La riforma costituzionale passa alla Camera, ma non sfiora il Pil

[10 marzo 2015]

La riforma costituzionale del governo Renzi ha superato l’esame della Camera: dopo essere stato approvato con 357 voti a favore, 125 contrari e 7 astenuti, il ddl tornerà ora a sottoporsi al vaglio di quel Senato che si prefigge di cambiare radicalmente. Destinazione finale un referendum confermativo col quale verrà chiesto ai cittadini di esprimere un giudizio sulla riforma nel suo complesso, di per sé mastodontica: il ddl, come ha efficacemente riassunto oggi il Manifesto, «modi­fica 47 arti­coli sui 134 che com­pon­gono l’attuale Costi­tu­zione. Più del 35%: l’intera seconda parte (Ordi­na­mento della Repub­blica) e un solo arti­colo, il 48, della prima parte (Diritti e doveri dei cit­ta­dini)», spaziando dall’introduzione del Senato della Repubblica non elettivo alla nuova modifica del Titolo V della Costituzione, con non secondarie implicazioni di tipo ambientale.

Si tratta di un provvedimento tanto vasto da rendere difficile un unico e complessivo giudizio, anche se l’esperienza dei passati ddl omnibus non è rassicurante. Qualche aspetto positivo emerge: «L’Italia è uno dei pochissimi paesi ad avere il bicameralismo perfetto – dichiara in proposito Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera – un meccanismo ormai anacronistico ed inefficace che mostra tutta la sua vetustità. Per approvare una legge passano anni andando avanti e indietro fra le due Camere». Ma sui concreti effetti in merito della futura riforma non si può aggiungere molto di più, al momento.

Appare più chiaro invece l’impatto di tale riforma sulla crescita del Paese, che lo stesso governo – al di là delle dichiarazioni entusiaste nel merito – sembra continuare a considerare piuttosto ridotto.  Nel documento inviato lo scorso mese dal Mef alla Commissione Ue per illustrare l’andamento delle riforme strutturali nel Paese, alla riforma costituzionale viene dedicato un intero paragrafo, ma nessun esplicito rimando agli impatti sul Pil. Questi sono circoscritti ai provvedimenti su liberalizzazioni, Jobs Act, riduzione del cuneo fiscale e riforma della Pubblica amministrazione e sistema giudiziario; in particolare, con riferimento al lontano 2020, il governo prevede che complessivamente i suoi provvedimenti daranno una spinta al Pil pari appena al 3,6%. Sulla qualità di questa crescita, sostenibile o meno, ovviamente (sic) non sono diffusi dettagli o previsioni.

Colpisce in questo caso che alla voce “Public Administration and judicial system”, ovvero sostanzialmente l’altra faccia della riforma costituzionale oggi approvata alla Camera, venga individuato dal governo il ruolo più importante  nella crescita del Pil (+1,4%), mentre l’Ocse mette valuta l’impatto di queste riforme posizionandole al terzo posto su quattro con un +0,6% del Pil.

Sull’affidabilità delle previsioni economiche – dell’Ocse o del governo – ci siamo già diffusamente spesi, e non è questo il caso di infierire ancora. Per una valutazione più serena meglio dunque guardare al presente e al recente passato: i dipendenti pubblici dal 2010 al 2014 sono diminuiti di 280mila unità, mentre i salari di coloro che sono rimasti hanno subito una caduta nel potere d’acquisto pari al 10,5%. Il risultato è che in pochi anni la spesa per lavoro dipendente è diminuita di 7,8 miliardi di euro, mentre paradossalmente la spesa pubblica è comunque aumentata da 811 a 827 miliardi di euro. «Questo significa che, mentre sono state adottate politiche che hanno colpito il lavoro pubblico e i servizi – dichiarano i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil in una lettera appena inviata al governo –, non si sono ridotti gli sprechi e le duplicazioni». Questa è una colpa imputabile solo in parte al governo Renzi, in carica da un anno, ma sulla quale si intravedono ben poche inversioni di tendenza.

Con un tasso di disoccupazione ai vertici all’interno dei Paesi Ocse, come evidenziato ancora una volta oggi dall’organizzazione parigina, e con una produzione industriale che – testimonia la rilevazione odierna dell’Istat – torna a scendere, la vittoria riscossa oggi dal governo alla Camera sulle riforme costituzionali sembra piuttosto allontanare di un passo in più l’azione dell’esecutivo dalle pressanti esigenze del Paese nel suo complesso.