Dove si scopre che (almeno a Reykjavík) destra e sinistra esistono ancora

La favola verde dell’Islanda anti-banche e la realtà nera dell’avidità della destra

Il ritorno dei populisti al governo mette a rischio la natura dell’isola

[11 marzo 2014]

Il mito dell’ Islanda, del piccolo Paese che si è ribellato alle grandi banche ed è riuscito a sconfiggerle grazie alla sovranità monetaria è duro a morire ed ancora oggi viene presentato sui social network come esempio da seguire per liberarsi dall’oppressione dell’Unione europea che mette in atto i diktat del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Ribelliamoci come gli islandesi, ci dicono i neo-nazionalisti su internet, seguiamo il loro esempio e ridiventiamo un Paese con la natura (e la politica) incontaminata e con l’energia pulita scacciando le multinazionali.

Ma è davvero così? Non proprio, almeno a leggere quanto scrive Julia Vol, una islandese con un master in ambiente e risorse naturali ed una specializzazione in CSR change management in financial institutions che è consulente per la sostenibilità e coordinatrice del progetto imprese e università in Islanda. La Vol, che lavora anche per il Worldwatch Institute Europe, spiega che «Sulla scia della devastante crisi finanziaria che mise l’Islanda in ginocchio, la gente si scosse, uscì per le strade e chiese al governo di destra di andarsene con quella che più tardi sarà chiamata la “rivoluzione delle pentole e padelle”. Il governo di destra, guidato dal Partito dell’indipendenza, era stato profondamente coinvolto nella corruzione e noto per il suo approccio “crony capitalistic” con il quale aveva ottenuto la leadership del paese, che alla fine ha portato al collasso economico».

E’ partendo da quelle proteste che l’Islanda è stata spesso citata come esempio per la ripresa economica per gli altri Paesi in crisi come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e, naturalmente, l’Italia.

La “rivoluzione delle pentole e padelle” sfociò in elezioni che nel maggio 2009 portarono al governo la nuova alleanza social-democratica guidata da Johanna Sigurðardóttir che si trovò subito di fronte al difficile compito di far uscire il Paese dal crollo finanziario, prendendo decisioni dolorose. Ma il governo di sinistra della Sigurðardóttir riuscì a stabilizzare la situazione economica e poi ad avviare la ripresa più rapidamente del previsto. La Vol evidenzia che «in aggiunta agli essenziali regolamenti e riforme finanziarie, il governo social-democratico impostò le basi per la sostenibilità sociale e ambientale a lungo termine. Furono proposte leggi e commissioni per la salvaguardia della natura per ridurre al minimo lo sfruttamento delle risorse naturali islandesi per profitto monetario, vennero presentati in Parlamento piani per la green economy e le considerazioni sulla sostenibilità cominciarono a ricevere una crescente attenzione nei processi decisionali. Molti islandesi sostengono addirittura che la crisi si era rivelata come una cosa positiva, rompendo con la mania della “corsa all’oro” che aveva preso la nazione negli anni precedenti la crisi, e aiutando le persone a tornare ai valori di base e ad abbandonare la loro arroganza e avidità».

E’ questa la favola verde dell’Islanda ribelle che si continua a raccontare in Italia e nel mondo, ma a quanto pare non abbastanza islandesi condividevano questa visione ottimistica, infatti, nell’aprile 2013, la coalizione di destra, guidata dagli stessi partiti Indipendente e del Progresso che gli islandesi avevano cacciato solo 4 anni prima con ignominia, sono stati riportati al potere con il 51% dei voti. Ora, dopo meno di un anno di governo della destra, le cose nella “ribelle” Islanda sembrano tornare rapidamente indietro alle peggiori politiche conservatrici che portarono al crack, specialmente per quanto riguarda la salvaguardia della natura, la giustizia sociale e la governance democratica.

Uno dei primi passi del nuovo governo di destra è stato quello di abolire il ministero dell’ambiente unificandolo con quello della pesca e dell’agricoltura ed il nuovo ministro Sigurður Ingi Jóhannsson (Partito del Progresso), appena insediato, disse che era sua intenzione fare un uso più utilitaristico della natura islandese e si rifiutò di firmare un progetto di legge per la protezione della natura dell’Islanda portato avanti dal precedente governo di sinistra. La Vol commenta ironica: «Questo promettente inizio incarna la linea generale, la tesi del governo è che ogni volta che le considerazioni ambientali faranno parte dell’equazione conteranno sempre meno».

Il precedente governo di sinistra aveva istituito la commissione speciale per l’“Energy Framework”, un documento che doveva dare indicazioni su quali aree dell’Islanda erano sfruttabili a fini energetici e quali dovevano essere protette, con l’obiettivo di regolamentare e limitare lo sfruttamento delle risorse naturali per il solo profitto monetario. Appena arrivato al potere, il nuovo governo ha annullato le linee guida dell’“Energy Framework” per autorizzare la costruzione di impianti energetici in aree precedentemente classificati come protette. Il governo ha inoltre respinto le osservazioni di più di 400 cittadini (una vera folla in Islanda) che sollevavano serie preoccupazioni per le nuove modifiche, applicate in un modo che è stato ampiamente descritto come arrogante e ignorante. Il governo della destra populista ha detto che le opinioni degli esperti erano più importanti di quelle opinione pubblica, dimenticando di dire che i due esperti incaricati di affrontare quei problemi erano politicamente schierati e che non avevano alcuna competenza in campo energetico ed ambientale. Negli ultimi 6 mesi sono stati proposti nuovi piani energetici che violano l’“Energy Framework” e la Icelandic conservation law. Gli esperti stanno esprimendo le loro preoccupazioni e malcontento per le recenti miopi valutazioni ambientali effettuate per i nuovi impianti, avvertendo costantemente il governo dei danni irreversibili che saranno provocati alla natura selvaggia islandese e del disturbo che ne riceveranno gli ecosistemi.

Ad essere a rischio sono aree naturali famose come il lago Myvatn, il fiume Þórsjá e gli altopiani islandesi e il tutto per fornire energia alle fonderie di alluminio. Ultimamente, il ministro della pesca, agricoltura e ambiente ha annunciato che il suo obiettivo è quello di cambiare la legge sulla protezione della natura esistente per consentire un maggior sfruttamento delle risorse nelle aree protette lungo tutto il fiume Þórsjá, compreso la creazione di dighe. Si tratta di una Zona tutelata dall’agenzia per l’ambiente dell’’Islanda e dalla Convenzione di Ramsar dal 1981. La Icelandic Nature Conservation Association ha fortemente contestato il piano perché causerà danni irreversibili all’intera area ed alle splendide cascate, ma il ministro Jóhannsson ha risposto che è giusto sacrificare le cascate se questo porterà profitto economico che permetterà di sviluppare la zona. Quale sia la necessità di uno sviluppo economico distruttivo in un Paese di 102.819 Km2 dove vivono poco più di 320.000 abitanti (3,09 per Km2), che nonostante la crisi restano tra i più ricchi del pianeta, è un mistero che fa parte dell’avidità che ha portato la metà degli islandesi a rivotare i partiti che li avevano rovinati.

Ma non è finita, la violazione della legge sulla di conservazione della natura dell’Islanda è andata avanti nell’ottobre 2013 quando il governo ha presentato un progetto per costruire un’autostrada che passerà nel mezzo di un campo lavico protetto vecchio 8.000 anni. La Vol fa notare che «Questo piano è stato approvato dal governo dopo una lunga fila di tagli di bilancio molto dolorosi in materia di istruzione, welfare, sanità, cultura, ricerca, arti e scienza (ma non ai sussidi all’industria pesante). Perché tanta fretta di costruire una strada in una zona scarsamente popolata in tempi di tagli finanziari? La risposta è arrivata presto: La famiglia del ministro delle Finanze dovrebbe trarre enormi benefici dallo sviluppo di questo progetto».

Ma l’autostrada potrebbe essere la goccia che fa (ri)traboccare il vaso: le associazioni ambientaliste hanno fatto ricorso alla Corte Suprema contro il progetto, ma il governo, con un disprezzo istituzionale mai visto in Islanda, ha deciso che attendere la decisione della Corte sarebbe solo uno spreco di tempo ed ha dato comunque il via libera all’avvio dei lavori. La cosa ha scatenato la protesta di molti cittadini ed il governo ne ha fatto arrestare diversi, nonostante stessero esprimendo pacificamente la loro opinione. Una cosa sconvolgente nella civilissima Islanda, anche perché tra i manifestanti arrestati ci sono alcuni giornalisti molto noti, professori e personaggi pubblici, non esattamente un gruppo di teppisti. Come dice la Vol, «Oggi, alcune di queste persone sono perseguite per aver chiesto al governo di rispettare la legge. Questa catena di eventi dimostra vividamente l’insistenza del governo di procedere a tutti i costi con i suoi piani, utilizzando ogni possibile strumento per mettere a tacere l’opposizione».

Il paradosso è che l’abolizione e la distruzione delle riserve naturali islandesi non impedisce al governo populista di attrarre il maggior numero di turisti possibile e di massimizzare i profitti della commercializzazione della wilderness islandese prima che sia distrutta. In Islanda il turismo è stato un settore in crescita molto rapida nel periodo post-crisi finanziaria, con numeri che sono triplicati negli ultimi 12 anni e che hanno superato il milione di arrivi nel 2013. «Comprensibilmente – scrive la Vol – , questo solleva preoccupazioni riguardo la fragile natura islandese, che non è mai stata esposta a così tante persone contemporaneamente. Mentre il precedente governo stava portando avanti regolamenti e piani di salvaguardia, il nuovo governo ha annunciato che un milione non è sufficiente e mira a portare oltre 3 milioni di turisti all’anno entro i prossimi anni. Già oggi gli effetti di questo settore in rapida crescita sono evidenti in tutta l’isola: il turismo di massa sta danneggiando gli ecosistemi fragili e le città islandesi si stanno trasformando in attrazioni turistiche, con una diminuzione dello spazio per la popolazione locale. Inutile dire che un tale forte aumento del turismo metterà a dura prova il sistema ecologico, soprattutto perché non c’è ancora alcuna regolamentazione o le infrastrutture per prevenire gli effetti a lungo termine del turismo di massa. Non stupisce quindi, che Il new York Times metta gli altipiani islandesi tra i 52 posti da visitare nel 2014, ma che consigli anche vivamente di andare in Islanda al più presto, prima che sia troppo tardi.

L’altro paradosso è che mentre l’Islanda pubblicizza la sua natura come pura e incontaminata poi riapre il contenzioso sulla caccia alle balene: il nuovo governo non solo ha rinnovato l’autorizzazione alla caccia alle balenottere ma anche revocato la decisione della sinistra di limitare le aree di caccia nel mare davanti a Reykjavík a favore del whale watching, che è l’attrazione turistica più redditizia della capitale islandese. Gli ambientalisti denunciamo che spesso i turisti che pagano per assistere allo spettacolo dei cetacei finiscono per trovarsi nel bel mezzo di una caccia sanguinaria. Ma c’è ancora un paradosso: la domanda di carne di balena diminuisce in tutto il mondo ed anche per gli iperliberisti ministri della destra islandese sarebbe molto più redditizio preservare queste magnifiche creature per il whale watching, «Ma questo non è in linea con gli interessi interni dell’élite islandese – spiega ancora la Vol – alla quale è ben collegata la famiglia proprietaria della compagnia di caccia alle balene. Le navi baleniere continuano il loro lavoro e la parte più triste di questo paradosso è che a causa della scarsa domanda molti di questi animali in via di estinzione finiscono la loro vita come cibo per cani in Giappone o per qualche sciocchezza del marketing come la “birra di balena”».

L’esponente di Worldwatch Institute Europe prosegue: «L’Islanda è un Paese straordinario ed è la patria di alcune delle persone più creative, innovative, di talento e intraprendenti. Ha il potenziale per diventare un modello di comunità sostenibile nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico. Per un breve momento ci sembrava che potesse anche avverarsi. Tuttavia, sembra che i forti venti atlantici portino lunghi tempi oscuri» e la Vol conclude facendo sue e parole dell’ex premier Sigurdardottir: «Le priorità dell’attuale governo non potrebbero essere più diverse da quelle onorate da quello precedente. La disuguaglianza è ancora una volta la sua brutta faccia e il coltello affilato dell’austerità è stato girato verso il sistema del welfare, perché ne beneficino i più ricchi e non al meglio la società. Ancora una volta, girano le ruote dell’avidità».

Ruote rimesse in moto dagli stessi islandesi, dei quali in Italia si racconta ancora la favola verde del piccolo popolo che si ribellò alle banche ed al liberismo in nome di una sovranità subito svenduta dalla destra populista che gli islandesi hanno riportato al potere, perché vogliono ancora illudersi di guadagnare di più con qualche miracoloso trucco iperliberista. A volte uno è a Reykjavík e, se non ci fosse l’opposizione di sinistra, sembrerebbe di essere in Italia.