Pubblicato il rapporto annuale di Enea e Fondazione per lo sviluppo sostenibile

La green economy italiana e il rischio di colonizzazione industriale

Il 45,4% dei brevetti ambientali è europeo. Italia in crescita, ma il merito è quasi tutto tedesco

[24 febbraio 2015]

Lo sviluppo di una green economy è compatibile con le tre caratteristiche della governance delle imprese, ossia economicità, competitività e profittabilità? È attorno a questa breve ma saliente domanda che si dipana un corposo studio, il terzo Rapporto sulla green economy in Italia, appena pubblicato (vedi in allegato) dalla Fondazione per lo Sviluppo sostenibile e dall’Enea ci proponiamo. Attraverso analisi, valutazioni e indicazioni, lo scopo delle due istituzioni è quello di promuovere un ruolo più attivo e più incisivo delle imprese per lo sviluppo dell’economia verde nel Bel Paese.

Un’argomentazione che non muove da considerazioni ideologiche, ma da dati di fatto. «Le imprese della green economy – ha dichiarato Edo Ronchi, presidente della Fondazione – chiedono di pesare di più nelle scelte economiche del Paese, perché la loro crescita può contribuire in modo decisivo a far uscire l’Italia dalla crisi. Le imprese della green economy – sia quelle che producono beni e servizi di qualità ambientale, sia quelle che hanno investito in eco-innovazione per processi produttivi puliti – hanno infatti maggiori possibilità di sviluppo sul mercato interno e su quelli esteri proprio perché meglio rispondono alla domanda  di un miglior benessere e di una miglior tutela di un bene diventato scarso come l’ambiente».

Per quanti individuano nell’industria al possibilità di un rilancio economico italiano ed europeo, questo è oggi un punto di partenza essenziale. All’attività manifatturiera è dovuto oggi solo il 15,1% del Pil europeo, e l’obiettivo cui l’ultima Commissione Ue ha deciso di tendere è il 20% al 2020. Il motivo è semplice. Nonostante tutto, l’industria rimane comunque all’origine di oltre l’80% delle esportazioni europee e delle attività di ricerca e innovazione, e circa il 25% dei posti di lavoro nel settore privato sono riconducibili ad attività manifatturiera. Per ogni nuovo posto di lavoro nel settore industriale, altri 0,5-2 vengono poi creati in altri settori.

Di un circuito virtuoso del genere l’Europa e l’Italia avrebbero evidentemente un grande bisogno, ma nel contesto dato è ormai assai difficile per un’industria affermarsi su territorio europeo senza seguire criteri di sostenibilità (sociale, economica e ambientale). «L’ampia casistica, con la sua amplificazione mediatica, e la gravità degli impatti ambientali prodotti da alcune imprese – si legge nel Rapporto – hanno alimentato una forte attenzione, a volte un vero e proprio allarme sociale, di una parte consistente dell’opinione pubblica, della magistratura e dei governi, specie a livello locale». Ma non solo: la sensibilità dei consumatori (e la loro domanda di beni) alle problematiche ambientali e in crescita, e determina l’apertura di sempre più ampi spazi di mercato. Al contempo, forse il fattore più importante, il prezzo della maggior parte delle risorse naturali (nonostante l’attuale, drastico calo di quello petrolifero), insieme alla sua volatilità, segue da anni un trend di sostanziale crescita, e l’efficienza nell’utilizzo di tale risorse si traduce per l’impresa in significativi risparmi; non è un caso se al primo posto assoluto (col 63% delle preferenze nell’Ue a 28), gli imprenditori interpellati al riguardo delle “principali ragioni che hanno indotto la vostra impresa a essere più efficiente nell’utilizzo delle risorse” ha indicato “la riduzione dei costi”.

L’alternativa a una strategia sostenibile per l’industria, oggi in Europa significa imboccare la strada della delocalizzazione (una scelta sempre più azzardata, visto la crescente attenzione all’ambiente anche nei Paesi in via di sviluppo). Nei decenni passati abbiamo alimentato le nostre industrie con le materie prime provenienti da questi Paesi, e col finire dello scorso secolo abbiamo invertito la rotta, cominciando a esportare processi produttivi invece che renderli sostenibili (socialmente e ambientalmente). Una sorta di colonizzazione inversa che, garantendo al contempo ampio campo libero alla finanza, ha contribuito non poco all’attuale situazione di crisi.

Per quanto riguarda l’Italia, oggi a tornare sono soprattutto «le produzioni di qualità e legate al brand Made in Italy», come dichiarato nel report diffuso ieri dalla Banca Intesa Sanpaolo a proposito di reshoring e distretti industriali. Per ripartire compiutamente, la via maestra è quella dell’eco-innovazione, adeguatamente supportata da un mercato di riferimento (pubblicamente incentivato). «In Italia l’eco-innovazione – commenta in proposito il Rapporto di Fondazione ed Enea –, vero e proprio motore per lo sviluppo delle imprese green, mostra una tendenza positiva, nel 2012, secondo la classifica europea, l’Italia era al quindicesimo posto tra i “28” per eco-innovazione, nel 2013 è salita al dodicesimo». Una dinamica indubbiamente positiva, ma che si scontra con un importante dato di fatto. Nonostante i progressi, andando a spulciare il numero di brevetti registrati presso lo lo European Patent Office (Epo), si vede come – all’ultimo anno disponibile, il 2011 – questi rappresentino ben il 45,4% sul totale mondiale delle tecnologie ambientali. Il problema è che di questo ottimo risultato, il 21,8% è imputabile alla sola Germania, mentre il contributo italiano si ferma al 2,6%. E nelle performance industriali (e ambientali) dei due Paesi sono numeri che pesano. Senza una precisa politica industriale in merito, il rischio concreto e in parte già in fase di realizzazione è che il cerchio si chiuda con amarissima ironia: prima abbiamo depredato di risorse naturali paesi industrialmente più poveri per alimentare la nostra manifattura; in una fase successiva, in quegli stessi paesi abbiamo “esportato” le nostre industrie più inquinanti. E oggi il territorio nelle mire della colonizzazione industriale tedesca (ma non solo) è proprio il nostro.