Le politiche dell’attuale legislatura non hanno funzionato. Istat: povertà stabile

Contro la povertà il governo punta sul Reddito d’inclusione, che esclude 2/3 dei poveri assoluti

Alleanza contro la povertà: «Strada ancora lunga, le risorse attuali permettono di coprire solo un povero ogni tre»

[14 aprile 2017]

La nona edizione di Noi Italia, la selezione di 100 indicatori statistici pubblicata oggi dall’Istat per indagare cosa significhi oggi vivere nel Belpaese, torna a mettere il dito sulla piaga povertà: in Italia la povertà assoluta coinvolge il 6,1% delle famiglie residenti (pari a 4 milioni 598 mila individui)», una quota praticamente raddoppiata rispetto al 2007 e composta oggi in gran parte da giovani under34, mentre il «10,4% delle famiglie è relativamente povero (2 milioni 678 mila)». In altre parole «le persone in povertà relativa sono 8 milioni 307 mila (13,7% della popolazione)». Nonostante i vari proclami intercorsi, le politiche portate avanti durante la legislatura in corso non paiono aver fatto molto per frenare il problema: «Tra il 2014 e il 2015 – documenta ancora l’Istat – sono sostanzialmente stabili sia l’incidenza di povertà assoluta e sia quella relativa».

Per provare a invertire la rotta è stato firmato oggi a Palazzo Chigi il Memorandum di attuazione della legge delega di contrasto alla povertà (n. 33 del 15 marzo 2017), un documento di 4 pagine – siglato dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal ministro Giuliano Poletti insieme con l’Alleanza contro la povertà in Italia – che fissa una serie di impegni precisi per la stesura del decreto legislativo che seguirà la legge delega approvata lo scorso mese, che introduce il Reddito di inclusione (Rei).

«Il Reddito di inclusione per due milioni di persone è un impegno per la dignità e la libertà dal bisogno», ha commentato il premier Gentiloni, ma i numeri sono tutt’altro che soddisfacenti. Il Rei si rivolgerà inizialmente a 400mila famiglie, pari a circa 1,8 milioni persone a fronte dei 4 milioni 598 mila individui in povertà assoluta documentati dall’Istat.

Il Reddito d’inclusione sociale (Reis) previsto dall’Alleanza contro la povertà prevedeva altro: una misura – e neanche la più ambiziosa – destinata a chiunque si trovi in povertà assoluta, che prevede l’erogazione di un contributo economico accompagnata dalla realizzazione di percorsi d’inserimento sociale o occupazionale, utili a costruire nuove competenze e/o a riprogettare la propria esistenza. «L’adozione delle nostre proposte in questo memorandum porta a compimento un percorso di partecipazione attiva, impegnativo ma anche molto stimolante», commenta il sociologo dell’Università di Trento Cristiano Gori, attuale coordinatore dell’Alleanza, ma la strada è «ancora lunga, perché le risorse attuali permettono di coprire solo un povero ogni tre e perché l’attuazione di questi interventi è sempre complicata». Per non parlare degli altri milioni di italiani in povertà relativa, non coinvolti dal provvedimento.

Neanche è dato sapere, ad oggi, quando il Rei riuscirà a sostenere tutti i poveri assoluti: «Non sarà possibile nel decreto attuativo definire i tempi della progressione graduale verso una misura pienamente universale – si afferma nel memorandum firmato oggi – per necessità legate all’esigenza di reperire le adeguate coperture finanziarie».

Eppure le cifre in gioco non sembrano impensabili da raggiungere per un Paese che rappresenta la seconda potenza industriale d’Europa. Le risorse previste per finanziare il Rei ammontano a 1,180 miliardi di euro per 2017 e 1,204 per il 2018, assai meno di quanto suggerito dall’Alleanza contro la povertà: 7 miliardi di euro, circa lo 0,43% del Pil italiano. Risorse tutto sommato modeste che potrebbero essere racimolate in molti modi, in primis tramite una fiscalità realmente in grado di re-distribuire le risorse del Paese: considerando che ai nostri giorni la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza è letteralmente ai livelli del Medioevo e che quella della distribuzione dei redditi negli ultimi 20 anni è peggiorata in Italia più che in ogni altro Paese Ocse, gli spazi di manovra non dovrebbero mancare.