Dalla Toscana l’analisi del problema e l’appello al governo

La povertà assoluta in Italia colpisce 4 milioni di persone: un reddito minimo serve subito

Saraceno: «Il lavoro non sempre basta». Avanza la proposta del Reis

[19 febbraio 2016]

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La condizione di povertà in Italia, con i numeri elevati che oggi la riguardano, «rischia di diventare permanente». Un allarme (ri)lanciato oggi dal presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi,  lavori del convegno su “La povertà in Italia. Analisi e proposte”, organizzato stamani a Firenze insieme all’Irpet, che ha trovato numerose sponde, tra le quali spicca quella di Francesco Marsico (Caritas): «La povertà che questa crisi lascia rischia di essere strutturale. Bisogna intervenire».

Durante la sua ultima pubblicazione di un’analisi sul tema, proprio dalla Caritas era arrivata un’accusa circostanziata e tagliente nei confronti dell’esecutivo Renzi: i poveri italiani sono raddoppiati dal 2007 a oggi, eppure dal governo non è arrivato «nessun intervento significativo». Da quando la Caritas ha mosso la sua accusa il governo ha mosso il primo, timido passo promuovendo nella legge di Stabilità 2016 un reddito di inclusione attiva, ma – come ha evidenziato la sociologa Chiara Saraceno, presente oggi a Firenze – l’azione è ancora molto lontana dal ritenersi sufficiente.

La crisi, come evidenziato dall’Irpet, ha infatti provocato un generale peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie, e il risultato è un peggioramento di tutti gli indicatori di povertà e un’accentuazione delle disparità nella distribuzione del reddito. Oggi, dettaglia Saraceno, in Italia vivono 4 milioni e 102mila persone in povertà assoluta: 1 milione e 578mila vivono al Nord, 658mila al Centro, 1 milione e 866mila nel Mezzogiorno; di questi, 1 milione e 45mila sono minori (il 10% di tutti i minori) e 590mila anziani. A livello famigliare, si trova in povertà assoluta il 5,2% delle famiglie con persona di riferimento occupata, ma il 9,7% se operaio o assimilato: ecco che, davanti a questi livelli di povertà, anche il «lavoro non sempre basta». Non c’è una domanda di lavoro sufficiente, quando c’è troppo spesso si tratta di impieghi malpagati e/o a tempo parziale involontario, e al contempo i «trasferimenti alle famiglie (assegni per i figli, detrazioni, ecc.) sono inadeguati, categoriali e spesso lasciano fuori proprio i più poveri (vedi 80 euro)».

Che fare, dunque? Saraceno spiega che occorre aumentare la domanda di lavoro di qualità, sostenendo al contempo l’occupazione femminile, specie delle donne a bassa qualifica, con politiche di conciliazione e di formazione; mettere a punto un sistema di trasferimenti per i figli meno categoriale e frammentato dell’attuale, e infine introdurre un reddito minimo adeguato, ovvero «ciò che non è il reddito di inclusione attiva introdotto con la legge di Stabilità».

«Si è iniziato a fare qualcosa, ma è ancora troppo poco – ha rincarato la dose il presidente Rossi –, si poteva fare di più e meglio, ma se non si procede nel modo giusto si rischia di fare tanti bonus senza raggiungere l’obiettivo di mettere in sicurezza dalla povertà tutti i cittadini italiani. Dobbiamo farlo, vogliamo farlo questo scatto in avanti, che poi non è altro che applicare la Costituzione e accrescere un senso di appartenenza e solidarietà. Non possiamo permetterci un paese che mette 4,1 milioni di persone in condizioni i povertà assoluta, cioè persone che hanno difficoltà a garantirsi i beni minimi per una vita dignitosa. Per far fronte a questa situazione siamo favorevoli a un provvedimento non di bonus, ma universalistico, magari da attuarsi gradualmente nel tempo, come prevede la proposta dell’Alleanza contro la povertà che le Regioni appoggiano, con la Toscana a capo della Commissione sociale e lavoro».

La proposta in questione è quella del Reis, il Reddito di inclusione sociale. L’Italia, insieme alla Grecia, rimane l’unico paese dell’Europa a non disporre di uno schema di reddito minimo, e il Reis prevede di fornirlo ai 4 milioni di individui che vivono in povertà assoluta con una spesa a pieno regime di 7 miliardi l’anno. Si tratta di una proposta tutt’altro che onnicomprensiva, se si pensa che l’Istat ha riconosciuto come a rischio povertà (relativa) circa un quarto delle famiglie italiane, ma è sempre meglio di quanto offerto oggi dal governo che «ha messo per ora 800 milioni – dettaglia ancora la Saraceno – pensando di arrivare a regime in un anno a circa 1 miliardo e mezzo. Questo significa che resta esclusa una fascia molto ampia di persone, a parte il fatto che gli adulti senza figli sono esclusi dall’aiuto».

La proposta che continuiamo a credere costituirebbe l’opzione migliore rimane quella di un lavoro minimo garantito, sostenuto anche dal compianto sociologo Luciano Gallino: una misura che coniuga al reddito una valorizzazione del capitale umano e della persona stessa, valorizzazione nella quale le opportunità offerte dalla green economy potrebbero svolgere un ruolo di primo piano. Di fronte all’avanzare del lavoro sempre più fragile precarizzato sottolineato dalla Saraceno, e all’ingigantirsi della trascurata ma opprimente nube della disoccupazione tecnologica, la necessità di un reddito minimo si fa sempre più pressante. «Un reddito minimo è importante – ha concluso Saraceno – perché bisogna garantire il diritto al consumo minimo in una società democratica sviluppata, ma anche perché bisogna evitare che le persone, a causa delle difficoltà nel far fronte ai loro bisogni primari, si impoveriscano ulteriormente, impoveriscano le proprie capacità nel tentativo di arrabattarsi. Se avessero garanzia di reddito minimo, sostenuto da altri servizi, come l’orientamento, potrebbero migliorare il proprio capitale umano, e dedicarsi ad uscire dalla povertà con le proprie forze». Speriamo che anche il governo Renzi voglia presto riconoscerne l’evidenza.

L. A. 

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  • Chiara Saraceno al convegno La povertà in Italia, analisi e proposte