La Comunità del cibo a energie rinnovabili della Toscana va all’Università

All’Ateneo di Slow food protagonista “il modello di sviluppo delle aree geotermiche toscane”, partendo dall’esperienza Ccer e il progetto Gusto pulito

[22 febbraio 2018]

Nel corso del meeting tenutosi nei giorni  scorso presso l’Università di Scienze Gastronomiche fondata a Pollenzo dall’associazione internazionale Slow Food (con la collaborazione delle regioni Piemonte ed Emilia Romagna),  l’intento dichiarato era quello di approfondire le tematiche proprie della Ccer – Comunità del cibo a energie rinnovabili della Toscana come «percorso di sviluppo socio-economico “non convenzionale” basato sulla produzione e sull’utilizzazione di energia da fonte rinnovabile associate all’innovazione tecnologica, alla filiera corta agroalimentare, alle peculiarità e bellezze del territorio, alla formazione volta alla consapevolezza delle giovani generazioni» nella costruzione di un modello di sviluppo sostenibile. In particolare, un importante focus è stato dedicato alla geotermia che – oltre ai benefici ambientali in termini di riduzione delle emissioni di climalteranti – costituisce anche un grande volano per la crescita socio-economica dei territori.

A sviluppare il tema è stato chiamato il CoSviG – il Consorzio per lo sviluppo delle aree geotermiche, che insieme a SlowFood Toscana e alla Fondazione SlowFood per la biodiversità ha contribuito a fondare e sostenere la Ccer –, grazie alla presenza di Loredana Torsello (nella foto, ndr) e Federico Maggi. Non si tratta di una prima volta: il meeting s’inserisce infatti all’interno della collaborazione pluriennale tra CoSviG e l’Università di Pollenzo che ha portato – nel corso degli anni – gli studenti del prestigioso Ateneo a svolgere visite didattiche “sul campo” nelle aree geotermiche, in particolare anche nelle aziende che fanno parte della Ccer e che sono state dichiarate ufficialmente “sedi didattiche”.

Ad introdurre i lavori Silvio Barbero, vice presidente dell’Università: «Occorre creare un nuovo modello a rete tra produttori ed artigiani della filiera agroalimentare. Produttori ed artigiani che hanno bisogno di energia, di innovazione per continuare a produrre tipicità nel rispetto di una biodiversità oggi sempre più in pericolo».

L’attenzione di Pollenzo per il mondo agricolo ha infatti radici lontane, di molto precedenti all’istituzione del polo universitario odierno. Già nel 1835, Carlo Alberto di Savoia fece ristrutturare il borgo trasformandolo in una tenuta reale dotata di ben quattordici cascine, la cui masseria doveva fungere da modello per sperimentare attività che avrebbero consentito di ottimizzare la resa delle attività agricole del regno sabaudo.

Tradizione che continua ancora oggi con l’Univeristà ma anche con la Banca del Vino, nata da un’idea di Carlo Petrini alla fine degli anni novanta allo scopo di costruire la memoria storica del vino italiano, selezionando, stoccando e conservando, i migliori vini della penisola, ricca di – al momento in cui scriviamo – oltre 100.000 bottiglie provenienti da tutta Italia, rappresentanti di una tradizione culturale, oltre che gastronomiche, frutto della passione di una eccellenza italiana. Elenco in continuo aggiornamento e crescita, anche grazie alla possibilità, per i produttori, di aderire al progetto.

Tradizione, dicevamo, ma anche innovazione e filiera corta come valori aggiunti in un mercato che si avvia ad una globalizzazione che sembra quasi inarrestabile.

«Se la filiera corta e l’innovazione tecnologica sono ormai quasi elementi irrinunciabili nelle aziende agroalimentari – ha spiegato Loredana Torsello nel suo intervento – l’adozione delle energie rinnovabili nei processi produttivi diviene elemento ancor più caratterizzante, in grado di consentire il passaggio ad un livello superiore di cura e attenzione ambientale». La Ccer, infatti, come dice il nome è la prima Comunità del cibo di Terra Madre a livello mondiale che basa la propria esistenza non tanto su un prodotto alimentare tipico, quanto sulla provenienza dell’energia usata nel corso dei processi aziendali.

«Tra i requisiti di adesione alla Ccer – aggiunge al proposito Federico Maggi – ve n’è uno particolarmente importante: il ricorso nei processi produttivi di una quota pari ad almeno il 50% di energia proveniente da fonte rinnovabile».

Un contributo che, nel caso delle aree geotermiche, è assicurato anche grazie alla geotermia, che «oltre ai benefici ambientali derivanti dal non utilizzo di fonti fossili – argomenta Torsello –  copre con 6 Twh più di 1/3 del fabbisogno elettrico toscano, fornisce calore a più di 10mila utenti residenziali e contribuisce ad alimentare una importante filiera agricola, gastronomica e turistica con oltre 60mila visite all’anno. CoSviG da sempre vede nella valorizzazione delle specificità storiche, paesaggistiche e culturali dei territori un valore aggiunto e non un ostacolo allo sviluppo socioeconomico – conclude Torsello – e pensiamo che in questo ambito la collaborazione con l’Università di Scienze Gastronomiche e la Comunità del cibo a energie rinnovabili della Toscana sia un importante tassello di un quadro dipinto coi colori della sostenibilità».