La «burocrazia farraginosa» che frena l’economia circolare delle costruzioni

Dall’inizio della crisi il comparto ha perso 600mila posti di lavoro, che potrebbero tornare a crescere con l’impiego di materiali riciclati

[20 giugno 2017]

Il comparto delle costruzioni ha sofferto in Italia il contraccolpo della crisi come pochi altri: dal quarto trimestre 2008 al terzo trimestre 2016 – dove si fermano i dati più aggiornati diffusi dall’Osservatorio Ance, l’Associazione nazionale costruttori edili – le costruzioni «hanno perso quasi 600.000 posti di lavoro, con una flessione in termini percentuali del 30%», con 100mila imprese perse solo tra 2008 e 2014 (-16%). Una decimazione di proporzioni storiche, per affrontare la quale risulta determinante impostare un modello di sviluppo diverso dal passato, letteralmente più sostenibile – ovvero, durevole nel tempo. Non è un caso che, da ormai un anno, la stessa Ance abbia presentato il documento Una politica industriale per il settore delle costruzioni, chiedendo alle istituzioni una svolta concreta verso l’economia circolare.

Eppure, come denunciano oggi gli interventi tenutisi a Roma con l’apertura del IV Ecoforum, proprio le «istituzioni nazionali e regionali – per dirla con le parole di Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente – stanno svolgendo un ruolo di retroguardia, nonostante oggi il Paese abbia tutte le carte in regola per fare da capofila su questo fronte in Europa». Il settore delle costruzioni ne offre purtroppo un esempio lampante.

Tra le “storie di sviluppo mancato” nell’economia circolare, l’Ecoforum sottolinea infatti due enormi possibilità di sviluppo sostenibile ancora inesplorate, che riguardano gli aggregati di «materiali provenienti dai rifiuti da costruzione e demolizione (C&D)» e l’impiego di «rifiuti di fonderia al posto di materiali da cava».

I primi sono «tra i rifiuti più imponenti: rappresentano il 25-30% del volume totale dei rifiuti in Europa e potrebbero essere recuperati e rigenerati con enormi vantaggi ambientali. Raggiungendo l’obiettivo della direttiva europea, recepita anche in Italia, del 70% entro il 2020 di riciclo di materiali da costruzione e demolizione, si genererebbero oltre 23 milioni di tonnellate di materiali che permetterebbero di fermare la realizzazione di almeno 100 cave di sabbia e ghiaia per un anno». Eppure, anche se «sono stati utilizzati con successo anche in cantieri autostradali (come ad esempio per il Passante di Mestre)», le barriere all’utilizzo degli aggregati di recupero «sono purtroppo ancora molte, a partire dai capitolati che ne vietano o, di fatto ne limitano l’utilizzo, per la scarsa conoscenza da parte dei Direttori tecnici.  La scarsa informazione dei professionisti e degli uffici tecnici danneggia lo sviluppo di questa filiera che andrebbe promossa rivedendo i capitolati d’uso, basandoli su specifiche normative relative ai criteri e ai requisiti per dichiarare questi materiali “End of Waste”». Basti un raffronto internazionale per capire quanto ancora l’Italia sia indietro sul tema: come documentato da Legambiente, se in Olanda il 95% dei rifiuti da costruzione e demolizione viene già oggi recuperato, nel nostro Paese il 91% non lo è.

Per quanto riguarda la seconda tipologia di rifiuti che potrebbero essere utili per la realizzazione di opere civili e costruzioni, dall’Ecoforum spiegano che «terre esauste, sabbie e scorie di fusione, opportunamente trattate, rappresentano una valida alternativa all’utilizzo di inerti naturali in molte applicazioni. Numerosi studi hanno evidenziato l’assoluta idoneità da un punto di vista tecnico dell’utilizzo di questi materiali per la realizzazione di rilevati e sottofondi stradali e in altre applicazioni civili. Le sabbie derivate dagli scarti di fonderia potrebbero avere un riutilizzo virtuoso come materiali secondari, attraverso la miscelazione e movimentazione della sabbia, con risultati positivi sui costi di produzione e sull’ambiente, pari a una riduzione degli scarti da smaltire del 95% e un beneficio sui costi per acquisto di sabbia nuova pari a circa il 90%. La riduzione dei volumi di sabbia esausta sarebbe dell’85%-95%, il residuo di sabbia di scarto scenderebbe al 5-15% del volume. I vantaggi in termini ambientali sarebbero notevoli grazie al minor ricorso allo smaltimento in discarica e al minor utilizzo di materiali di scavo». Ma anche in questo caso – nonostante esistano sul territorio nazionale esempi d’eccellenza come la toscana Rimateria – oggi «tutto ciò è frenato da una burocrazia farraginosa, incerta e differente da Regione a Regione»: leggi certe, chiare e semplici sono ancora il primo passo da compiere per rimettere in moto l’industria delle costruzioni e farne un prezioso alleato dell’economia circolare.

L. A.