La nuova legge di Bilancio è arrivata a Bruxelles: anche quest’anno il fisco verde può attendere

Prezzo del petrolio basso, costi dell’energia alti? Per il ministro Calenda è colpa delle rinnovabili

[18 ottobre 2016]

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La legge di Bilancio 2017 è stata varata sabato scorso dal Consiglio dei ministri, ma presentata al pubblico italiano sotto forma di semplici slide. A pubblicare una versione integrale (in inglese) del Draft budgetary plan è stata la Commissione europea, che ha ricevuto oggi la documentazione dal governo. A Bruxelles l’attenzione sarà concentrata soprattutto sulla previsione del rapporto deficit/Pil, innalzato al 2,3% rispetto al 2% inizialmente preventivato – valori entrambi abbondantemente al di sotto del 3% individuato nel Fiscal compact –, riservandosi di esprimere una prima valutazione sulla manovra in un paio di settimane.

Sarebbe dunque velleitario volerne già dare in poche righe una valutazione complessiva, ma anche da un esame preliminare è avvilente notare che anche in questa nuova legge di Bilancio la rivoluzione del fisco verde può attendere. La manovra proposta dal governo Renzi vale complessivamente 27 miliardi di euro, 25 dei quali – secondo valutazioni diffuse già nel 2011 dall’Agenzia europea dell’ambiente – avrebbero potuto essere individuate grazie a una rimodulazione della fiscalità che favorisse la tassazione del consumo di risorse naturali piuttosto che del lavoro, ma niente di tutto ciò è stato preso in considerazione. Anche le 15 proposte per la legge di Bilancio presentate la scorsa settimana alla Camera da Legambiente sono purtroppo rimaste nel novero delle buone intenzioni. Per spingere l’economia circolare dal Cigno verde hanno evidenziato la necessità di fissare un canone minimo in tutta Italia per l’attività estrattiva, penalizzare lo smaltimento in discarica (spingendo il riciclo) e rimodulare l’Iva sulla base di trasparenti criteri ambientali, in modo da favorire i beni e servizi a minore impatto. Proposte non accolte nella legge di Bilancio.

In compenso, intervenendo su Radio24, il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda è tornato a ribadire la versione del governo sul perché, anche davanti a un crollo del prezzo del petrolio, per imprese e famiglie italiane il prezzo dell’energia continui a salire: «Noi – ha dichiarato Calenda – abbiamo un peso degli oneri cosiddetti ‘per le rinnovabili’ che vale un quarto della bolletta. Il prezzo  è una variabile molto più piccola che in altri paesi. In più per le aziende noi abbiamo fatto la scelta opposta della Germania, cioè abbiamo scaricato tutti gli oneri sulle imprese. Mentre la Germania l’80% l’ha distribuito tra le famiglie e solo il 20% tra le imprese. Questa è la considerazione che il Paese ha avuto in passato per il manifatturiero: poi ci stupiamo perché le aziende chiudono».

Un mantra che in numerose occasioni altre – come Francesco Ferrante e Roberto Della Seta, su lavoce.info – hanno contribuito a smontare, evidenziando che «sarebbe dunque quanto mai opportuno smetterla con la litania sul caro-energia che strangola l’economia italiana, e concentrarsi piuttosto sui fattori che penalizzano davvero la competitività delle nostre aziende, dal peso del fisco alla burocrazia, dalla storicamente bassa propensione dei nostri imprenditori a reinvestire i profitti in azienda ai troppo scarsi investimenti in ricerca e sviluppo. Anche quei 10 miliardi all’anno (dato 2014, ndr) che destiniamo a sostenere le fonti rinnovabili non sono un’anomalia tutta italiana, sono invece parenti prossimi dei 20 miliardi spesi dai tedeschi in un mercato elettrico doppio del nostro. E non rappresentano un fardello insostenibile: al contrario sono stati e restano uno dei pochi investimenti “in futuro” realizzati in Italia negli ultimi due decenni; investimenti che certo si sarebbero potuti organizzare meglio, ma che in ogni caso hanno prodotto lavoro e ricchezza in questa lunga stagione di crisi». Investimenti che il governo Renzi ha, per inciso, contribuito non poco a frenare.

C’è dunque proprio niente da salvare in questa legge di Bilancio? Sì, sull’efficienza energetica. «Le misure previste dal governo confermano il credito di imposta, danno stabilità all’ecobonus e potenziano fortemente l’azione di prevenzione antisismica con il sismabonus, vanno – ha dichiarato Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera – nella direzione più volte chiesta dal Parlamento e consentono di muoversi per un rilancio dell’edilizia fondato sulla qualità, sulla sicurezza, sul risparmio energetico. Già nell’anno in corso, secondo i dati del rapporto del Servizio studi della Camera e Cresme sugli effetti dei bonus casa, il credito di imposta per ristrutturazioni e risparmio energetico ha rappresentato una straordinaria misura anticiclica: nel 2016 sono previsti investimenti per 29 miliardi di euro e 436 mila occupati tra diretti e indotti». Come ogni anno, rimane il profondo rammarico di non poter vedere gli effetti di una politica economica altrettanto vigorosa per la rinnovabilità dell’energia e della materia.