Non c’è barriera commerciale che possa bloccare le polveri fini. Nuovo studio su Nature

La globalizzazione dell’inquinamento atmosferico provoca oltre 760mila morti l’anno

Le fabbriche Usa causano oltre 2.300 decessi in Europa occidentale, mentre i consumi occidentali sono collegati alla morte di 108mila cinesi

[30 marzo 2017]

La globalizzazione ha portato enormi benefici diretti a una larga parte della popolazione mondiale, il 13% della quale è afflitta oggi da povertà estrema contro il 26% registrato nel 2002. Al contempo, spalancare le porte del commercio internazionale ha direttamente influenzato l’aumento delle disuguaglianze e mutato profondamente gli impatti ambientali dell’umanità, sia quantitativamente sia qualitativamente. Un aspetto fondamentale che continua ad essere sostanzialmente ignorato dai pubblici decisori, nonostante le evidenze scientifiche a supporto stiano sempre più robuste.

Insieme alla globalizzazione del commercio abbiamo anche quella dell’inquinamento – un aspetto di cui ci siamo già occupati sulle nostre pagine, con il contributo dell’economista Giovanni Marin – che ricopre oggi il ruolo di vero attore mondiale insieme al cambiamento climatico. Come illustra bene la ricerca Transboundary health impacts of transported global air pollution and international trade, pubblicata oggi su Nature, il «commercio estende la distanza tra causa ed effetto, separando i consumatori di una regione dalle persone che (a causa di quei consumi, ndr) pagano effetti negativi sulla propria salute, spesso dall’altra parte del mondo».

«Studi precedenti hanno dimostrato che l’inquinamento atmosferico può percorrere grandi distanze e causare danni lontano dalle fabbriche che lo emettono», spiega il co-autore Steven Davis della University of California – Irvine. La ricerca appena pubblicata raggiunge però un livello di dettaglio inedito, analizzando in profondità l’effetto delle polveri sottili (PM2.5) che viaggiano nei cieli del nostro unico pianeta.

Ammontano a 3,45 i milioni di decessi prematuri causati (nel 2007) dall’inquinamento atmosferico, e per il 22% – pari a circa 760mila morti, già dieci anni fa – risultano dovuti alla produzione di beni e servizi consumati poi altrove. Il rapporto di interdipendenza è totale: vengono stimati in 31mila i morti in Giappone e Corea del Sud causati dall’inquinamento delle fabbriche cinesi, in 108mila i decessi in Cina – l’11% del totale collegato all’inquinamento nel gigante asiatico – dovuti ai consumi occidentali (i nostri, europei, e quelli statunitensi), in 47mila i morti in Europa orientali collegati alle fabbriche in Europa occidentale, in 2.300 i decessi di europei occidentali correlati all’inquinamento delle fabbriche Usa.

Le varie barriere commerciali di cui oggi il mondo – soprattutto gli Stati Uniti di Donald Trump, che stanno ipotizzando nuovi dazi verso i prodotti Ue – sembra tornato ad essere affamato, non bloccheranno alla dogana anche l’inquinamento, che continuerà a mietere vittime. Per lottare efficacemente contro un problema ormai macroscopico, che miete milioni di vittime nel mondo, non è auspicabile dividere ma unire: uniformare (verso l’alto) gli standard ambientali della produzione. Tassando l’inquinamento in modo che a pagare siano sia i produttori sia i consumatori dei beni inquinanti, anche se si trovano dall’altra parte del mondo – come suggeriscono gli autori della ricerca.