La riforma dei porti con la Toscana al centro, in cerca di sostenibilità

[13 febbraio 2015]

Nella grande partita in cui balla il futuro dei porti italiani si stanno giocando in questi giorni dei match fondamentali. Dagli Stati generali dei porti e della logistica che svoltisi a Roma il ministero dei Trasporti ha redatto delle linee guida per il settore, riassunte in 9 punti: accordo unanime sulla necessità di una riforma, ma scarsa convergenza sui modi per metterla in atto. E in questa trattativa oltremodo complessa la Toscana si trova a ricoprire un ruolo centrale, sia per il peso dei suoi porti (Livorno su tutti) che per la rilevanza delle personalità messe in campo.

Il progetto toscano sembra quello di formare un’Autorità portuale unica, con baricentro labronico, che rappresenti un polo portuale unico per tutta la regione. I nodi dovranno sciogliersi da qui a fine mese, col ministro Lupi che ha promesso di portare in Consiglio dei ministri il piano nazionale dei porti al più tardi per inizio marzo: i possibili ritardi sono all’ordine del giorno, ma le tempistiche rimangono ufficialmente strettissime.

E mentre i tempi stringono si sfiora il paradosso quando il presidente Anci delle città portuali, il sindaco pentastellato di Livorno Filippo Nogarin, si è rivolto all’assemblea degli Stati generali esortando i presenti  a dire «basta immobilismo». L’amministrazione comunale labronica è infatti accusata di prendere tempo ritardando il via libera al Piano regolatore portuale (Prp), necessario per la realizzazione della Darsena Europa – un investimento da centinaia di milioni di euro  e valutato dalla Regione Toscana come essenziale per la città di Livorno. Solo ieri, dopo mesi di tira e molla, Nogarin ha deciso di avviare il 17 febbraio la discussione in Consiglio comunale della variante al Piano regolatore del porto di Livorno: il voto è previsto, se tutto va bene, per il 15 marzo.

E mentre le trattative in salsa labronica vanno avanti, qualcosa in Toscana già si muove in concreto, proprio facendo asse tra due porti locali: quello di Viareggio e quello di Piombino. La Regione ha infatti comunicato nei giorni scorsi che sono partiti «i lavori di escavo dell’avamporto di Viareggio». Grazie a una draga autocaricante e autopropulsa della capacità di circa 1.400 metri cubi è iniziato il primo viaggio verso il porto di Piombino «per il conferimento in cassa di colmata».

Quella che si sta compiendo è «una notizia importante, un intervento atteso da tempo», ha spiegato l’assessore regionale a Trasporti e infrastrutture, Vincenzo Ceccarelli. Si tratta del dragaggio di circa 20.000 metri cubi di materiali, con lo scopo di mettere in condizioni di sicurezza le navi nelle evoluzioni all’interno del bacino portuale: lavori che dovrebbero concludersi entro la fine del mese di marzo. È «un intervento complesso – ha dettagliato Fabrizio Morelli, segretario dell’Autorità portuale regionale – che ha visto il coinvolgimento e una collaborazione stretta con la Capitaneria di porto di Viareggio e con il Chimico del Porto per le analisi sul materiale ai fini della sicurezza della navigazione da Viareggio a Piombino per un tragitto di circa 80 miglia. L’intervento di escavo si svolge infatti interamente via mare con impatto sull’ambiente pressoché nullo».

Un’attenzione, quella diretta all’impatto ambientale dell’intervento, che fa ben sperare, ma che torna anche a sollevare degli annosi quesiti sulla possibilità di abbracciare la sostenibilità come criterio direttore dello sviluppo del territorio visto nel suo complesso. Già due anni fa gli appelli ambientalisti (condivisi dalle autorità di vari ordini e gradi, da quelli locali fino a livello Ue) si erano concentrati nel suggerire l’impiego del conglomix – un materiale riciclato prodotto dalla Tap a partire dagli scarti dell’acciaieria ex-Lucchini, ottimo per pavimentazioni e competitivo economicamente con la materia prima vergine che si continua  a prelevare dalle cave – nei lavori al porto di Piombino, ma ancora oggi l’utilizzo di materiali riciclati sta trovando un utilizzo limitato.

E questo, scrivevamo  su queste stesse pagine esattamente un anno fa, anche a causa di «sofismi giuridico-normativi che non valgono per i fanghi di escavo, evidentemente». I fatti di questi giorni suggeriscono che da allora non molto è cambiato. L’occasione di una riforma portuale nazionale può però ancora essere colta per imprimere una svolta al settore in direzione della sostenibilità, l’unico criterio che possa davvero assicurare uno sviluppo durevole nel tempo.