Una bassa classe sociale associata a fenomeni infiammatori e alterazione del metabolismo

La disuguaglianza in Italia fa male alla salute

Quale mobilità sociale? Nel nostro Paese il 90% dei bambini non benestanti per nascita rimarrà tale durante il corso della propria vita

[5 giugno 2017]

«Nel 2015, in Italia, ogni cittadino può sperare di vivere, mediamente, 82,3 anni (uomini 80,1; donne 84,6)». Nella Provincia autonoma di Trento però «la sopravvivenza sale a 83,5 anni (uomini 81,2; donne 85,8), mentre un cittadino che risiede in Campania ha un’aspettativa di vita di soli 80,5 anni (uomini 78,3; donne 82,8)». Uno dei più evidenti segni di disuguaglianza nella prospettiva di vita e salute in Italia è stato fornito – durante il Festival dell’economia, chiuso ieri a Trento – da Alessandro Solipaca, senior researcher all’Istat, ma non è certo l’unico.

La prestigiosa kermesse, dedicata quest’anno proprio al tema della salute disuguale, ha offerto un fiume di dati e riflessioni per affrontare un tema spinoso e acuto come quello della disuguaglianza, che ha ricadute che finiscono per instillarsi fin dentro i nostri meccanismi biologici.

Gli studi di Paolo Vineis (nella foto), professore di fama mondiale dell’Imperial College London, raccontano di come le diseguaglianze sociali si incarnino nel corpo, non siano affatto astratte, ma abbiano un impatto profondo sul corpo. Quali sono le condizioni socio economiche con gli esiti di salute? In questo ambito è emerso il ruolo dell’epigenetica, lo studio delle modifiche chimiche, a carico del Dna o delle regioni che lo circondano, che non coinvolgono cambiamenti nella sequenza dei nucleotidi. Tali modifiche regolano l’accesso dei fattori di trascrizione ai loro siti di legame sul Dna e regolano in modo diretto lo stato di attivazione funzionale dei geni. Poiché l’esperienza ambientale modula i livelli e la natura dei segnali epigenetici, essi sono considerati fondamentali nel mediare la capacità dell’ambiente di regolare il genoma. L’epigenetica svolge un ruolo fondamentale in tutti i processi di riorganizzazione o ristrutturazione neurale, compresi quelli che presiedono alla plasticità cerebrale. In definitiva, una bassa classe sociale è associata a un aumento dei fenomeni infiammatori e a un’alterazione della regolazione del metabolismo dei glucocorticoidi (cortisone). Le avversità sociali nel corso della vita (ma soprattutto nell’infanzia) sembrano programmare un “fenotipo difensivo” che porta a un’esagerata risposta nel metabolismo dei glucocorticoidi e accentuate risposte infiammatorie in età adulta.

Non si tratta certo di problemi astratti: come ricordato a Trento dalla sociologa Chiara Saraceno, oggi in Italia ci sono 4.598.000 persone in stato di povertà assoluta, di cui 1.131.000 sono minori; un altro milione sono giovani fino a 24 anni, mentre il 40% dei minori stranieri versa in povertà assoluta, mentre secondo l’Indagine Pisa 2015 i quindicenni che rientrano nel primo quinto più povero della popolazione, il 47% non ha competenze logico matematiche.

Quante chance avranno questi bambini svantaggiati rispetto ai coetanei più ricchi di realizzare pienamente le proprie potenzialità nell’arco della vita che li aspetta? In Italia, mostrano i dati, ancora troppo poche. Quelli mostrati a Trento da Gianluca Violante, economista alla Princeton University, si articolano attorno a una domanda fondamentale: «C’è un giusto livello di disuguaglianza? L’eguaglianza assoluta dei redditi, infatti, è utopistica e deleteria. Ciò che conta sono le pari opportunità, ovvero giocarsela senza la spinta familiare».

Eppure, in base allo studio presentato da Violante, in Italia dieci figli su 100 nati da famiglie modeste riescono a raggiungere un reddito elevato: in altre parole il 90% dei bambini non benestanti per nascita rimarrà tale durante il corso della propria vita. Al contrario, 37 su 100 nati da famiglie benestanti conserveranno la loro posizione privilegiata, indipendentemente dai propri (de)meriti. Nel Belpaese – osserva dunque l’economista – quindi c’è sì una certa mobilità sociale, ma i figli dei genitori più ricchi hanno opportunità di successo economico sproporzionate rispetto agli altri.

L. A.