Il nuovo rapporto dell’International federation of robotics

La carica dei robot industriali accelera del 13% l’anno: presto saranno oltre 2 milioni e mezzo

In Italia nell’ultimo anno le vendite sono cresciute del 7%, raggiungendo un nuovo picco. Con quali effetti su occupazione e impiego di risorse naturali?

[7 ottobre 2016]

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Secondo i dati diffusi dalla Federazione internazionale della robotica (Ifr) nel suo Robotics World Report 2016, la corsa dei robot industriali nel mondo continua ad accelerare: entro il 2019 ne saranno installati altri 1,4 milioni nelle fabbriche del mondo, arrivando a quota 2,589 milioni di unità. Solo nel 2015 erano 1,632 milioni. La crescita cumulata, in media, sarà del 13% all’anno.

Che cosa faranno tutti questi robot industriali? Secondo l’Ifr, i tre settori industriali caratterizzati da automazione sempre più pervasiva rimarranno l’automotive, l’elettronica e la metallurgia. A ruota le industrie chimiche e quelle operanti nella lavorazione della plastica, ma anche l’industria alimentare e numerosi altri settori. «L’automazione è un fattore competitivo centrale per i gruppi manifatturieri tradizionali – commenta il presidente dell’Ifr, Joe Gemma – ma sta diventando sempre più importante anche per le piccole e medie imprese di tutto il mondo».

Geograficamente parlando, sarà la sola Cina a catalizzare il 40% delle nuove installazioni di robot. In seguito all’approvazione del piano nazionale decennale “Made in China 2025”, la fabbrica del mondo punta a scalare rapidamente la classifica che mette in ordine le nazioni del mondo in base alla loro densità robotica, ovvero la presenza di robot industriali ogni 100mila occupati (umani). Sotto questa prospettiva al momento realtà come la Corea del Sud, Singapore e il Giappone rimangono inarrivabili, ma inaspettatamente è l’Europa – anche più degli Usa – a rivestire un ruolo centrale.

Trainata dagli Stati dell’est (tra il 2010 e il 2015 le nuove installazioni di robot sono cresciute del 40% l’anno in Repubblica ceca, del 26% in Polonia), l’Unione europea rappresenta una realtà «particolarmente avanzata» in fatto d’automazione. «Dei 22 paesi con una densità di robot superiore alla media – notano dall’Ifr – 14 si trovano in Europa». In altri termini, il 65% dei paesi con una presenza di robot industriali superiore alla media (a livello globale, 69 unità ogni 100mila occupati) si trovano nella Ue. A guidare la classifica europea c’è la Germania, mentre per raggiungere la seconda realtà manifatturiera del Vecchio continente – l’Italia – è necessario passare da Svezia, Danimarca e Belgio.

Questo, però, solo se guardiamo la densità di robot nel sistema industriale. In valori assoluti il Bel Paese arriva subito dopo i teutonici: il secondo mercato europeo dei robot industriali in Europa, e il settimo al mondo, è l’Italia. «Gli investimenti in robot hanno continuato a crescere durante il 2015 – si legge nel rapporto Ifr – Le vendite di robot industriali sono crescite del 7%, circa 6.700 unità, raggiungendo un nuovo picco».

Molti sono ancora i dubbi su quali siano gli effetti in termini di occupazione. I fautori della rivoluzione robotica, tra i quali ovviamente spicca l’Ifr, sottolineano che «i programmi di automazione hanno avuto un effetto positivo enorme sull’occupazione». Al proposito si cita l’andamento dell’occupazione nel settore automobilistico tedesco, che dal 2010 al 2015 ha guadagnato in media il 2,5% mentre in parallelo le installazioni di nuovi robot industriali sono cresciute del 3% l’anno. L’ipotesi che si tratti però di una correlazione spuria, ovvero che i due fatti non siano legati causalità, non sembra sfiorare l’analisi dell’Ifr. Al contrario, il direttore generale del  Wto – l’Organizzazione mondiale del commercio – presentando l’ultimo rapporto annuale, ha tenuto a precisare che dei posti di lavoro persi nei Paesi a più elevata industrializzazione (come l’Italia) negli ultimi anni, «4 su 5 sono stati cancellati dai processi di automazione delle imprese e dal loro sforzo di rendersi più efficienti e non dalla concorrenza generata dalle importazioni a basso costo».

Chi ha ragione? Mistero. Nel frattempo però la perdita dei posti di lavoro rimane un dato di fatto, e politiche mirate all’introduzione di un reddito minimo garantito – quando non un lavoro minimo garantito – appaiono sempre più necessarie. Come indispensabili sono le domande che portano a indagare gli effetti dell’automazione rampante in termini di consumo di risorse naturali. In Italia, approntando il Piano nazionale Industria 4.0, si era fatto un tentativo di incrociarne le dinamiche con quelle dell’economia circolare. Un tentativo che, alla luce dei fatti, sembra però già naufragare.