La protesta dei Gilet gialli in Francia alla ricerca di uno sbocco politico

Da una protesta contro l'ineguale peso sociale delle politiche ambientaliste di Macron alla piega populista

[5 dicembre 2018]

Alla fine il movimento di protesta francese dei Gilet gialli sembra averla spuntata: il primo ministro Édouard Philippe ha annunciato ieri una moratoria di 6 mesi sull’aumento delle tasse sui carburanti e il blocco delle tariffe di luce e gas. Proposte per ora considerate dal movimento come briciole, quindi si continua e sabato 8 dicembre per la quarta volta tutti a Parigi.

Il primo giorno di grande protesta è stato quello del 17 novembre, dove a Parigi la Prefettura ha contato 287mila manifestanti che poi sono andati a decrescere nei sabati successivi, mentre sono continuate le violenze, con l’Arco di Trionfo parigino – simbolo del patriottismo francese – imbrattato dalle scritte con lo spray.

Tutto è cominciato con la protesta per la tassa sui carburanti già aumentata all’inizio del 2018 e con un ulteriore aumento previsto per il 2019 di 5,36 centesimi a litro per il gasolio e 2,38 per la benzina, secondo un l’aumento progressivo delle accise stabilito dalla legge del 2017 che si inquadra nel Piano per la transizione energetica francese.

Sembrerebbe un movimento di “tartassati”, ma va considerato che il prezzo medio della benzina in Francia il 3 dicembre era di 1,435 euro al litro, mentre quello italiano era di 1,603. Tutto questo a fronte di un Pil medio pro-capite di 28mila euro in Italia e di 35mila euro in Francia.

Anche se il popolo francese sembra predisposto per la protesta, stupisce la nascita repentina di un movimento sociale ampio e diffuso sul territorio. Il suo segreto è l’utilizzo dei social (Facebook e Twitter), oltre alla presenza di una collera diffusa che già covava nella cosiddetta “Francia profonda”, quella delle zone rurali e periferiche. È un fenomeno complesso, simile a quello delle valanghe scatenate da un grido o da un piccolo movimento: nello stato critico le tensioni accumulate si scaricano in un breve tempo con effetto domino.

Oltre l’uso di Facebook la trovata geniale, favorita dal fatto che si è iniziato a protestare coi blocchi stradali, è stata quella di utilizzare il gilet giallo che ogni automobilista si porta dietro: tutti l’hanno, si riconosce subito per via del colore, e quindi produce immediatamente un senso di gruppo e di appartenenza chiaramente percepibile in caso di manifestazione.

Nelle zone rurali e periferiche si viaggia molto in auto, date le distanze e la diffusione della rete delle strade nazionali, e questo vale anche per i lavoratori pendolari con famiglia che cercano nella periferia appartamenti grandi a prezzo basso. Basti ricordare che la densità media in Francia è di 117 abitanti per kmq, e in Italia di 206. A questo si aggiunge il tasso di occupazione femminile sopra il 60% che comporta l’uso di due auto per famiglia per recarsi al lavoro, così raddoppiando gli effetti della tassa sui carburanti.

Tassa che non si applica a particolari categorie di utilizzatori, ed è questo il punto che maggiormente solleva l’indignazione dei Gilet gialli. Nicolas Hulot, già ministro per la Transizione ecologica, il 22 novembre – appoggiando la protesta dei Gilet – ha detto: «La gente sa che il cherosene degli aerei non è tassato, che l’olio combustibile delle navi mercantili non è tassato, non è necessario essere un gilet giallo per essere indignato!». Ma si fa osservare che il problema non è di semplice soluzione perché, anche mettendo la tassa in Francia, gli aerei farebbero rifornimento di carburante nel Paese dove questo non è tassato.

Dall’ingiustizia sulla tassazione facilmente si passa a quelle che vengono ritenute altre ingiustizie sociali, dove si vedono favorite le élite, identificate con gli abitanti delle grandi città, in confronto al popolo marginalizzato. Perciò si chiede un aumento del salario minimo o della pensione minima. Ma la richiesta unificante che mantiene alto il livello di scontro, perché inattuabile, sembra essere quella delle dimissioni del presidente della Repubblica Emmanuel Macron, visto come “il presidente dei ricchi”, anche se la politica energetica francese prevede l’assegno energia, un sussidio per le spese energetiche di riscaldamento delle famiglie più povere.

Quindi il movimento, da una protesta contro l’ineguale peso sociale delle politiche ambientaliste di Macron, prende una piega populista, e viene appoggiato sia da destra che da sinistra. Ma tende anche a rimettere in discussione l’assetto politico istituzionale della Francia, dove tuttavia la coesione interna e l’unità nazionale sono un patrimonio indissolubile. Per cui Édouard Philippe, annunciando la moratoria, ha detto: «Nessuna tassa merita di mettere in pericolo l’unità della Nazione».

Timidi tentativi di diffusione del movimento ci sono stati in Belgio e anche in Italia. Il ministro Salvini, sapendo che i Gilet gialli l’avevano ricordato nelle manifestazioni di Parigi, ha twittato il 25 novembre: «Fa piacere sapere di avere sostenitori anche tra i francesi stanchi di Macron». A Salvini sarebbe bene però ricordare sia la differenza di prezzo dei carburanti tra l’Italia e la Francia, sia le sue promesse elettorali finora mai mantenute sulla cancellazione delle accise.