Quando la finanza specula contro il lavoro

La disoccupazione Usa finalmente scende? Giù le borse

La banca Jp Morgan contro la nostra Costituzione: «Scritta dopo il fascismo, c’è forte influenza socialista»

[21 giugno 2013]

Ieri è stato un altro giovedì nero per le borse europee. Sono andati persi 230 miliardi di euro di capitalizzazione (moneta volgarmente detta “bruciata”, anche se in realtà qualcuno ha perso ma qualcun altro ha guadagnato denaro, nel corso delle transazioni finanziarie), e Piazza affari ha contribuito al tracollo con una perdita di 11 miliardi. Nel mondo globale della finanza non si ricordava un giorno peggiore dal 2011.

A liberare la tarantola dei mercati stavolta è stato un solo individuo, Ben Bernanke. Il volto della Federal Reserve, la Banca centrale degli Stati Uniti d’America, non ha fatto in realtà granché per scatenare questo putiferio. È anzi anche grazie alla sua politica monetaria di stampo keynesiano se gli Usa sembrano di nuovo una terra promessa, visti dall’Europa, con un Pil che cresce del 2,5% l’anno e soprattutto con un’occupazione che cresce in media al ritmo di 200mila nuovi posti creati al mese, da tre anni a questa parte.

Dal 2008 ad oggi la Fed ha pompato liquidità nel sistema economico Usa per circa 3mila miliardi di dollari, ma la svolta definitiva è avvenuta alla fine dello scorso anno. Bernanke ha annunciato una mossa dal sapore di rivoluzione copernicana agli occhi neoliberisti. La Fed avrebbe continuato a mantenere vicino allo zero i tassi d’interesse Usa fino a quando il tasso di disoccupazione a stelle strisce non fosse sceso sotto la quota del 6,5% (in Italia è quasi il doppio, sfiorando attualmente il 13% ufficiale) e al contempo l’inflazione non avesse raggiunto il 2,5%. Una «Rivoluzione tecnica – giudicò all’epoca l’economista italiano Gustavo Piga – perché mai prima di ora l’obiettivo di policy della Fed era stato legato al tasso di disoccupazione. Rivoluzione politica, perché mai prima d’ora la disoccupazione era assurta a obiettivo esplicitamente principale della Fed. Rivoluzione filosofica, perché mai prima d’ora la sofferenza delle persone era entrata nei palazzi della banca centrale dalla porta principale».

Ebbene, la rivoluzione Bernanke ha funzionato. Adesso la disoccupazione Usa oscilla attorno al 7,6%, avvicinandosi all’obiettivo fissato dal leader della Fed, che ieri ha semplicemente ricordato – auspicando che il trend positivo continui la sua corsa – che il massiccio programma di quantitative easing finora portato avanti andrà riducendosi nel corso dell’anno, e probabilmente cesserà nel corso del 2014, una volta centrato il livello di disoccupazione stabilito.

Un successo, ma i mercati non brindano. Affondano piuttosto, si fanno prendere dal panico. Minano la tenuta dei traguardi raggiunti, e in definitiva speculano a favore della disoccupazione. Ma che senso ha, allora, continuare a fremere e sudare per creare nuovo lavoro? Se dev’essere soltanto un gioco a perdere per le casse pubbliche (e a vincere per le tasche dei trader), il gioco non vale la candela. Senza instaurare un controllo politico globale sul mondo finanziario, al quale proprio la politica ha volontariamente consegnato le redini del gioco a partire dagli anni ’70 – il mercato sa scegliere, il mercato sa cosa fare –, allora anche la creazione di nuovi posti di lavoro diventa una conquista effimera.

Lo stesso vale per la promozione di uno sviluppo più sostenibile, dell’affermarsi della green economy. Come insegna anche una delle 4 leggi dell’ecologia stilate da Barry Commoner, «non esistono pasti gratis». Una legge utile in molti ambiti, anche in quello della creazione di un modello socioeconomico più sostenibile: qualcuno dovrà guadagnarci, qualcun altro perderci, nel processo di trasformazione. Se il cambiamento sarà indirizzato verso una maggiore sostenibilità ambientale, economica e sociale, difficilmente gli speculatori di borsa saranno i primi ad avvantaggiarsene. E il cambiamento, nell’attuale quadro di leadership globale, non potrà così avvenire.

Il quadro dello scontro ormai dovrebbe essere più chiaro. Da una parte i diritti umani da difendere – per le generazioni presenti e quelle future – dall’altra un unico diritto, quello alla rendita economica. Al momento il secondo sta decisamente prevalendo sul primo, tanto che Jp Morgan, regina delle banche d’affari del mondo, può permettersi candidamente di osservare in un suo rapporto che i problemi che affliggono le economie del sud Europa (tra cui l’Italia) dipendono anche dalle costituzioni di quei Paesi inadatte (e quindi da cambiare). «Le costituzioni e le strutture politiche della periferia meridionale – si legge nel rapporto – messa in piedi dopo la caduta del fascismo hanno numerosi aspetti che sembrano essere inadeguati all’ulteriore integrazione dell’area […] le costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica goduta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo». Forse è proprio arrivata l’ora di rispolverare un po’ di Resistenza.