Dagli scienziati italiani un appello (e una proposta di dibattito pubblico) ai politici

La scienza al voto, per portare l’ambiente al centro della campagna elettorale

Nell’ultimo secolo le temperature medie globali sono salite di quasi 1 °C, quelle italiane il doppio. Impattando su lavoro, sicurezza e salute

[7 febbraio 2018]

Che c’entrano l’ambiente e i cambiamenti climatici con temi come lavoro, sicurezza, immigrazione, salute, tasse e sviluppo economico che – quando va bene – si fanno largo nella campagna elettorale? Se la risposta che affiora alle labbra è “niente”, sappiate che è quella sbagliata: l’ambiente non è cosa separata e diversa dal lavoro e dall’economia, ma è anzi al cuore della questione. Per questo 19 tra i maggiori scienziati italiani che si occupano di cambiamenti climatici e ambiente – raccolti nel Comitato scientifico La scienza al voto – hanno deciso di mobilitarsi mettendo all’erta politici e opinione pubblica su quelle criticità ambientali che hanno (e avranno sempre di più) ripercussioni sulle nostre attività produttive, sul nostro territorio e sulla nostra stessa salute.

«Non si tratta – spiega Antonello Pasini, climatologo Cnr e coordinatore del Comitato – di aggiungere un tema alla campagna elettorale, bensì di capire che solo tenendo conto del contesto ambientale si possono individuare le migliori soluzioni per risolvere i problemi che affliggono il paese. Noi infatti abbiamo elaborato proposte di intervento scientificamente fondate e le abbiamo declinate nelle priorità dei cittadini: come ottenere più lavoro, come gestire l’immigrazione, come garantire la sicurezza, come controllare la pressione fiscale. Le offriamo al dibattito pubblico, e si possono trovare sul nostro sito, lascienzaalvoto.it, dove valuteremo anche i programmi dei partiti».

I mutamenti climatico-ambientali – avvertono infatti gli scienziati – sono un fenomeno globale che già oggi è particolarmente evidente in Italia. Se a causa dell’attività umana il pianeta si sta riscaldando in maniera inequivocabile (le temperature medie globali sono aumentate di almeno 0,5 °C nell’ultimo trentennio e di quasi 1 °C nell’ultimo secolo), nel nostro Paese i cambiamenti climatici corrono già oggi molto più della media globale: le temperature medie sono aumentate di almeno 1 °C nell’ultimo trentennio e di quasi 2 °C nell’ultimo secolo, un incremento praticamente doppio. Ovviamente quello del riscaldamento globale resta appunto un problema globale, e in questo l’Italia è chiamata a fare la sua parte nel negoziato internazionale, ma con quale credibilità se a livello nazionale le emissioni di gas serra equivalgono (Ispra, 2015) a ben 433 milioni di tonnellate l’anno di CO2 e sono tornate a crescere? Circa l’85% delle emissioni – ricordano gli scienziati – sono dovute al settore energetico, industriale e dei trasporti (sostanzialmente le combustioni fossili): l’azione in questi settori è dunque di fondamentale importanza, e sarebbe in grado di dare una spinta robusta (anche) al mercato del lavoro. Con circa 97.000 occupati, oggi l’Italia si piazza ad esempio al quarto posto fra i Paesi Ue con la maggiore quota di posti di lavoro legati al settore delle rinnovabili dopo Germania (322.300), Francia (162.100) e Gran Bretagna (109.200), un dato che può e deve crescere ancora molto.

A quest’asse portante se ne affiancano poi altri, come la necessità stringente di rendere più circolare – ovvero, in grado di mantenere più a lungo il valore delle materie prime nei cicli di produzione e consumo – la nostra economia. Come spiegano dal Comitato scientifico, l’Italia necessita dunque di ricerca e sviluppo di prodotti progettati secondo i principi dell’economia circolare, del risparmio energetico e del ridotto consumo di materie prime, la riconversione del settore manifatturiero (con graduale rilocalizzazione delle industrie – consumare meno, produrre meglio, produrre qui), la creazione di una compiuta filiera del riciclo, l’introduzione di incentivi legati all’impatto ambientale della produzione e della distribuzione (carbon tax?). Le ricadute occupazionali saranno in questo caso dirette e indirette, grazie al nuovo sviluppo delle esportazioni di beni e servizi con alto valore aggiunto, e quanto più velocemente verrà promossa la transizione, tanto più velocemente saremo in grado anche di esportare tecnologie e conoscenze; guardando alla gestione dell’immigrazione, ad esempio, progetti di cooperazione per l’esportazione di tecnologie rinnovabili e l’adattamento nella zona del Sahel (da cui proviene circa il 90% circa dei migranti che arrivano in Italia) aiuterebbero ad attenuare i fenomeni migratori, in quanto il recupero di terreni degradati o desertificati ed il ripristino di aree coltivate e foreste offrirebbe alle popolazioni locali le risorse per restare nei loro Paesi.

Peccato che di tutto questo la politica non parli praticamente mai. Un recente studio condotto dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile osserva come tra gennaio e luglio 2017, i principali leader politici non abbiamo praticamente toccato i temi ambientali nei loro interventi sui Tg nazionali. In una lettera aperta inviata ai partiti, il Comitato scientifico La scienza al voto li invita a cambiare rotta partecipando a un incontro pubblico – fissato indicativamente per domenica 18 febbraio, alle 17, alla Città dell’Altra Economia di Roma – in grado di incrociare con approccio scientifico e proposte concrete la questione ambientale con le altre che dominino la campagna elettorale. «Confidiamo nella mobilitazione dell’opinione pubblica – conclude Pasini – che può intervenire firmando, sempre sul nostro sito lascienzaalvoto.it, un appello rivolto alla classe politica».