La nuova economia circolare Ue spiegata dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile

Ronchi: «Le nuove direttive avviano la svolta cominciando con numerosi e importanti cambiamenti nel settore dei rifiuti». L’Italia arriva preparata al cambiamento?

[2 febbraio 2018]

Dopo l’accordo provvisorio sul pacchetto legislativo per l’economia circolare siglato lo scorso dicembre tra Consiglio e Parlamento Ue, oggi le novità che presto dovranno essere recepite anche dai singoli Stati membri dell’Unione europea – compreso il nostro, dunque – sono state presentate durante il convegno Circular Economy, le direttive europee appena approvate promosso per il decennale della Fondazione per lo sviluppo sostenibile guidata da Edo Ronchi.

«Le nuove direttive – ha spiegato lo stesso Ronchi – avviano la svolta dell’economia circolare, cominciando con numerosi e importanti cambiamenti nel settore dei rifiuti. Siamo alla vigilia di una nuova svolta, di più ampia portata di quella avviata con la riforma (avanzata dallo stesso Ronchi attraverso il D.Lgs 22/97, ndr) di oltre 20 anni fa, che ci ha fatto passare dalla discarica come sistema largamente prevalente di gestione dei rifiuti, alla priorità del riciclo. Sarebbe bene  preparare il recepimento delle nuove norme europee in materia di rifiuti ed economia circolare con un’ampia partecipazione».

Il nuovo pacchetto legislativo Ue non s’interessa purtroppo dell’intera, enorme mole di rifiuti prodotti nell’Unione (2,5 miliardi di tonnellate nel 2014), ma circoscrive la gran parte dell’attenzione al mondo dei rifiuti urbani (242,4 milioni di tonnellate, il 9,7% del totale), comunque rilevante e attualmente assai più vicino alla pubblica sensibilità. In particolare, come ha spiegato oggi la Fondazione i nuovi obiettivi di avvio a riciclo – e non di raccolta differenziata, che un mezzo finalizzato al riciclo – per i rifiuti urbani «si alzano al 55% nel 2025, al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035 gli obiettivi di riciclo (oggi siamo al 42%). Per raggiungere il target del 2035 sarà necessario che la raccolta differenziata arrivi almeno al 75% (oggi la media nazionale è del 52,5%)». Per quanto riguarda invece l’avvio al riciclo degli imballaggi – che nel nostro Paese rappresentano il 7% circa dei rifiuti urbani – l’Italia «è già a buon punto: si dovrà aumentare il riciclo dall’attuale 67% al 70% del totale degli imballaggi entro il 2030. Per gli imballaggi in legno oggi il riciclo è al 61% a fronte di un obiettivo del  30%; per quelli ferrosi l’obiettivo è dell’l’80% (oggi si è al 77,5%); per l’alluminio l’obiettivo è del 60% (oggi si è già al 73%); per gli imballaggi in vetro l’ obiettivo è del 75% (oggi si è al 71,4%); per gli imballaggi  di carta si dovrà passare  dall’attuale 80% all’85% . Maggiori difficoltà, a causa degli imballaggi in plastiche miste, ci sono per il riciclo di quelli in plastica che dovrà aumentare dal 41% attuale al 55% al 2030». Guardando invece allo smaltimento in discarica, residuale ma presente anello per la chiusura del ciclo integrato dei rifiuti, questo «non dovrà superare il 10% dei rifiuti urbani prodotti. Oggi in Italia la media è del 26%, però con Regioni in forte ritardo: il Molise (90% in discarica), la Sicilia (80%), la Calabria (58%), l’Umbria (57%), le Marche (49%) e la Puglia (48%)». Guardando invece alla dimensione degli sprechi alimentari l’Ue introduce «target di riduzione degli sprechi del 30% al 2025 e del 50% al 2030».

Infine, con il nuovo pacchetto legislativo «viene rafforzata la responsabilità estesa del produttore che, nella gestione dei rifiuti che derivano dai loro prodotti, dovranno assicurare il rispetto dei target di riciclo, la copertura dei costi di gestioni efficienti  della raccolta differenziata e delle operazioni di cernita e trattamento, quelli dell’informazione,  della raccolta e della comunicazione dei dati. Per gli imballaggi tale copertura sarà dell’80% dei costi dal 2025, per i settori non regolati da direttive europee la copertura dei costi sarà almeno del 50%, per Raee, veicoli e batterie restano le direttive vigenti in attesa di aggiornamenti».

Complessivamente, come ha sottolineato la relatrice del provvedimento al parlamento Ue Simona Bonafè, intervenendo al convegno, tutte queste misure «sposteranno l’economia sempre di più verso una crescita davvero sostenibile ma creeranno nuove sfide competitive per le nostre aziende, nuovi posti di lavoro e, in definitiva, ad un aumento del Pil». Sempre che tali sfide vengano colte nel modo giusto naturalmente.

«Abbiamo sostenuto e promosso – ha concluso al proposito il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti – la sfida europea dell’economia circolare che vede in più ambiziosi target di riciclo dei rifiuti uno dei suoi punti cardine. In Italia abbiamo realtà in cui i tali obiettivi sono stati già abbondantemente raggiunti e superati, mentre altre zone sono ancora indietro. Dobbiamo lavorare nei prossimi anni per portare tutto il paese agli ottimi standard raggiunti nelle aree più virtuose. Ci vuole un impegno coeso, programmato, determinato, che abbiamo delineato nel documento di posizionamento strategico Verso un modello di economia circolare». Duole però notare che il documento citato dal ministro è solo un preliminare: come spiegato dallo stesso dicastero, «il prossimo Governo avrà il compito di elaborare il Piano di azione». Nel frattempo però c’è chi – come la multinazionale toscana Lucart, tra i leader a livello globale nella produzione di carta tissue – decide di investire 20 milioni di euro per produrre «carta riciclata di alta qualità», ma in Spagna. «In Italia – hanno motivato dall’azienda – incertezza normativa e ostacoli burocratici rendono estremamente difficile continuare ad operare nell’ottica dell’economia circolare».