità della povertà», sia assoluta sia relativa, nel Paese. Dopo essere sostanzialmente raddoppiata dall’inizio della crisi, la povertà assoluta riguarda oggi 4 milioni e 742mila individui, mentre quella relativa ne colpisce circa il doppio: 8 milioni 465mila individui, il 14% dei residenti in Italia.

Ma se la fortuna è cieca, la povertà aguzza bene la vista per prendere di mira in modo più che sproporzionato una fetta ben precisa quella della cittadinanza, quella più giovane.

I dati Istat sono molto chiari in proposito: l’incidenza della povertà assoluta in Italia riguarda il 12,5% dei giovani fino ai 17 anni, il 10% dei 18-34enni, il 7,3% dei 35-64enni, e il 3,8% di chi ha oltre 65 anni di età. Un trend che si ripropone identico, solo più forte, guardando alla povertà relativa: quasi un quarto di tutti i minorenni italiani è povero (il 22,3% fino ai 17 anni), e lo stesso si può dire del 16,8% dei 18-34enni, mentre per i 35-64enni la povertà relativa cala al 12,7%, fino a toccare un comunque elevato 8,2% nella fascia d’età over65.

Com’è possibile che il nucleo più giovane della popolazione, quello preposto a costruire il futuro della nazione – e a pagare le pensioni dei propri padri – sia in assoluto quello meno tutelato dall’indigenza? Difficile spiegarlo pienamente senza ricorrere a strumenti psicanalitici, anche se sarebbe cieco escludere un calcolo elettorale più o meno cosciente. I giovani rappresentano la fascia d’età meno numerosa nell’Italia di oggi, e dunque con un peso minore alle urne. Peso che addirittura si azzera nel caso dei minorenni, dove l’incidenza della povertà è più alta che ogni altra categoria.

Anche quando lanciano il loro grido d’aiuto, le loro proposte o la voglia di essere pienamente inclusi nei processi decisionali, i giovani ben di rado trovano sponde concrete nel resto della società. È un’anomalia tanto forte da risultare strano anche in un Paese dalla mille sfaccettature come l’Italia, tanto che l’Istat ne sottolinea la novità: «L’incidenza di povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento. Questa relazione inversa (registrata per la prima volta nel 2012) si rafforza nel 2016», senza che i vari governi che si sono succeduti siano riusciti a fermarla. Anzi: se la povertà oggi è complessivamente stabile, l’Istat mostra che per i giovani under35 sia continuata ad aumentare nell’ultimo anno. Gli stessi giovani che, come mostrano sempre più numerose ricerche, rappresentano al contempo la prima possibilità di sviluppo sostenibile per il Paese essendo in media più istruiti, aperti e sensibili alle problematiche ambientali rispetto ai più anziani. Già oggi sono attenti all’importanza di consumi sostenibili, peccato che – come mostra un’indagine dell’Università di Siena – spesso non se li possano permettere.

La frattura generazionale è tornata ad essere la più potente nel Paese. Nei secoli di passate barbarie veniva risolta in senso opposto, come insegna il celebre antropologo Piero Camporesi: basta leggere il suo Il pane selvaggio per ricordare come nell’Europa e nell’Italia dell’ancien regime, dove ricorrenti carestie e pestilenze riempivano la società di pezzenti, l’allora prevalente cultura agricola – dove il quotidiano contatto con la terra rendeva manifesto il continuo ciclo di morte e vita – contemplava il sacrificio degli anziani in favore dei giovani, sia simbolico quanto drammaticamente materiale come testimoniano casi di antropofagia.

Oggi fortunatamente il cannibalismo non è più un’opzione, e la morte per fame ben più rara (in Italia), anche se la disuguaglianza è tornata ai livelli del 1300. Ciononostante, la crescente tensione generazionale è quanto di peggio il Paese possa augurarsi per riprendere un sano percorso di sviluppo. I numeri sul territorio chiamano le istituzioni alle loro responsabilità, tramite concreti investimenti pubblici che possano dare innanzitutto ai giovani futuro e sostenibilità; in attesa che ne arrivino altre, magari col beneplacito dell’Europa, le risorse non mancano. Basterebbe ridistribuirle con intelligenza.