Ieri a Roma un’anteprima degli Stati generali che si svolgeranno ad Ecomondo

La green economy italiana e la sindrome dell’erba del vicino

L’economia verde italiana in «un sorprendente 1° posto» tra i principali paesi Ue viene percepita al 29° nel mondo. Come mai?

[28 ottobre 2016]

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All’estero la percezione della green economy italiana è molto peggiore rispetto ai risultati effettivamente conseguiti nel Paese: è questa la tesi che emerge da una valutazione comparata tra 80 Paesi nel mondo, realizzata dal centro di ricerca “Dual Citizen” di Washington DC e presentata ieri durante il lancio della V edizione degli Stati generali della green economy (che si volgeranno a Rimini l’8 e il 9 novembre prossimi nell’ambito di Ecomondo).

Analizzando numerosi ambiti, dalla leadership sul cambiamento climatico agli investimenti in green economy alla qualità ambientale, dalla ricerca emerge una «discreta performance della green economy italiana, al 15° posto fra gli 80 Paesi analizzati», mentre spicca un «dato estremamente negativo e anomalo rispetto a tutti gli altri grandi Paesi europei», ovvero «il basso livello della percezione della green economy italiana a livello internazionale, che ci vede precipitare complessivamente al 29° posto (al 68° per leadership e cambiamento climatico). Come a dire che il potenziale green del Paese è buono, ma la sua valorizzazione molto scarsa». Insomma, l’erba del vicino sembra essere sempre la più verde, anche quando si parla di green economy.

«Le eccellenze italiane nel campo della green economy – dichiara il presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile Edo Ronchi, commentando l’analisi – restano più forti delle difficoltà che pure non mancano: sostenere le eccellenze e recuperare le difficoltà è una via percorribile di rilancio economico che in Italia non ha uguali. Nulla ha potenzialità di sviluppo comparabili con quelle della green economy in Italia. Perché abbiamo invece una così scarsa reputazione green all’estero? Perché noi stessi comunichiamo poco e male, con scarsa convinzione, le tante cose buone che si fanno in Italia e comunichiamo invece con grande enfasi quelle negative che purtroppo non mancano e che dovremmo impegnarci di più a eliminare».

Per guardare più in profondità nel bicchiere mezzo pieno, l’anticipazione (in allegato, ndr) della Relazione sullo stato della green economy 2016 – L’Italia in Europa e nel mondo, basata su «dati validati a livello europeo» anch’essa presentata ieri, analizzando 8 tematiche strategiche (emissioni di gas serra, rinnovabili, efficienza energetica, riciclo dei rifiuti, eco-innovazione, agroalimentare di qualità ecologica, capitale naturale e mobilità sostenibile) con 16 indicatori chiave, mette a confronto l’Italia con le altre 4 principali economie europee (Germania, Regno Unito, Francia e Spagna). In questo caso risulta addirittura che «la green economy italiana – anche se non priva di debolezze – nel complesso si colloca ad un sorprendente «1° posto» agguantando un «punteggio di 59/100, davanti alla Germania con 53/100».

Di fronte a questa abissale differenza rispetto alla percezione avvertita in merito alla green economy italiana al di fuori dei nostri confini (ma spesso anche al di dentro), sarebbe quanto mai utile indagarne in profondità le cause. Certamente, ad alimentare la confusione in materia contribuisce la coltre di dati, tutti autorevoli ma raramente univoci, che affollano il mondo dell’economia verde. Ad esempio, come sta proseguendo la lotta dell’Italia ai cambiamenti climatici? Secondo la Relazione presentata ieri, «nel 2015 la posizione dell’Italia è significativamente peggiorata con un aumento di tali emissioni di ben il 3,5%». Lo stesso valore riportato da Eurostat, diverso però dalla stima fornita dall’Ispra (+2%) o dalla stessa Fondazione per lo sviluppo sostenibile (+2,5%). In ogni caso, la tendenza è chiara anche se il dato rimane fumoso.

I punti interrogativi aumentano però passando al setaccio altri “ambiti” della green economy, come l’economia circolare e la gestione dei rifiuti. Per quanto riguarda il riciclo degli urbani, secondo la relazione siamo «al 3° posto fra i cinque grandi Paesi europei» con una percentuale del «42%», mentre secondo il rapporto Anci-Conai la percentuale è al 45,99% e la raccolta differenziata al 49,30%. Ancora meglio dunque? Difficile dirlo, visto che non esiste neanche un metro comune a tutto il Paese per misurare la raccolta differenziata (preliminare al riciclo). Una nebulosità che cresce ancora guardando ai rifiuti speciali, che sono indicativamente 4 volte gli urbani: la Relazione riferisce che nel loro riciclo «con circa 99 milioni di ton pari al 76% (secondo gli ultimi dati resi disponibili dall’Ispra, riferiti al 2014, siamo al 62,4%, ndr), l’Italia si colloca al 1° posto» tra i grandi Paesi europei. Con specchiata onestà intellettuale, la stessa Fondazione per lo sviluppo sostenibile non ha mancato in passato di sottolineare le lacune del sistema (ad esempio, importiamo quantitativi di rifiuti speciali dall’estero mentre non sappiamo gestire e/o valorizzare tutti quelli prodotti in Italia), ma il dato di fondo rimane quello evidenziato dal presidente Ispra: sui rifiuti speciali «la certezza dell’informazione, che è fondamentale per conoscere e agire le decisioni più corrette, nel nostro Paese è un’utopia».

Al contrario, l’evidenza empirica mostra che le eccellenze italiane in fatto di green economy ed economia circolare esistono, sono molte, solide e invidiate anche all’estero. Perché dunque non fare piazza pulita dei dubbi e incertezze, che evidentemente pesano anche sulla percezione estera verso il sistema italiano? Servirebbe una regia chiara e decisa. Il problema «che causa una peggiore percezione dell’Italia non è la cattiva comunicazione – commenta il vicepresidente del Kyoto club, Francesco Ferrante – ma l’assenza della politica per la green economy». Forse l’inghippo è proprio lì.